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Werckmeister Harmonies

ambrose_sault

Esordiente
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Werckmeister Harmonies

Sbronze indimenticabili. E l'amore cercato sul fondo di un bicchiere; amico, versamene un ultimo, il più forte che hai. Ci sono stati suonatori immortali e le loro sinfonie accompagnano i nostri requiem bipedi, mentre accarezziamo capelli biondi di mignotte pagate con buona grazia. La libertà? Un insulto per l'intelligenza. La bellezza? Un edonismo con cui farsi forza fino al risveglio.
Le droghe hanno avuto sempre ragione, poco da dire. I più lucidi cantano l'arte di erigersi; scarna, incompleta, limitata, sterile e fottuta.
Tutti gli altri muoiono gridando.
Nottate di chiavi sbagliate, macchine irriconoscibili, gambe gonfie, storie meravigliose da non poter raccontare a nessuno.
Quel tavolo nel centro di Firenze, lei, i suoi occhi accesi e curiosi, la donna più bella ed il destino più crudele. Se solo potessi averti di nuovo a due centimetri dal mio viso... Proverei a far finta di nulla.
Una lavatrice rotta, una madre apprensiva, un padre Colonnelo ed una città piena di gente incapace di dirmi basta quando sto sollevando il trentesimo bicchiere.
Ed ora questa musica si alza. Sovrasta le barriere dell'irriconoscenza, si pone supina e si fa leccare le labbra senza ostentare la minima volgarità. Si fa strada, ed è strada.
Ho scommesso su qualunque cosa ed ho perso su qualsiasi cosa. Ho mentito su tutto ed ho fallito sul punto di ridere spontaneamente. Mi sono inventato spazzino, baro, imprenditore dei miei disastri, atleta delle mie rinascite.
Non ho mai detto la verità quando ho chiesto scusa; se l'ho fatto, ero ubriaco.
La poesia mi morde le braccia, mi mostra i propri denti mentre assapora le mie gambe flaccide, ride e bestemmia, la *****; posso solo accarezzarle il capo e dirle che domani sarà meglio. Mentendo di nuovo.
Sul fondo di un bicchiere non c'è nient'altro che un infinito abisso.
Va raggiunto con tutta la violenza possibile.
 

ambrose_sault

Esordiente
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Adesso sono nel vento? C'era la neve?
Chi potrà ancora testimoniarlo? E per quanto sarà ritenuto credibile?
Ancora notti sbagliate. L'amore è una tematica che appartiene al secolo scorso, un poeta francese dagli occhi scintillanti scrisse: andrebbe reinventato. Avrà ragione, per ora ha avuto soltanto maree di silenzi imbarazzati.
Versami un rum haitiano di 8 anni. Versami una birra da 59 cents della lidl. Guardiamoci negli occhi e brindiamo alla nostra inconsapevole dimestichezza che naviga nell'odio.
Il mare d'inverno mi ha disegnato sulle palpebre luoghi incontaminati e solitari, perfettamente distrutti sul punto della curiosità dei turisti che mi masticano i pantaloni consumati.
Il mio manuale di conversazione termina sul confine della tua curiosità per il prossimo presidente della repubblica. Quale repubblica? Quale Democrazia? Quale meccanismo? Sai ostentare un cambio di passo mentre il nemico ti morde la milza? Sai indietreggiare per affondare? La verità è un confetto celeste gettato in gola ad un bambino ignaro del tutto, che s'accontenta del colore al cospetto della *****.
Lungo l'Arno abbiamo camminato a braccetto, la donna piu' bella di Firenze, mi guardavano tutti con odio mentre ti sussurravo nelle orecchie parole ubriache e tu ridevi e mi stringevi forte più del vento di gennaio. Quanto ti amavo non riuscivo a dirlo davvero, a te bastava il tentativo un po' goffo ai margini del Dublin Pub dove mi dicevi "da lucido sembri piu' bello" e poi giù risate, schiaffi di parole, passi nervosi verso il bagno malcurato ed il vecchio CarloAlberto appeso alla sua cannuccia di cocaerhum a dire "siamo dei guerrieri ma non abbiamo bisogno di armi; però quando mi vedrete inginocchiato a terra starò semplicemente prendendo la mira".
Il mio romanzo non è mai iniziato, Pasolini lacrima sotto la ferraglia con i muscoli affranti dalla falsa democrazia. Il tuo dipinto migliore è rimasto a casa di tua madre, ci sono due corpi intrecciati che simulano una danza.
 

ambrose_sault

Esordiente
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scritti giovanili

Perfetto.

La serranda immobile,
due piatti da lavare
e un po’ di tosse

che forse è più abitudine
che non vero malessere.

In fondo è così
che succedono le cose

vivono nelle fantasie
dei disperati
per poi finire
nella legalità
nella scienza

o se va bene
nei cinema.

Io non combatto granché.

Sono immobile.

Sono un oggetto.

Peso più del mio valore.

Mi trovi al mercato
dietro lo scaffale
mentre mi guardo
il dorso delle mani.

Non combatto granché.

Riesco a comprendere
solo le zanzare

mi lascio divorare
da loro,

non oppongo resistenza.








Così mi sono guardato
allo specchio
questo viso da tre euro,50 all’ora
(più contributi)
pensando su dì qualcosa,
bocca,
sorprendimi
inventa qualcosa
loquami

L’umanità non mi piace
l’umanità andrebbe venduta
così, in blocco,
vendiamola ai cinesi
i cinesi sono buoni
e non si lamentano
neanche quando
hanno ragione

Vorrei rinascere donna
solo per poter bere birra
nove mesi all’anno.

Poi ho gettato l’asciugamano
dai capelli sul pavimento
per togliere l’acqua della doccia

e guardando le mattonelle
asciutte
mi sono sentito così
incolpevole.




















Un gatto si spaventa per la pioggia
un gatto si spaventa per tutto
ma la fa finita lì.

Le bestie hanno traumi diversi
sembrano dimenticarsene
con dignità

Gli uomini invece
devono farne storia

Sono così poveri
da dover affidare al dolore
la propria ridicola saggezza

Nel frigo
tagliato a spicchi
un cocomero
Sei olive in salamoia

Mi piacciono i frigoriferi semivuoti
danno un ordine ai desideri
Ti mettono in condizione
di non sentirti obbligato
a dover consumare
in fretta più in fretta possibile

Vorrei sognare di essere arrestato
per svegliarmi libero.






















Su questo sito
scopro si può vedere
una diretta in Islanda

una webcam puntata
ogni giorno
ogni ora

così guardo Rejikiavic
(Forse cercavi: Reykjavik )
gente che cammina
non sembrano persone
hanno qualcosa
di magicamente
silenzioso
sono elfi urbani

chissà cosa si mangia
in Islanda
chissà come
si prende sonno

lento lento lento
talmente lento
che non riesco
a tenermi il passo

una come Licia Colò.
La guardavo ieri.
Licia Colò sarebbe perfetta

con lei
si avrebbe persino voglia
di trovarsi un impiego
che so, in Germania

A fare gelati in Germania
(o in alternativa: settore alimentare
Pasticceria, Pasta fresca
per vendita in vetrina)

e dire ai tedeschi
su, műnchhausen

ma Reykjavik, invece Reykjavik
non dà troppe preoccupazioni
me ne accorgo
mentre l’occhio virtuale
riprende
una coppia di studenti
che si allontana
sullo sfondo
dove non posso
arrivare
neanche con lo sguardo.















































Intollerante
Alle domeniche
Agli atti dovuti
Ai cammini illuminanti.

Non so fare conversazione
Non so aggiustarmi la faccia
per togliermi gli spigoli dal viso

Vorrei coltivare piante di plastica
Per imparare ad appassire innaturalmente
da loro.

Perché tutto finisce.
Anche gli sguardi dei tuoi vicini
mentre getti un pugno di capelli
dal balcone.

Anche la plastica ha un cuore.
La carta, poi, non dà nemmeno
il tempo di affezionarsi.

Siamo di cartone.
La nostra pelle in realtà è polistirolo.
Abbiamo petrolio negli occhi
e quando piangiamo
stiamo prendendo fuoco.

Ma queste cose le sai
se no, le saprai.

Intollerante, vedi,
me ne sto qui a leggere
i possibili utilizzi casalinghi
del bicarbonato,

vedi,
non è tutta questa tragedia
aspettare il sole di notte.












Ho bisogno di un posto
che sappia dirmi qualcosa
non so di preciso

non l'ho mai saputo.

quello che so

è che mi piacciono
i ritmi compassati
gli sguardi complici
le follie zittite
da un attimo di depressione

mi piace il punto di fine.

e quando la notte congela
gli scampoli di libertà
restano nell'aria
come promesse acerbe
da esaltare

ho bisogno
di sole
di mare
di prati estesi
e di qualcuno
che mi racconti
qualcosa
che non so

vorrei dimenticarmi.
vorrei prendere le distanze
da non so cosa
o non so
chi

guardo l'islanda
e rispondo al telefono
dicendo richiamerò.

l'islanda è diversa.
io lo so
e se mi sbaglio
ditemelo quando
non potrò capire.





Bere acqua.
Bere acqua.
Bere acqua.

Quello che so
dei miei dirimpettai
è che stendono
la biancheria
ogni lunedì.

La biancheria
è una cosa seria.

La biancheria va capita.

Quando faccio cruciverba
ho ansia da prestazione,
fisso le macchie nere
sul foglio
e penso a parole
che non mi dicono nulla.

Detesto gli oggetti
I ripostigli
Gli album fotografici

Le case vanno messe
sotto sequestro,
bruciate tutte le vecchie lettere,
i filmini in videocassetta
dei compleanni,
le boccette di profumi,
le sveglie inutilizzabili

I’m a cyborg.
















Dovrei smantellare la casa.
Scaffali pieni di libri
libri libri e libri

Mai letti da nessuno,
ancora imballati
nelle loro copertine
di plastica

enciclopedie infermieristiche
per lo più

che il vecchio negli anni
ha pensato bene
di accumulare
da buon professionista

Per poi conversare
per il resto della sua vita
della ***** di stato
che ingrassa i telegiornali.

Sapere di assomigliargli
non è un bel vivere.

Ma ho qualcosa
che mi trattiene
dall’andarmene in giro
con lo stupore ebete negli occhi
di chi ha acquisito il diritto
ai luccichii del mondo.

Una ragazza mi disse
Sai tu non riuscirai mai
a tenerti una donna vicino.

Non ricordo adesso
se fu prima
o dopo
un patetico atto sessuale.

Credo dopo.

Credo proprio
che nessuno dei due
avesse sudato.

Forse era inverno.



Quando un uomo
pensa di avere un’idea
geniale,
di solito si gonfia.

Come certe bestie
prima dell’attacco.

Diventa rosso.
Gli crescono le unghie.
Le sopracciglia si induriscono

e poi
chiede se è pronta
la cena.

A me capita
mentre mi lavo i denti
di avere
queste pensate:

La storia di un tipo
innamorato di una lei
a sua volta innamorata
di lui

(ma solo quando
questo perde il treno
delle 18.15
e non rientra a casa
prima del notiziario).

Il giorno dopo
mi passa tutto

e mi dico sempre
che la banalità
a dispetto della fama
sa trovare sempre
nascondigli sorprendenti
in un cervello.

Ho una faccia stranita
nello specchio

mi guardo con molti dubbi.

Un giorno ricorderò
molte persone
diversamente
da come meriterebbero.

Dovrei conservarmi
una parte di memoria
così com’è adesso

Un uomo ha diritto
alla conservazione.

Datemi uno scomparto
del freezer

possibilmente
il più lontano possibile
dalle salsicce di fegato:
non le ho mai digerite.




































Ho sempre mentito
con una certa naturalezza

da bambino
mi piaceva inventare
realtà inesistenti
per guardare la reazione
degli altri

di solito
mi credevano.

Se venivo scoperto
mi rifugiavo
su un albero di albicocco

Le piante
la prendono meglio.

Le piante sono disposte
a lasciarsi ingannare

non ne fanno
una questione
di rispetto.

Sulla mensola
Un manuale per le istruzioni
della stampante,
una boccetta di allume
stritolato
e allungato con l’acqua.

Uso l’allume
perché detesto
le puzze
e i profumi forti

Non si può mettere
in difficoltà
l’olfatto di una persona

nemmeno
se è un impiegato al catasto
o un banchiere
con la fissa
per la musica celtica.

Devo avere
una stampante
solipsistica

funziona
quando capita,
si prende sei fogli
per ridarmene uno
seppure

il tutto
con una certa
scioltezza.

Ho una stampante operaia
perennemente
stanca
e depressa

E sul manuale
alla voce
patologie gravi
in grassetto
la scritta
nulla è per sempre.





























La strada di notte
sembra una dispensa polverosa
irrigidita nel terrore
di un nuovo carico,

scarichi alla rinfusa,
ingressi grossolani
che si sovrappongono ai vecchi
fregandosene
della data di scadenza.

Così tutto finisce
su un fondo,
e persino i fagioli in scatola
sono costretti a sgomitare
per ritagliarsi una speranza
che non sia marcire
entro il 06/2011.

Chissà a cosa penserei
se vivessi altrove
e al posto di contare le unghie
delle lenzuola stese sui terrazzi
mi toccherebbe ragionare
su scuse plausibili
per non aver capito bene
l’ultima frase.

Ho uno stranissimo
istinto di sopravvivenza.
Un meccanismo anomalo
che ritrova
una sua logica
nell’assoluto disordine
che genera buona memoria.
Come quelle vecchie
che apparecchiano per due
per poi riempire
un solo piatto.












Svegliato con un senso
di tagliuzzato
alle mani

come se avessi
passato la notte
ad accarezzare distrattamente
spigoli.

La segreteria telefonica
si occupa di un prefisso
sconosciuto.

In sei anni
nessuno ha mai lasciato
messaggi registrati.

Forse sapevano
che ero in casa.

Io invece so
soltanto il vento
che manca.

Sopravvivo di ipotesi.

Sopravvivo senza tende
alle finestre
perché mi creo ombra
in altri cento modi.

Mentre alle mani
ancora la stessa sensazione
di quella mattina,
a scuola,

quando infilai il mignolo
nel temperamatite

per scoprire
cosa si provava.










I progetti abbandonati
hanno sempre qualcosa
di perfetto.

C’è una sistematica
intenzione,
ben disposta
al culto del ricordo irregolare
che nobilita
il gesto dell’arresa.

Come capita ai denti
quando facendosi da parte
promettono saggezza
in cambio di una grottesca
bocca da rughe
per i primi due mesi.

La poca rabbia
che provo
ho imparato a filtrarla
attraverso linguaggi
che scivolano
come bestie notturne
spaventate da un interruttore
sulle scale.

Addomestico frazioni
di vissuto
annegando
gli interrogativi scomposti
che si agitano
a due palmi dal viso.

Un giocoliere
su una strada affollata
cadendo dai trampoli
si rialza di fretta

Io invece resto
a guardare lì in alto
interrotto ogni tanto
soltanto dalle ossa

che si lamentano
come madri sprovviste
di giustificazioni
per un corpo assente.



Eliminare da tutte le canzoni
e dalle poesie
Le fasi della giornata

tramonto alba crepuscolo

Le precipitazioni
neve pioggia
sperma

Le ossessioni
orgasmo amore nostalgia

Parti del corpo varie
occhi bocche mani

Organi interni
cuore.

Resterebbero
testi riciclabili
igienici puliti piegabili
come camicie bianche
per il primo giorno
di lavoro.

Questa è ecologia.

Una spazzata
verso le comete
e le costellazioni
in generale.

Prosciugamento totale
dei mari
laghi
fiumi
pozzanghere.

Libertà,
lagne umorali,
piagnistei patriottici:

tutto
in cassa integrazione.

Il settimo giorno
vi concederò
un po' di riposo.


Questa tua casa
mi fa respirare
affannosamente

Lo sforzo dell'imbarazzo
mi fa temere parole
che possano uscirmi
dalle orecchie.

Me ne sto
davanti alla finestra

con la bocca serrata
e gli occhi stretti
come cardini
da oliare.

Qui vorrei sempre nascondermi.
Non resto molto,
di solito esco entrando,
il mio buongiorno
è un addio.

Dovrebbe essere otite,
ma mentre parli
riesco soltanto
a fare gesti meccanici,
come in una folla
durante un concerto
quando l'unico linguaggio
e l'impossibilità
della comunicazione.

Quel giorno
mi chiedesti
dove andiamo?
Io feci sì
con la testa.

Da allora
non ricordo
altre domande.









Ragionando sull’avverbio inavvertitamente

Sintetizzando non si sta così male
uno evita svariate ansie
si riconduce a giochi d’ignoranza

e sa di poterne fare benissimo a meno.

Di un bel po’ di cose.

A me ricorda molto Parigi,
questa stanza.

Io non ci sono mai stato,
a Parigi.

E so soltanto che da quelle parti
sanno tenere tutti il cappello
calato sugli occhi.

Non so praticamente nulla.
Non so sostanzialmente nulla.

Girovago inavvertitamente
tra gli uffici semideserti di questa città,

mi invento un viso calmo

do la precedenza sugli usci

e mi masturbo con rinnovata
abnegazione.

Troppe cose non esistono
e se ne stanno improvvisate
come parodie di una recita teatrale
a raccogliere la finta sorpresa
dal viso di quattro platee inermi.

E poi le borse.
Detesto le borse
e tutto ciò che è programmato
per contenere.

I nuclei familiari
mi disgustano.
L’incapacità
di accettare la solitudine
è una malattia insostenibile.


Nulla da eccepire.
Dignitosa dialogante nervosa
sosti a schiena eretta
come una brocca colorata
al centro di una tavola.

Di quelle che si usavano
un tempo
come soprammobili
di forma gallinacea

Quasi cilindriche,
non fosse per il becco
che gli macchia il profilo
di una grottesca continuità.

E mi chiedevo
nelle mattine d’estate
alzando gli occhi
oltre le credenze,
perché mai
le lasciassero lì
isolate ad ingoiare polvere.
Mi chiedevo.



























Qui dietro c’era uno stagno
Una fanghiglia impietosa
tra sterpi e umidità
che d’estate
si riempiva di gracidii.

Me ne stavo ore intere
sul balcone, l’ultimo appartamento
del quartiere
Il più lontano
dalla civiltà.

Ho sempre camminato
più degli altri
per gettare il sacchetto
dei rifiuti.

Me ne stavo lì
ad ascoltare il gracchiare
di quelle bestie notturne.

Allora credevo
che non combinare nulla
fosse una condanna impietosa.

Mi inventavo idee morte
per darmi un’espressione
da tentativo.

E me ne stavo
ad ascoltare le rane.

Sono intollerante
insofferente
ed incattivito.

Oggi c’è una palestra
al posto dello stagno
e al posto delle rane
tante piccole bestie
entrano ed escono
da un cancello rosso.

Li guardo
come si guarda un vedovo
ad un funerale.

Ma loro spesso sorridono
hanno fretta
e sembrano sapere
dove andare.
Recitando ruoli di cenere
si lasciò soffiare, leggendo
l’ultimo copione dal manifesto
tra l’intimo da donna
e la nuova apertura
del supermercato
(a soli due chilometri
in direzione nord).

Ti serve qualcosa per la casa.
Indubbiamente.
Il tuo dentifricio
è abbastanza dimagrito,
ed anche se non usi
piatti di plastica
dovresti organizzarti:
metti che ceda
la credenza?

Così uno l’abbandono
se lo deve scegliere, sì,
ma solo per poter dire
ho avuto poca fretta
e chi ne aveva più di me
era già silenzioso
nelle intenzioni.

Perché gli eterni riposi
sono fatti
per essere chiamati in causa,
quando i sottovasi
si inaspriscono
ed una strana ruggine
azzurra
dipinge l’acqua che scivola.

Ora faccio troppo rumore,
disse.
E si spostò dalla strada
appropriandosi di uno spavento
inesistente.
I suoi capelli tinsero il traffico
e anticipando il grido
di una donna in tuta
si ricordò
di aver chiuso il gas.
 

ufo club

Vice capitano
7.351
1
0
io ci aggiungerei un bel
"... e scorreggiai sull'autobus all'imbrunire, provocando la fuga dei convenuti. siamo tutti piccoli borlotti che vagano tra le ombre di questa metropoli grigia e incombente, cosa ne sapete voi dello sguardo adirato e indispettito dell'autista, impossibilitato alla fuga, unica verità di un divenire mai così offuscato da quel bicchiere di gin bevuto in quello squallido bar situato di fianco al nulla ?"
 

ambrose_sault

Esordiente
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Sasha si guarda le braccia. La pelle chiara le sembra un paradosso per una che vive a trenta metri dal mare.
Ma l'estate è la stagione più dura.
E' costretta a chiedere ad ogni cliente cosa fa nella vita. Se lavora, se c'è un motivo per cui non lo fa.
Le domande sono una routine. Come tenere due preservativi sul comodino, di fianco al deodorante e alle salviette.
Sasha è russa. Ha i polpastrelli arrossati, gambe snelle, un culo sodo. Quest'ultimo per i clienti migliori. Sulla lista ne ha segnati una quindicina, rigorosamente a stampatello con tanto di evidenziatore rosa.
Il giallo è per quelli che non telefonano negli ultimi 3 mesi.
Sasha ha due parrucche. Le tiene nell'armadio; un caschetto castano e una sorta di permanente rossa.
Le usa poco, due o tre volte al mese.
Lunedì non ha avuto clienti.
E' rimasta collegata su internet, ha ascoltato qualche canzone ed ha contattato per mail il ragazzo delle foto, perché le aggiornasse sulla bacheca degli annunci.
Nelle sere morte si raggomitola sul divano, trova la prima *****ta in tv e rimane ad osservarsi lo smalto dei piedi.
Il rosa non rende.E' troppo materno, forse.
Il rosso ha un'aggressività congenita, va bene per le richieste specifiche.
Un cliente le ha chiesto espressamente se fosse disponibile a farsi legare. Un cinquantenne dalla voce calda.
Quando l'ha visto scendere dalla macchina, pettinarsi prima di richiamarla per la conferma, ha avuto paura.
Si è ritrovata nei suoi sedici anni, con addosso l'odore di candeggina di sua nonna.
Ha dato un'occhiata al terrazzo.
Le è sempre piaciuto sporgersi. Accattivarsi quell'istante di vento e vertigine, lasciare i capelli dondolanti nel vuoto e le mani, serrate alla balaustra, a protezione di chissà cosa.

L'ha immaginato salire le scale. Il ricordo dell'odore di candeggina le ha impregnato il viso in maniera più forte. E il vento, lì, sul terzo piano, non aveva argomenti migliori.

Sasha ha lasciato la porta socchiusa. Si è nascosta dietro l'uscio, per l'ultima occhiata inconsapevole a disposizione.
La barba curata, la timidezza di sostare qualche metro prima: le è sembrato più giovane dell'età che ostentava nella voce. La valigetta semigonfia l'ha costretta ad un sorriso goffo.
Il ciao è stato disarmante. Come gran parte dei saluti occasionali.
Il tono sobrio l'ha privata di una riposta.
Gli ha indicato il bagno, l'interruttore della luce da spegnere successivamente. L'ha visto sicuro di sé mentre si chiudeva alle spalle la porta e sorriderle con la minaccia camuffata da un falso buonsenso.

Sasha collezionava bambole di pezza. Non le sono mai piaciute.
Quelle vecchie bambole conservano la tragedia del sudore. Mani arrossate che si sono sacrificate al dovere, nel gesto di un'artigianeria immanente, un testamento di sangue rappreso che ha avuto l'accortezza di non sprecare mai cinque centimetri di garza ospedaliera.
Quel sacrificio atavico le disegna sul volto rughe inconcepibili.

Le ha fatto i complimenti per il culo. Poi ha aperto la valigetta, lentamente, come si rivela un segreto da ubriachi.
Con la stessa voce suadente.
La finestra ben serrata del balcone era ormai un cartello stradale sbiadito; un'indicazione ormai per pochi, un mistero di viandanti. Per lei c'erano soltanto autostrade illuminate dal dovere, percorsi prestabiliti e sottoscritti più forti della voglia di ribellarsi a qualsiasi "contro".

Le corde le stringono il collo ed i fianchi. Sono ben serrate, sembra che siano state allacciate con rabbia. Ma Sasha sa che non è così.
La rabbia deriva dal sangue, dall'istinto. Sasha ha davanti agli occhi un'orrenda programmazione.

Le tremano le caviglie.

Vorrebbe piangere, ma sa che peggiorerebbe la situazione.

Il cellulare per chiamare il suo protettore è lì. A cinque centimetri. Ma le sue dita sono carne bruciata, sostanza molle ed inutile. Qualsiasi tentativo di allungare le deboli braccia le sembra un rischio, una speranza infantile, una vergogna ingestibile.
Lo sente sopra di sé, ansimante, nella foga di concludere. Il sangue le pulsa ed è un concerto di inconsapevolezza.
La barba non sembra più così curata. Il sudore l'ha disfatta, così come i capelli.
Sente sulla pelle le sue gocce di carne irruente, la sua fame.
Lei, che si limitava alla speranza di essere corpo.
E quella valigetta nell'angolo, così volgarmente ribaltata.

Ora la sua voce le copre le spalle, una mantella ghiacciata che non riesce a scrollarsi di dosso imprigionata lì, in quella stupida stanza seminuda. Sulla punta delle labbra conserva il terrore di dirgli basta, terrorizzata dalle conseguenze.
Confida nella sua voce sempre più grottesca.

Le corde stringono. Vede le sue mani carnose stringerle in punti stabiliti dal desiderio.
Gli chiede di non togliersi il preservativo. Nel punto sotto i seni sente le ossa messe in discussione, ha appena la forza per gridargli di non farlo.
Lì vede davvero i suoi occhi.
E sa che è finita.
Ed inizia finalmente a sorridere.

Pensa a come sarà dopo. Mentre il suo sperma caldo le cola sulle labbra tenute ferme, mentre le sue dita arrossate la costringono ad ingoiare anche gli schizzi finiti tra i capelli.
Fissa per un attimo il preservativo finito ormai sul bordo del letto. E' il simbolo del suo percorso di aerei improvvisati, speranze senza futuro, scelte perse in partenza con l'orrenda consapevolezza camuffata da libertà.

Pensa a come sarà dopo.

Quando riabbraccerà quel balcone.
Con una forza nuova tra le braccia morte.
 

ambrose_sault

Esordiente
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E che gli dico? Guardi, non posso...
(grazie a te, guardalo se puoi... ti lascerà senza fiato. Un abbraccio)
Ed io cosa le dico? Quando non ho parole per i suoi inferni. Vedo cadere i suoi capelli, ed i suoi occhi si spengono lentamente, come quelle luci di S.Siro... Il suo sparire è così dignitoso, così splendidamente bugiardo, così testardamente legato ad un bastardo incapace di dirle "ok vengo a passare questi ultimi mesi da te".
Una stanza, un posacenere ingrigito e stracolmo, bottiglie vuote riposte nell'angolo, una vicina con i merletti stesi nell'unico giorno disponibile dell'inverno. Un mezzo lavoro, un mezzo giro di affari sporchi, una totale voglia di scappare da te e da me, una ***** da 30 euro che mi mette fretta all'angolo del benzinaio; ed il ricordo di Firenze martellante, quando bevo, l'altra che dipingeva scalza e si bagnava le labbra ridendo per il viso della cassiera della Conad ormai stanca di vederci comprare il vino peggiore.
La voglia di scappare che finisce nel delirio, le 5 di mattina ed i barboni con i capelli gelati e noi, noi due, senza sapere neanche chi siamo a dirci e a darci, un tempo che non ritornerà mai piu'.
Poi rumori, ossa frantumate, vestiti persi nel vento di gennaio; risse, ossessioni, attacchi di panico nel sonno ed una musica celestiale a toglierci il fiato mentre ci puntiamo a vicenda i vetri rotti di una bottiglia rigorosamente vuota ed infreddolita.
Non riconosci la tua città, non riconosci il tuo disarmo e la tua sconfinata spensieratezza mentre sali su un autobus, senza sapere perché e dove andare: ed è lì che comprendi la vera direzione.
 

ambrose_sault

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La pioggia, la ferrovia d'argento che trascina rumorosamente centinaia di volti sconosciuti ed io qui, seduto su una panchina bagnata, 3 bottiglie di vino come si deve o come non si dovrebbe, mi hanno chiesto un documento e mi hanno chiesto altro che non ricordo. La prima volta che ti ho vista, autunno inoltrato, gli alberi piegati ci proteggevano dal vento e tu ed il tuo maledetto sorriso indimenticabile. Quante notti sbagliate, di pugni, bottiglie rotte, insulti urlati e poi cuscini gonfi, delitti inenerrabili e poesie cantate in bocca ad una luna inesistente, svegliarsi nudi e soli in una città sconosciuta, riprendere i bagagli sempre piu' leggeri e andare via di nuovo in faccia al vento.
Le scuole di scrittura sono gestite da nazisti egocentrici, sono la nuova massoneria che avanza; le scuole di poverà sono gestite da gente capace di tenerti in vita in un pomeriggio di neve sulla gola... dove siamo finiti? Dove siamo iniziati?
Un parco innevato è una meraviglia incontrastata, affondare le gambe scarne lì e sentirsi protetti, trovare l'armonia piu' congeniale, non urlare; le urla sono merce scaduta che accontenta l'ozio inerme degli ascoltatori disperati. Un tavolo di legno, le nostre dita fredde, cosa ne sarà di questa città?
 

ambrose_sault

Esordiente
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Rimane un lungomare vuoto, luci scarne, febbraio e le sue forbici di vento sugli occhi. Il tipo del chiosco ha i denti di chi la propria moglie l'ha partorita, l'ultima mignotta fa sconti per australiani di passaggio; si solleva la gonna urlando cosa non ti piace? La mia giacca annerita dal tempo passa oltre, mi limito ad un'altra sbronza senza pace per raggiungere il letto dopo aver risolto il rebus della giusta chiave nel portone.
Troppo facile amare quando non si ama più. Troppo facile desiderare quando si ha nei denti la carne amara di un presente sconclusionato. L'enfasi mi disgusta, i predicatori mi irritano, i saggi non sanno sorprendermi e gli idioti mi surclassano. Ho bisogno di momenti brevi, morti sul nascere, senza promesse, senza premesse; l'ingenuità fortuita, la malizia inevitabile, la salvaguardia per questi poveri chili di carne morta in cerca di un riposo.
Mi disgusta la dolcezza, mi fa ribrezzo l'insistenza, non sopporto le cravatte e chi le indossa. Sono perfettamente imperfetto e piango da solo e solo se ho ragione.
Ma questa musica alzerà di nuovo il vento, verrà da te per sbaglio e canterà un disarmante orgoglio, quando sarai distesa di nuovo su un corpo; quando, lo so, non avrai il benché minimo riguardo verso il mio ghigno.
 
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