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Werckmeister Harmonies

ambrose_sault

Esordiente
138
45
33
Micropolitiche dell’avanguardia economica ti ingloberanno dalle caviglie ai cespugli sulle tue palpebre impossibilitate nella chiamata SOS, non ci saranno occhi capaci di interpretare occhi, solo algidi biancori corneali dove la benedizione del clock meccanico a porgere carezze di dita in scossa fremente, sarai messo a tacere da stratosfere di nebbia coriacea a delucidare l’onanismo interrotto delle precipitazioni e le stagioni incroceranno stagioni organizzate, il tripudio di mani inchiodate a mani impedirà la vibrazione di un sangue individuale nella tinta unica del non dolore collettivo.


Piccoli Hitler dalle automobili inzuppate di demoscopia ti ringrazieranno per le tue parole da ribelle inutile e zampettoso, coriandoli in testa e teoria del grande rifiuto impolverata tra tomi di biblioteca, tra scaffali disarmati di parole causa uova di ragni ammassate a provocare spazi liquidi e gelatinosi per le mani candide predisposte al rumore dei polpastrelli su quei ripiani screpolanti. Fretta, non posso che metterti fretta, sfiancarti di calci sulla schiena ragazzo, spingerti con violenza, arrampicarmi sui tuoi punti interrogativi, strapparti vestiti e cavarti rivestimenti di muscoli glabri, i tuoi occhi serrati non hanno chiavi, le dita devono penetrare e sopportare l’orrido del bulbo per improvvisare l’apertura di tende, le tue palpebre sono uncinetti impazziti che mettono punti in un autoerotismo delle dita intrecciate, filari di pelle abbandonano il loro ruolo da uscieri con fucili cobalto sotto le ascelle e concatenano rivoli di rughe nascoste nella tessitura trottolante delle cicatrici non sanguinose.


Lungo il percorso che porta alla peggiore delle entrate miriadi di custodi incappellati da sarti audaci improvviseranno sul tuo collo nudo sciarpe di seta infuocata che rovisterà tra le tue carni di sesso appena scoperto come una mandria di affamati in un pozzo di buone notizie, in alimenti avrai da spendere e da farti spendere addosso, il balenio investigato delle notti insonni si riverserà in pavimenti ricoprendoli di piccole ansie e ruvidi focolari del pensiero ti addobberanno fino al vermiglio scabroso, scivolerai sulle tue disgrazie emotive controllando accuratamente la resistenza di cuscini di piume strappate ad oche in scorribanda eccentrica nel grande bosco delle trappole mimetizzate ai cadaveri di aironi bifocali attrezzati di musi rovinosamente antichi in creta e pulviscolo di cartilagine, quasi umano il loro rintracciare compassione nel tuo ansimare nello spazio di due mattonelle.
 

Obdulio Varela

Pallone d'oro
24.779
14.325
97
Micropolitiche dell’avanguardia economica ti ingloberanno dalle caviglie ai cespugli sulle tue palpebre impossibilitate nella chiamata SOS, non ci saranno occhi capaci di interpretare occhi, solo algidi biancori corneali dove la benedizione del clock meccanico a porgere carezze di dita in scossa fremente, sarai messo a tacere da stratosfere di nebbia coriacea a delucidare l’onanismo interrotto delle precipitazioni e le stagioni incroceranno stagioni organizzate, il tripudio di mani inchiodate a mani impedirà la vibrazione di un sangue individuale nella tinta unica del non dolore collettivo.


Piccoli Hitler dalle automobili inzuppate di demoscopia ti ringrazieranno per le tue parole da ribelle inutile e zampettoso, coriandoli in testa e teoria del grande rifiuto impolverata tra tomi di biblioteca, tra scaffali disarmati di parole causa uova di ragni ammassate a provocare spazi liquidi e gelatinosi per le mani candide predisposte al rumore dei polpastrelli su quei ripiani screpolanti. Fretta, non posso che metterti fretta, sfiancarti di calci sulla schiena ragazzo, spingerti con violenza, arrampicarmi sui tuoi punti interrogativi, strapparti vestiti e cavarti rivestimenti di muscoli glabri, i tuoi occhi serrati non hanno chiavi, le dita devono penetrare e sopportare l’orrido del bulbo per improvvisare l’apertura di tende, le tue palpebre sono uncinetti impazziti che mettono punti in un autoerotismo delle dita intrecciate, filari di pelle abbandonano il loro ruolo da uscieri con fucili cobalto sotto le ascelle e concatenano rivoli di rughe nascoste nella tessitura trottolante delle cicatrici non sanguinose.


Lungo il percorso che porta alla peggiore delle entrate miriadi di custodi incappellati da sarti audaci improvviseranno sul tuo collo nudo sciarpe di seta infuocata che rovisterà tra le tue carni di sesso appena scoperto come una mandria di affamati in un pozzo di buone notizie, in alimenti avrai da spendere e da farti spendere addosso, il balenio investigato delle notti insonni si riverserà in pavimenti ricoprendoli di piccole ansie e ruvidi focolari del pensiero ti addobberanno fino al vermiglio scabroso, scivolerai sulle tue disgrazie emotive controllando accuratamente la resistenza di cuscini di piume strappate ad oche in scorribanda eccentrica nel grande bosco delle trappole mimetizzate ai cadaveri di aironi bifocali attrezzati di musi rovinosamente antichi in creta e pulviscolo di cartilagine, quasi umano il loro rintracciare compassione nel tuo ansimare nello spazio di due mattonelle.
Sì.
 

ambrose_sault

Esordiente
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45
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Seduto, in piedi, seduto, in piedi, il tuo culo una catena elastica a raddrizzare le percezioni sbagliate di chi ti ha costruito bagagli momentanei dove selezionare la resistenza dei tuoi anni accuditi in scheletro e carne, ti presenteranno solitudini in formato angelico di massa, di gente a complimentarsi per la tua impresa storica della venuta al mondo, saranno piegati di seni e labbra sul tuo inconscio scartavetrato a comprometterti istruzioni scardinandoti dal tuo passato anestetico, intorno un bianco movente ad acquisire forme di volti e scoppi di risa, pareti pettinate e letti colorati da bambini a sedici braccia allungati nell’euforia dell’evento fino a raggiungere un vertice atemporale, metteranno tamburi squamosi a pochi centimetri dalla tua messa in onda nel pandemonio e vedrai fiori piccoli, fiori esposti e silenziosi, incravattati ai balconi, pronti a lamentarsi senza presunzione di ascesi, quei fiori l’incontro estremo, li sentirai pulsare sotto il vento, li scruterai indemoniati nella discussione del petalo stuprato, cresceranno oltre tetti di macchine, oltre davanzali, oltre palazzi e tribunali fino ad immedesimarsi in un unico tono nella sfumatura insormontabile del cielo, quel cielo dove raccoglierai colori ad olio spalmandoli uno dopo l’altro facendone pavone artistico sul tuo corpo senza curve planando nell’ottobre tiepido fino alla radura scempiata accarezzata da finestre di manicomio spalancate su quel verde sfuso.


Furia e ragnatele strappate a soffitti con la violenza di mani disperate all’unico obiettivo, furia, capelli inzuppati nella velocità di corse notturne tra automobili di ritorno dagli alberghi, saltando da uno strato di metallo all’altro, catapultandoti, assaporando il sangue di un pezzo di carne separato in due nella perfezione del taglio ferreo dello sportello aperto, finestrini rotti a calci, furia e scivolate su olio imperfetto, furia sui dischi in vinile in mille pezzi collezionati fino a quel momento da magazzinieri delle strade tradizionali, furia e ancora grida dietro le tue spalle coperte da macchie di vita affrontata, sputi dall’alto, un dio qualunque imbiancato di capelli per la tua corsa da figlio ingrato a rovinare la bellezza metrica di poemi lucidati per le occasioni, furia ad accelerare sui ripostigli occasionali immortalati lungo i perimetri delle città come cabine telefoniche per gli sfoghi di amanti interrotti nel loro utopizzare, furia e capelli, sudore e sperma involontario a profanare l’educazione dei pantaloni, sotto le caviglie mondi sommersi da velocità di piedi e gambe, rumori di frastuono insopportabile a devastare catene di pace frizzanti, liquido di bottiglia catapultato da scale, furia nel grido opaco dell’alba che conta cadaveri dietro il tuo fiato smorzato.


Ascolta il blues soporifero delle metropolitane intasate di orologi dalle lancette ticchettanti secondi argentati, percepisci il focolare obliquo che sorregge marionette di benzina luccicante tra le piastrelle fumose e maleodoranti di quel pizzicare all’interno dell’olfatto, una condanna sensoriale, assapora il profumo riccioluto fattosi materia nel parallelo calcolato erroneamente dalle tue labbra al corpo, avvicina la lingua in corde di chitarra lungo gli argini cutanei, tu sei quel blues, ora nevrotico, che perseguita coscienze inchiodate a smog innocui, tu, il braccio destro dell’icona anticristiana che accende spazi con movimento rotatorio delle dita, veloce, velocissimo, irrazionale e tronfio, pennello spezzato che prosegue la sua angoscia illegale tumulando e riesumando senza sosta il battito cardiaco di biciclette senza ruote posate su cemento silenzioso lievemente assolato.


Ragazzo, abbraccia in sarcofagia le distanze ridotte tra oblio ed esplosioni lisergiche, spazza con denti rabbiosi l’uniformità di gengive, riconduci a misure inesistenti il ruggito instabile dei terreni insoddisfatti di pioggia. Ora sei frammenti di vetro conficcati in microcosmi legnosi che gocciolano artrosi, ora, diseredato dalla possibilità di un sorriso, puoi tuonare labbra in direzione di alfabeti zoologici e letterature di paglia, il tuo diluvio di suoni violacei scaraventa fonetiche e allitterazioni lasciandole ondeggiare, meretrici di oppio salato, in prossimità di papaveri apparecchiati dal vento.


Hai interrotto il viaggio tiepido di tartarughe leopardate, ne hai annullata la comparazione stilistica sollevandoti piedi sopra le loro teste, sei precipitato su bagliori ingabbiati esasperando le proprietà dell’aria, hai scardinato paraventi annaspando confuso, insetto moribondo, ali tritate, sei volato nudo sulla sinfonia elastica interpretando il rimbombo di controtempi alieni, assumendo posizioni incomprensibili, snodate, fili fragili, polverizzati, confusi, svergognati in un raggio nero.


La prosa smidollata dei vasi bagnati sotto i portici resiste all’inquinamento di fogliame burocratico, aspetta un altro mezzo sorriso di terra e radice, aspetta quell’avambraccio spugnoso che sottintende ripiani da sfondare a voce.


Penna ansimante regole scoordinate e parentesi claudicanti rotte al culmine del crepuscolo, assaggi mani tra labbra serrando passioni di un solo pomeriggio, addolcendo mitologie dell’infinito martirio all’interno del tuo fegato strozzato, i pianti dall’esterno cavalcano onde di mattoni e cunicoli, vecchi con le basette rimandate alle orecchie nella gestualità metodica di una pettinatura di denti e volto ti fissano concentrici e robotici di lentezza rivoluzionaria, asciughi lacrime di panni notturni lasciati scomposti nel post-modernismo di un vento contrabbandiere di conigli sputati dal cilindro impazziti nel contropelo di mani grasse e collinose nel sudore marcio post-lavorativo.


Squarci di sole diviso a metà da un punteruolo d’alluminio emanano bagliori innaturali precipitanti, sconfitti, sul lastricato, tuoni di risposte non cercate mettono a disagio il condizionale pronunciato smorzando urla di velocità protestante, alberi dalle chiome infantili di primavera vanificano la recita vanesia del fogliame marrone





e poi stendardi profumati di nebbia scivoleranno avvolgendo in mantello sornione le piccole gambe nude dei rami lasciati inerti e spellati, tu lì, posato maldestramente, senza cavalletto, alcolizzato d’aria respinta, morto in ginocchio.





  • Marciando sulla ridente P.




Prima o poi c’è un apostrofo a toglierti il senso del tutto. E pieghi le gambe per diventare quell’acaro incline al bianco. Pettini il tuo pavimento con aria annoiata. Giri fogli. Scrivi. Cancelli e scrivi. Riscrivi. Hai uno stomaco da gladiatore e ossa di montagna. Tra qualche giorno ti faranno soldato del “non ti troviamo”. Bomba, allora parliamone. Bomba, cosa vuoi che sia. Bomba, che combini lì da sola. Qualcuno ti accarezza la coscienza per sentirti cantare. Cantare come solo tu. Sai. Cantare.
 
Ultima modifica:

Obdulio Varela

Pallone d'oro
24.779
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Che al sonno sia taciuta
qualsiasi pace
ed il dirompere scannato a vuoto
resusciti le ingrigite formazioni
di strati disattesi di emicranie
tra il flauto di un canto di morte
e gote annerite
allora, che vuoi fare?
venderti al nemico
od inimicarti gli angeli
che ti sorreggono il moccolo
mentre sei lì che sputi sangue
al sangue non più tuo
che fai?
segui l'istinto
od istintivamente non seguire
la carne bruciata inquina
più di qualsiasi plastica
credibile
al netto dei rifiuti ricevuti
sovente non smaltibili
filemaziche dizioni
accertano il senziente benestare
tra l'oasi impressa nel disastro
che spalma fiati incongrui
in questo benestare non servito;
tieniti allora
la tua bellezza morta
come un giacinto camuffato invano
per certi astanti senza
alcun disagio cui nutrire
le proprie dozzinali devozioni
implora inerte
le convenzioni che ti son dovute
e lacera bislacchi fuochi
che scaldano soltanto rimasugli
che al sonno sia negata
qualsiasi forma di rimprovero
perché insegnare è un verbo decaduto
ed attrezzare armi
non sapendo mirare
è dannazione eterna
ma guarderò per bene
il tempo che ho investito
ad innamorare lembi
consapevole ed ingenuo
nel disperato contempo
di certi temporali lì in arrivo
che fai? Ti ripari ancora
fuggendo dal mio amore per la pioggia.
autunno. Lo senti in bocca l'amaro che esaspera la necessaria resilienza al cospetto della luce. Eppure. Già le vedi le foglie depositate all'alba, stravolte dal vento che bestemmia scandinave fiorite. Ho preso la questione degli eterni paradossi di petto e non mi sono mai sentito mancare il respiro; sono stato complice delle nefandezze inenarrabili e le ho cicatrizzate nel vortice di un battito di mani inatteso; brandelli sgangherati di depotenziate processioni di sensi: vi ho dedicato le pisciate più immorali riempiendo le vostre gole mai sazie di nuove frontiere, ho creato i drammi più spietati affinché poteste interloquire a bassa voce negli obitori della mancanza di libertà. Eterno servilismo del non essere disposto a sacrificare il mio stesso sangue nero che mi corrode inventando feste oscene; l'arresa sistematica con la quale vi calpestate disonora il senso stesso del perdersi tra aranceti. Illuminati dalle musiche più mediocri, persi in vangeli balsamici e scritturati per farse becere; non resta che raccogliere le foglie morte di questo temporale , coprirsene e disfarsene in attesa di vuoti migliori.
Metti il flusso di coscienza in metrica, che suona meglio.

La metrica non è difficile.
 

ambrose_sault

Esordiente
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45
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Spaventapasseri dalle pupille argentate mi rincorrono sventolando estasiati brandelli di vestiti appartenuti a pirati di campagna. Luciferi dalle ruote lisce accelerano verso il mio corpo stramazzato al suolo. Campanelli dentati mi svegliano in battito cardiaco abbracciandomi la spina dorsale e leccandomi il sudore.


Esseri moribondi, dai sessi scoperti e decadenti, mi aspettano a fermate dell’autobus controllando orologi tatuati sulle loro schiene squartate.


La città è un sogno incoerente dove passeggini ricoperti di tela celeste si capovolgono all’improvviso, voci stremate reclamano paternità nozionistiche e libellule in scala sproporzionatamente grande starnazzano con i loro metri di apertura alare sulle teste isteriche di evangelisti del fine settimana. La strada è un prurito fastidioso di piedi a calpestare piedi, milioni di passi a confermare sofferenze fisiche in una muratura umana continuamente lacerata.


Il cielo è affittato in sfumature viola nel tono grezzo di stratosfere spezzate a metà.

Non muori mai. In quelle notti dove cerchi uno spunto e se hai un raccoglitore di parole avanzi di lancette in base a quello, scopri seni timidi di versi transessuali che ti baciano il petto graffiandoti i capezzoli di rimmel sciolto verso i polsi. E non muori mai.


Stai lì e prepari il colpo per il minuto dopo, una bottiglia di vetro ti lascia spazio per accumulare errori, sbagli, sbagli di continuo e sbagli, polpastrelli rossi e sudore ad abbracciare la fronte, sei il più grande scrittore dell’umanità mentre il cielo si inginocchia a quello che stai per consumare nell’accozzaglia di pensieri e punteggiatura, non muori mai.


Cadono palazzi e mandrie di cavalli distruggono cortili in una furia da fuga, rumore naturale a sbalordire la decenza del sonno cittadino, hai dieci volte vent’anni nel giro di un paragrafo e agiti il tuo inconscio spruzzando all’apertura del tappo, liquido in lattina infastidito dalla gabbia d’alluminio, non muori mai, niente è tuo, il possesso è ridotto al non saperne nulla di proprietà e burocrazie, tutto il calore di sangue coagulato a formare lettere è limpidamente assorto nel ruolo di complicità dialettica scopata dai funambolismi del tuo eccesso svergognato.
 

ambrose_sault

Esordiente
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Ho venduto l'aria a prezzi altissimi. Se i cimiteri non avessero alberi sarebbero semplici teatri di applausi procastinati. Odio l'estate perché è la stagione dello spogliarsi; corpi ignobili, sgradevoli, si manifestano con le proprie orrende nudità accessibili. Ho inventato feste terrificanti, ho sedotto i demoni più spietati affinché mi chiedessero un attimo di pace; ho dato vita a coscienze totalmente dispensate da qualsivoglia possibilità di fratellanza.
L'ora che arriva è fatta di vento imbastardito; ho il rifiuto nelle vene e lascio sgorgare sangue malato, assassino e complice; tutte le mie menzogne diventano verità inaccessibili e dorate, incommensurabili avamposti di una sofferenza straripante. L'orrenda vocazione che mi piega le gambe ha già il suo assestato e deforme pianto di malessere confuso nel ghigno; dunque sono narratore o assassino? Sono i fiori che nascono con la loro intestardita miseria a colorare l'imbecillità; guai a non averne, di occhi come i tuoi. Guai. Ad averne come i miei.
 

ambrose_sault

Esordiente
138
45
33
Siamo qui spogli
come alberi o grano
a pretendere un vento
che ci lasci addolcire
le miserie oltraggiose
che impigriscono i canti
siamo stanchi di avere
senza mai poter dare;
siamo stanchi di sguardi
in disunite stagioni
che ricongiungono al grembo
depravati mercanti
io lo so, tu lo sai,
siamo fatti di niente
e speriamo ignoranti
luminosi bagliori.

Siamo qui derelitti
come carni spietate
per la bocca dei porci
che ci leccano il culo
mentre stiamo fingendo
un'emerita patria
povera solamente
per chi la sa cantare

piuttosto che erigere
statue o stazioni
clavicembali sghenghi,
malfamate intenzioni,
tentativi di sguardi
da un po' già lacerati
come certe, offuscate,
presunzioni cretine.
 

mirkubu

Vice capitano
6.291
2.652
71
Siamo qui spogli
come alberi o grano
a pretendere un vento
che ci lasci addolcire
le miserie oltraggiose
che impigriscono i canti
siamo stanchi di avere
senza mai poter dare;
siamo stanchi di sguardi
in disunite stagioni
che ricongiungono al grembo
depravati mercanti
io lo so, tu lo sai,
siamo fatti di niente
e speriamo ignoranti
luminosi bagliori.

Siamo qui derelitti
come carni spietate
per la bocca dei porci
che ci leccano il culo
mentre stiamo fingendo
un'emerita patria
povera solamente
per chi la sa cantare

piuttosto che erigere
statue o stazioni
clavicembali sghenghi,
malfamate intenzioni,
tentativi di sguardi
da un po' già lacerati
come certe, offuscate,
presunzioni cretine.
AH! Vedi Obdulio, t'ha ascoltato... Ora te la vedi tu...
 

ambrose_sault

Esordiente
138
45
33
Canzone della bambina portoghese
Canzone delle ragazze che se ne vanno
Inutile
Van Loon
Odysseus
Samantha
Ballando con una sconosciuta
Bizanzio
Cencio
Nostra signora dell'ipocrisia

Auguri Poeta.
 

ambrose_sault

Esordiente
138
45
33
Ode al pivello

se tu vuoi davvero constatare lo squallore
di sinneddotiche frasi irruenti
permetti che ti canti, con negazionato amore
le sbarre che ti porgerei nei bianchi;
-manifesti denti

finanche mostrati, non servono
a servire, il futile, asserito,
patetico squallore
con quale anteponi il diritto garantito
di giudicar sopito
il mio diverso dissapore

Enea lo scrisse imperterrito
a caratteri ancestrali
considerando Afrodite
cagion di tutti mali;
Priamo per l'orecchio
lo riprese dumbeggiando
Anchise di ques'ovvio
ne fece un grigio vanto.

Perdonami l'anafora, patetico Scipione
all'ombra di Cartagine
figura di un coglione;
perdonami l'assenza
di altre stolte rime
finanche il buon Annibale
si diede alle suine.
 
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