La delusione è enorme, inutile nascondersi. Il percorso dell’Inter nella competizione, la voglia, la ferocia agonistica, lo spirito di squadra intravisti sino alla finale lasciavano presagire un altro epilogo, quello del trionfo. Ma i nerazzurri, nel momento decisivo, l’ultimo passo, si sono ancora una volta inceppati. Come in campionato nelle partite in cui si poteva svoltare, come in Coppa Italia nella semifinale di ritorno, come in Champions League nel match decisivo per la qualificazione agli ottavi. Alla squadra in questa stagione è sempre mancato – per usare una parola cara a Conte – l’ultimo step. E così alla fine sarà ricordata come la stagione dei secondi posti, in campionato e in Europa League. Un vero peccato.

Nervosi

L’Inter che nelle partite con Getafe, Bayer Leverkusen e Shakhtar Donetsk aveva mostrato la consueta furia agonistica, ma senza mai lasciarsi trasportare dal nervosismo, anzi mantenendo quella lucidità propedeutica alle vittorie europee, ieri sera è apparsa tesa sin da subito. Già prima del rigore guadagnato e realizzato da Lukaku, infatti, Handanovic era uscito a vuoto su un calcio di punizione per il Siviglia, vicino al gol. Poi, anche dopo il vantaggio, la squadra nerazzurra ha dato segnali di tensione, verso arbitro e avversari.

PAGELLE INTER-SIVIGLIA

E l’episodio Conte-Banega è stato sintomo di un’elettricità nell’aria che ha coinvolto anche il tecnico nerazzurro, anch’egli alla sua prima finale europea come molti dei suoi ragazzi. I nerazzurri si sono persi per due volte De Jong – prima con Godin e poi con Gagliardini – l’hanno riacciuffata con lo stesso uruguaiano, che si è fatto perdonare alla sua maniera. Ma il fatto che si sia andati 2-2 all’intervallo non è stato un buon segnale per la squadra di Conte, che specie nel percorso europeo aveva fatto della solidità difensiva e dei clean sheet un suo punto di forza.

Spenti e inesperti

L’Inter del secondo tempo, va detto, è francamente brutta. Anche prima del gol del vantaggio spagnolo. Non riesce a costruire un’azione vera e propria, si limita ad uno sterile palleggio nella propria metà campo, è spenta fisicamente, mentalmente, tatticamente e tecnicamente. Ma arrivano comunque due chance, anche abbastanza casuali: prima Gagliardini che si fa respingere la conclusione, poi la palla decisiva capita a Lukaku, che a tu per tu con Bounou si fa ipnotizzare. La partita gira lì, è la svolta negativa ed assume successivamente contorni beffardi, con l’autogol dello stesso numero 9. Da quel momento in poi si gioca pochissimo, l’Inter non ha neanche le forze per un vero e proprio assedio finale, l’unica palla gol è quella che Moses prima e Sanchez poi non riescono a concretizzare. Ma gli ultimi minuti sono segnati dai falli, dalle interruzioni, dalle simulazioni dei giocatori del Siviglia e da tutta l’esperienza degli spagnoli che vince sull’ingenuità nerazzurra, con gli uomini di Conte che appaiono fuori dalla partita ed anche stremati fisicamente. L’abitudine a giocare un certo tipo di partite esce fuori, e non è solo una questione di giocatori, perché di reduci dalle finali 2014-2016 il Siviglia ne aveva in fondo pochi, ma è anche la tradizione di club ed il feeling con la competizione che incide, in notti del genere. La speranza è che l’Inter abbia cominciato a prendere confidenza con questi livelli e lo spessore di tali match. Perché ieri è sembrata nervosa nel primo tempo, spenta nel secondo, inesperta per 90 minuti.

Conte, così è un addio

Le parole di Antonio Conte nel post-partita sanno di congedo, di saluto al mondo Inter. Il tecnico parla costantemente al passato riferendosi all’esperienza nerazzurra, ringrazia tutti – dal presidente, ai dirigenti fino ai tifosi e in particolare la Curva – e lascia intendere che è stata l’ultima partita alla guida dell’Inter. Parla di famiglia e probabilmente si riferisce al proiettile a lui rivolto recapitato in sede, la cui notizia è stata prontamente data in pasto ai giornali e alle televisioni dopo poche ore. Parla di divergenze di vedute con il club e con i dirigenti, e qui il riferimento è alla protezione che secondo lui manca anzitutto a livello comunicativo, ma forse anche al mercato, del quale non ha mai fatto mistero di non essere soddisfatto. Interrompere qui – come sembra – l’esperienza e il connubio fra Conte e l’Inter assume i tratti della follia, del vero e proprio sacrilegio. Ci perdono tutti, questo è fuor di dubbio: il tecnico, che nella prossima stagione avrebbe la possibilità di interrompere il dominio della Juventus sfruttando un anno di lavoro e di conoscenza dell’ambiente e della squadra; la società, che con questo allenatore ha salito tanti gradini, ritornando ad annusare profumo di grande calcio e di vittorie, purtroppo mancate sul più bello. Ma il processo di crescita era ed è evidente. Interromperlo è certamente triste e dannoso per il futuro dell’Inter. A prescindere dal giusto o sbagliato delle parti in causa. Si sperava in un punto d’accordo fra Conte e la dirigenza, ma le parole del tecnico lasciano purtroppo pochi dubbi.

Conclusioni

L’allenatore che lascia dopo una finale europea è diventato un leit-motiv della storia nerazzurra: Mourinho dopo la finale di Champions 2010, Benitez dopo il Mondiale per Club nello stesso anno, adesso Conte. La differenza è che gli altri due avevano lasciato con un successo e un trofeo. Ed il peccato sta proprio qua, perché la sensazione è che – con il tecnico salentino – una finale persa sarebbe comunque potuta essere un punto di partenza, un preludio ad una serie di trofei. Fermo restando che “siamo comunque arrivati in finale…” non è e non potrà mai essere motivo di soddisfazione. Una finale non si gioca, si vince. La soddisfazione per una (eterna) medaglia d’argento resti a qualcun altro, non all’Inter. Ma i progressi restano, e l’Inter di Conte ne ha mostrati tantissimi rispetto al recente passato. Saranno giorni lunghi, intensi, dai quali uscirà fuori il futuro di Conte – che appare già segnato – e quindi più probabilmente il nome del nuovo allenatore nerazzurro. Con Massimiliano Allegri strafavorito. Ci sarà tempo di parlarne. Ora resta l’immensa delusione, per una sconfitta che resta difficile da digerire. Ma il popolo nerazzurro si rialzerà, ancora una volta. Perché anche quando sembra tutto nero, ci sarà sempre posto per una piccola sfumatura d’azzurro.

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24 anni, laureato in "Scienze della Comunicazione" presso l'Università della Calabria. L'Interismo è qualcosa che scorre dentro senza freni, in maniera totalmente irrazionale. Condividere questo sentimento è magnifico, scrivere di Inter ancora di più.