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Werckmeister Harmonies

Obdulio Varela

Pallone d'oro
24.719
14.601
97
"mostri da condominio che recitano versi lunghissimi mai finiti, versi mai versi"

Peccato per me, ma de gustibus...


Guccini fans club





C’è una ferrovia che annulla qualsiasi volo di fantasia cerebrale, un posto privo di foglie dondolanti, una macchina algoritmica che si impone senza mai frenare, letti di metallo infiniti cigolano sotto il peso asociale di quei detriti di meteorite appiattito, c’è un pianeta che esplode ad ogni chilometro lasciato alle spalle e dove finiscono le rabbie fumose in ritardo sul vento nessuno lo sa.


Parchi e condomini, terrazzi aromatizzati di barbecue e carbone, iridescenti grate massaggiate da un pennello di buoni propositi. Tutto inglobato nel verso accigliato della macchina, reumatismi di prati gialli di grano a mormorare sconfitta sotto la ruggine a grattare i binari, acqua piovana disinnescata lungo i finestrini scuri e sporchi che negano una sosta gocciolante, brandelli di mani rovesciate a disacculturare qualsiasi capacità di applauso, clap clap clap è soltanto un grugnito di rotaie e combustibile improvvisato, amalgama di odio e indifferenza che pavimenta selciati decrepiti senza possibilità di ponti.

@Alloro
 

ambrose_sault

Esordiente
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- La bella addormentata





A quel tempo, pagine su pagine di spettri ubicati tra fronde di alberi in ville affannate di fuga da luci e città lasciate marcire nelle biblioteche festeggianti enjambement partoriti da poeti scalzi, scuole medie intasate di varicella verso il periodo marzo-aprile, una primavera di dieta involontaria e lo sviluppo del corpo di bambino ad arricciare peli, vizio delle sigarette a portata di accendino, scrittura di un anonimo artigiano a tenermi incollato alla pagina a venire come un regalo da scartare per sapere se effettivamente è.


A quel tempo, oltre la ferrovia, la Bella Addormentata allungata a nascondere piccoli paesi, dalla mia finestra vedevo i suoi seni cuciti da un sole raffinato di maggio, la pietra folta di vegetazione a sincronizzare i colori del cielo con ansie, mia nonna dalla veranda a chiedermi cosa vuoi per cena?


L’estate tra biciclette e campanelli con nomi buffi sporcati dalle nostre impronte digitali e la parola da dire era solo correre, tutte le vie erano un rifugio, tutti i rifugi erano vie strette strettissime dove le gambe mai incastrate, noi, stuzzicadenti a rimbalzare, oscene risate ad accordarsi per il giorno dopo che è sempre, puntualmente, arrivato.





- Lontani dalle finestre





La pioggia sfigura il ferro antiemotivo delle macchine e i fili elettrici sollevati dal suolo graffiano l’aria con intenzioni stanche, mascelle basse di un generale in pensione. Penso alla marcia serale che nel traffico assembla suoni e i balconi sembrano orecchie di gatti infastiditi, viene la primavera o viene l’inverno sono rumori di un’arroganza estiva, lo stesso ghigno da sedia di barbiere a lavoro eseguito, la presunzione di pagare per qualcosa che viene resettato, capelli o barba, signore?


Non può accadere niente con la lentezza delle mattinate in treno, l’insonnia del mondo è reperibile in ogni angolo civilmente spremuto e ad assaggiare, eccoli, i cantori nudi degli addii rimandati, l’eloquenza magica di questi gobbi della scrittura di lettere d’amore e di per sempre, insultati da spirali di vanità artistica posizionata sotto radici inzuppate di alberi nei parchi che sembrano ossa umane, lo ricordi l’ispettore del romanzo giallo? La sua camminata tra fango e stelle negate al cielo?


Se piovere è un momento di relax eccoti un orologio non funzionante per arrivare in ritardo ovunque - perché arrivare? Ti metto punti interrogativi, donna anziana che aggiunge posti a tavola, ti offro la possibilità di un “ecco rispondo”.


Che si allaghi questo cortile e il mondo intero, bavaglio strepitante in materasso, possa soffocare ridendo di tentativo mal riuscito, poi basta speranze, lasciale a chi guida per avere mani su un volante e che i viaggiatori possano pagare il vizio di una distrazione volando in posti mai zappati, dove la terra è a forma di canzone da scrivere.


Ancora pioggia, siamo nel posto sbagliato per restare dietro finestre, occhi da atleti del nichilismo e muscoli nelle contrazioni del cuore, capillari esplosi e mandrie di interventi chirurgici in prossimità dei dubbi, che stracciona la nostra altalena a dondolarci facendo dei nostri capelli una zuppa di liquori secchi.











- La notte è un seno bianco





Il buio è uno strato di pelle bianca a formare un seno, dondolante tra l’imperfezione dei tetti e fantomatiche lune improvvisate da ragazze innamorate a schiudere gli occhi sopra cuscini di case riscaldate.


Una formosità argentina, ricoperta di seta generata da mandrie di dita eleganti nell’intrecciarla tra fiabe riassunte in libri dalle pagine gialle e nostalgie di tempi di guerra, con il dolore del caso e la poesia del ricordo di camini lasciati accesi tutta la notte, con gli sguardi di una strana speranza sgorganti dai volti di madri sempre incinte.


Il mangiare per i randagi è freddo sotto il balenio prolungato dei lampioni, motori rombanti un ritorno a casa decelerano in prossimità dei portoni per infilarsi con gesti tiepidi nei parcheggi. La notte è stesa in un campo di rose senza spine, a masticare loquacità di primule posate da ginocchia religiose.


Il pianto ammorbidito del pomeriggio ha lasciato residui di polvere di falene umane acciottolate lungo il tragitto eternamente incompiuto, che porta ad unire strade infestate di gas in procinto di esplosione e taverne di paglia a ristorare di silenzio avventori piacevolmente sperduti.


Chi le chiama lacrime dovrebbe privarle della sofferenza.


La notte è un seno bianco ad accogliere ginocchia timide di folletti delle lenzuola, la dignità di attese non rimandate per appuntamenti d’amore è dipinta a mani nude nel riflesso di specchi invisibili sospesi tra rami di querce di rigore soldatesco.


Il buio ha sul respiro il compiacimento fisico di una schiena massaggiata, i cespugli di mezzanotte brulicano, falsamente infreddoliti, osservando gambe intrecciate e balconi formato stazione radio ad emettere poemi senza matematica.





- Non addormentatevi mentre nevicano bolle di sapone





Distesi a terra, innaffiando con parole secche la piantagione di idee cadute, muri e coralli falsi, vetri infranti, giornali datàti ad importunare con mestizia rassegnata la liquidità impalpabile di materassi improvvisati.


Buste di plastica adottate per voli di sguardi, dove finiremo calpestando mirtilli disorganizzati fino ad essere polpa incoerente senza zucchero? Volti di donne in fila per pagare, la spesa nei carrelli e le scarpe con tacco di gomma, migliaia di notizie espulse a sedersi moribonde nei discorsi tra bar e lavatrice, balcone e gerani, lo smoking dell’aria è massacrato di tagli insulsi e l’eleganza di una moda interrotta bussa alle piastrelle dei bagni appena sgomberati.


Distesi, senza convertire le braccia a pesi, bocche socchiuse ad esalare sillabe come spalle voltate a denti serrati in attesa di risposta, non c’è peggior silenzio di quello già tradotto in decine di pensieri a venire, i deltaplani affittati dalle nuove generazioni impiegano minuti interi per cadere nel mare e barche senza remi soccorrono a furia di legno tarlato quelle ingenuità a metà strada tra l’onirico e lo pseudo-politico.


Trappole per topi scattano all’unisono, proprio intorno ai nostri corpi millimetrati al suolo, quei germogli ritmici non danno tregua alla fisicità di mani casualmente di passaggio ed è un solo grugnito del cielo gelato a condensare la sofferenza contratta nelle piccole macchine perfette, la robotica studiata ha sorpreso le poetiche improvvisate dai venditori di contatti cutanei e nessun fiore è eretto a vanagloriarsi di resistenza, lo spavento che ci impregna le borse degli occhi sprigiona una languida accettazione, ci addormentiamo come masturbazioni di carrelli trainati verso un baratro e quando ascoltiamo le serrande sollevarsi siamo circondati da un verticale esercito di spighe di grano viola.





- Passeggiando in via senzanome





Via senzanome, raccoglitori ecologici disertati come cimiteri di paese sotto burrasca, l’unico ospite è un ridursi a pozzanghera tra rovi e pietre bianche.


Autobus paralleli al cartello di ingresso dei circa duecentometri, se entri qui non hai nulla di approssimativo per allontanarti facilmente e da qualunque parte tu provenga il bisogno di sole che porti stampato in fronte verrà a cadere imitando batuffoli di ovatta in camere di ferite irrisolvibili.


Cammino in questa via sconfitta a carte da qualche demone ubriaco, vedo la manutenzione dei portoni rastrellata in scarne occasioni di unghie su legno, il sottofondo musicale che mi accompagna durante la mimica dei piedi alternati è una marcia greve balzata sulle orecchie sporche di mendicanti sprovveduti di voce.


Nessuno a cui chiedere l’ora senza ricevere in risposta accenni di filosofie modellate da gengive di un rosso scombussolato nel suo furore, verità non dimostrate, cicatrizzate sotto i crepuscoli dei sorrisi.


Panchine disarcionate da un’essenza rettangolare, a fare da detriti intermittenti tra i palazzi e la zona di traffico sono soltanto accenni di pietra indecisa, frammenti di montagne rovesciatesi, barlumi di architettura masticati a priori da pesi martellanti o zone d’ombra a farsi deturpanti.


Coni di mutismo si rallegrano al tuo rapido proseguire di gambe ed occhi, bestie ingabbiate nella mancanza di speranza esultano alla novità del tuo orrore presuntuosamente mascherato, bastoni da dittatura casalinga sputano dalle finestre, binocoli impossibilitati a testimoniare agli astri l’inferno terreno.











- Majakovskij compra un divano dall’Ikea





Che spengano le luci, tutte. Un fiume incessante ha cozzato nel suo flusso di bambina egocentrica, schianto e silenzio da riempire con parole accurate. Le bocche verticalmente spalancate e orizzontalmente serrate di chi vorrebbe dire ma non ha nulla da, i pantaloni umili di uomini tornati da lavoro che si arrampicano sulla giunzione in grembo di mani miscredenti ma pacifiche, i gesti d’intesa di adolescenti in jeans e chiavi di motorini tenute tra le dita nervose, anelli metallici che attirano l’attenzione di chi non aspetta altro che un diversivo auditivo, qualcosa che non sia imbarazzo.


E io rido.


Fottetevi, lunatiche interpretazioni del dolore, baciamano puzzolenti addomesticati lungo corridoi dorati, scarpe su misura lucidate meticolosamente prima di, fottetevi, con i continenti marziani ai quali racconterete di quando e quanto eravate giovani, con le ringhiere sdentate a trattenervi da un suicidio, unghie masticate per assassinare il tempo sotto la fragranza ironica degli orologi alle pareti, proprio sopra le vostre teste tremanti, fottetevi, biciclette forate incapaci di rotolare lungo una discesa completamente priva di ostacoli, vi manca il senso del vuoto, la vostra moderata assenza è un’offesa alle libidini oziose delle tarantole curve negli angoli, menzogne proliferate a distinti saluti.


Che spengano le luci, occultino la rapidità dei miei denti sollevati insieme alle mascelle. Posso soffocare il mio ultimo suono, trasformando un riso in sonno acquisito.


E non c’è nulla di politico in tutto questo.





- Sogno di una bambina senza più





Da piccola guardavi il sole, assalita nell’emozione da quel prendersi gioco delle luci che si manifestava sopra di te, i labirinti di paese di colpo ridotti ad ovuli grattati giù da immense meteore di giallo-bianco.


Ti costruirono un piccolo rifugio di legno in prossimità del mulino, raccoglievi pietre lisce e candeggiavi la mensola della tua stanza con la sequenza irregolare di quelle forme, immaginavi il mare e le sue rabbie ed euforie di riviera, i piedi dei bagnanti ad importunare goffamente la sabbia, le gengive viola a scivolare dietro le colline, in lontananza, ad implodere nella notte.


La faccia più ovvia della sera si spiega sommessamente, imitando chiavi in postriboli occultati, il movimento rado che scalda l’isteria dell’imbarazzo non concede tremori di dita.


È un abbassare la testa per fossilizzarsi, privati di forza, nel cunicolo adombrato che costeggia quello stesso fiume, le pietre scorticate dalla mancanza di sole adesso imperversano teatralità grigie al cospetto del tuo corpo snodato di sorrisi, il tuo stanco alternare consapevolezze e carie nella rapidità delle dita si nutre di stracci di suoni, cortecce affumicate, corde inzuppate nell’olio.


Quando tiri fuori la testa non trovi più spazio per acconsentire con il respiro alla luce.





- August rain





Pioggia estiva, finita l’acqua restano pozzanghere mobili orientate nel pietriccio, fari a nuotare impacciati lungo la carreggiata, scie grigie a sfumare nella rapidità di un acceleratore innervosito.


Tabelloni stradali a godere di uno splendore improvviso, scendo le scale e arrivo poco oltre il cancello, mi fermo, mani nelle tasche dei jeans, le automobili passano di rado e l’alone acquoso delle loro ruote mi sfiora sempre a pochi centimetri, ho una sigaretta accesa tra le labbra, i gatti non si vedono.


I rami bagnati somigliano ad errori corretti sulle righe inchiostrate dei temi d’italiano.


I balconi affacciati ad est lasciano presagire presenze oniriche nelle stanze, quei rettangoli impregnati di famiglia ad invitare la fragranza piovana, finestre aperte, miracolo climatico, barlume di speranza nella morsa acida dell’afa.


Come se li sentissi respirare, sagome di poeti morti, creature svenate nel loro lugubre aspettare mattino sulle bozze, sventrati nel cervello fino al vuoto colossale dell’abbandono finale, che hanno ripetuto la parola morte fino a cento secondi prima di cedere ad un letto, fissando disperati e confusi le figure scarne ad accompagnare la loro fine.


Mi piace pensarli così, questi anziani che avranno mattina, questi bambini che chiederanno da bere, svegliati dal marrone di presenze psichiche, interrotti nell’alternare sbalzi rallentati del petto e fuoriuscita d’aria dalla bocca.


Proseguo, allontanandomi in direzione del centro della città, scarpe bagnate a ribollire filamenti sopra le suole, fronte smerigliata genitrice di gocce.





  • Se ti viene da




Effettivamente la concretizzazione delle parole sotto i tuoi occhi è ciò che di meglio può capitarti per il sorriso capriccioso della vanità, ma vedi che macchine ferme assorbono ansie lavorative e tu te ne stai a dipingere lettere e sembri soddisfatto, con quell’aria da ascensore a riposo, niente gente e dove ti domanderanno, dove ti permetteranno, dove non hai risposte sarai nei pressi della tranquillità e poi ci sono stati scrittori che hanno chiesto permessi cento, mille, permessi per entrare dalla porta principale, io farò esplodere una bomba atomica nel salotto delle pronunce perfette, signore dalle calze ricamate chiuderanno di getto le gambe le loro vagine ricucite a mano per il signor cazzo della serata saranno alla portata dei maggiordomi repressi che fumano in attesa, le tette rugose dei cinquant’anni visti passare si poseranno su un tavolo freddo e rilucente a formare quattro spaventi in un solo riflesso e dalle stanze della gioventù gli orgasmi incollati agli angoli come ragni bavosi, uno spreco di novità del corpo, sudore a compromettere unghie serrate sulle schiene, questi uomini coppe e trofei, le loro conclusioni di sperma, ve la ricordate F. dagli occhi d’est, le mani piccole di diciannove anni a masturbare su un letto e ti faccio venire con la bocca, ve la ricordate, io sì e poi C. che muoveva la lingua ed eri lì che dicevi non smetterla, ti prego, stai inventando una poesia con la droga delle tue labbra e le lenzuola alle finestre sembravano religioni perforate, apocalisse, fuga d’amore, spavento, urlo liberatorio, end.


Voi che avete camminato storie di guerra e resistenza, voi, come potete andare a suonare campane, come potete permettere che il vento possa soffiare anche all’interno di cattedrali bianche, come fate a rinunciare alle esplosioni di piazze e prigioni casalinghe? I ventilatori sulle vostre mensole puzzano di pelle la pelle che non avete mai bagnato nel fango le pupille di chi è abituato al buio sorridono di piccolezza quando un raggio stupido interrompe la nenia delle ombre, siamo gatti senza egoismo naturale, ci accontentiamo di vedere altri che vogliano, che desiderino attraverso noi, i piedi imbronciati nelle dita fredde ci ricordano un passato a metà strada tra il cristianesimo e la malattia, da quanti anni non prepari un piatto di pasta sorridendo e come fai a scrivere poesie d’amore se ti viene da piangere subito dopo il parto, con quale macchina desideri schiantarti sul primo palo se acceleri di rossore appena ti fai scoprire con mugugni ambigui dal tuo bagno e nessuno sa se stai scrivendo lettere d’addio o cosa? Le bellissime visioni delle finestre io le farò rotolare lungo scale, darò loro la sola possibilità di nascondersi per vergogna, questa mina vagante non è una penna ma un respiro stranito e tutto questo, voi, tutto questo lo chiamate per nome?





- Candele di vetro a spegnersi dalle mie dita





Dovrei iniziare a prepararmi, sto per partire, scordatevi che vi parli della mia direzione, vi ho in pugno, siete miei, boom. Non portatemi i vostri libri di poesie.


Volete che vi parli di qualcosa, vi racconterò una storia di poche ore, accendo una candela di vetro e sono da voi, immaginatemi con un bicchiere ed una mezza sigaretta accesa. E poi i tasti, questi bastardi che mi succhiano l’anima.


Roma, vi dirò soltanto questo, cavalli con tubi di scappamento e isteria della mattina lavorativa, dalla stazione all’albergo, le mie due ore circa non sono che racconti spezzettati, provavo a fissarla negli occhi e lei portava via l’attenzione dalla sua risposta visiva, non per sconfitta, vedeva dentro.


Sole come una rapina a mano armata a tenere a bada ostaggi - c’è un continente intero che suda, ecco l’immagine fissa, prenotatemi un’altra candela, sarà una questione lunga.


Cose che dovranno morire, moriranno presto imitando docce invernali alle sette e venti di mattina, brrr accumulato lungo lo specchio, pelle d’oca, asciugamano, in fretta, verso i vestiti e il dentifricio.


Non avete presente, sono cose che non si memorizzano, per questo, quella dolcezza quasi nascosta, non pronunciata, bambina vestita da donna, i seni sul mio viso mi spostavano sospiri, tra me e lei questo benedetto spettro cancerogeno, oh sì, chiamatelo alcol, bevetene una quantità industriale e presentatevi anche voi, un giorno, di fronte al suo corpo, ditele che l’aspettate mentre va un secondo in bagno. Preparatevi a morire, se ci siete.


Incapace di assecondare quella dolcezza, tranne per la questione dei baci, in quel caso era un istinto, poi arreso e immobile, solo le sue labbra a scendere dal viso verso il petto, nel mio zaino una bottiglia compressa e centinaia di buchi vuoti già riempiti.


Provateci voi.


Roma, semafori ed edicole, rotonde soppesate dal vapore umano strizzato e poi gettato nel mezzo, gente come strofinacci, piedi su piedi, cintura di sicurezza ed occhio sull’orologio.


Sarà che non c’è nulla di cui essere splendenti, come sere incespicanti d’autunno che non sanno di perforare occhi anziani, sarà che in certe stanze ad ore si ascoltano parole false o che ne so, chiamatemi come volete e state a guardare come non spiego nulla ai fiumi, ho montagne sfilacciate nelle mani e lei che da Roma non è mai tornata, non importa il nome di una città quando la lontananza è un tasto schiacciato, irrimediabile registrazione e adesso zittisci quel pulsante che ti rende clinicamente vivo.


La struttura di questa musica malinconica che si presenta al cospetto della stanza è un cono mangiucchiato sui bordi, nulla che rimanga in superficie e microfontane in stile pareti perforate, la clessidra scarica sabbia con la rabbia a disposizione del tempo, fisso granelli generosamente bianchi come a testimoniare la purezza, non serve nessuna parola di conforto a questo accanimento dolce di strumenti sincronizzati, ascolto e ripenso a lei, lingua e byby, sollevandole gli occhiali sulla fronte prima di scendere dalla macchina, quello che dicono gli angeli è carta da zucchero sciolta sotto un concerto di grandine, non ho mai imparato a sigillare i momenti, restituisco al mittente, mangio dopo il crepuscolo delle zanzare estive, mi sorreggo ad un filo elettrico e la scossa mi chiude i pugni, sospeso in aria, sono la considerazione errata di tutti i politici, l’errore di calcolo, la mandria di bufali dispersi con un pastore piangente su una pietra, fottuto, amico, byby anche for you, non comprate mai candele di cera se non sapete scrivere al buio. Tenete conto che il vento c’è, sempre e comunque.
 

ambrose_sault

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Capiap.tolo III









(è quasi finito 'sto strazio, promesso, a settembre vado in Islanda e pace)




- Questi binari morti





Notte sfinita, rombo di macchina esagerato sul freddo del metallo a terra, cicche di sigarette souvenir riciclati, bagni di folla invisibile ad intristire la solidità delle panchine.


Zero caffè, pancia scarna non lo dà a vedere, scritte metropolitane sviluppano giacimenti di petrolio privi di voce, il mio ritardo una stampa scolorita, fame di accumulo di motori.


Non mi ammirare per quello che scrivo, sono folle su un molo disertato dai gabbiani, ci sono ma non posso esserci, carne sotto le ascelle, spiriti piagnucolosi negli armadi, sole non venire, controllore donna sui quaranta passeggia con lo sguardo a terra, concentrazione, bassa di statura, belle gambe allineate da calzoni, tutti dormono, tutti si svegliano, non c’è un solo essere umano nel raggio di venti generazioni e i miei piedi iniziano a chiedere spazio alle scarpe, no, non sono cresciuto in una notte, non ancora, mai, è tutto impossibile, vieni a sussurrarmi la tua capacità in un orecchio sono qui per questo, sto imbrogliando le carte.


Mia solitudine tuo frastuono tra corpi sconosciuti, questo maledetto treno che non si allontana, mi sto dimenticando come si pongono le domande e ho troppa fretta per non marciare passi osceni fottendomene del sangue di chi procede a rilento, arriverò lì, proprio da dove sono partito, con qualche slogatura in più e niente cervello.





Ogni volta che viaggio mi sento raggiunto, la verginità del partire deruba rughe d’esperienza al suono secco delle porte sbattute nel saluto rabbioso.


Svenuto e vivo, due sofferenze in un corpo solidificato ad un sedile, compagni di biglietto, sconosciuti alfabeti tra neve e tabelloni virtuali, condividono di tacito accordo la catalessi fischiata attraverso un regime di cielo albeggiante, stanco di contatto con la natura e panorami gratuiti, sono due fogli di attesa e questa stupida macchina non si decide a farcela, abbiamo un ritardo di, chi bestemmierà per noi, non posso emettere suoni, tramortito da una notte bianca, aspetto.





Il lavoro muove il mondo, che tristezza. Facce, facce, facce. Centinaia di face al minuto, impossibile stare all’aperto se l’aperto sono loro. Ti guardano, ti danno un voto, spostano lo sguardo. Alla prossima vita baby. Stanco, mi si chiudono gli occhi, ho la calligrafia di un bambino disordinato, faccio segni strani e sporchi sul foglio, impiastro.





Tutti fermi, macchinista blatera con un fischietto d’argento ed è davvero tempo di riempire borse, farle esplodere di nullità e lasciarle aride di programmi, dita curate, mani spadaccine, eccola che legge con uno snobismo fiacco, assunto dall’espressione, che tempi per le chiacchiere da corridoio, generale inverno tace, sembra sconfitto, l’anello della ragazza un patto obbligato.





- Non fermare le immagini





Assenzio azzurro, baltico confuso, le ore bevono acqua cristallizzata da bambini scalzi seduti su pietre grandi come i loro corpi, baci dai balconi per messaggi di pace in elmo e fucile, rocambolesco palcoscenico sbronzo a mormorare prossimi appuntamenti, trionfo della ragione, facce incollate al muro, profonda anestesia di sorrisi e sono qui a lucidare le mie pareti senza averle degnate di uno sguardo di polvere, paura del buio, decima sigaretta, alzo il volto al nulla e trovo la mia dignitosa performance divinatoria che mi chiede il conto per il disturbo, alieno, esportato su pianeta di stupidi, esempio da non seguire, diamanti venduti come merda nel paradiso delle pattumiere, non musica ad inneggiare le dicotomie dell’aria ma campane pasticcio di suoni umili, cavallo perdente costretto al sorriso, tempesta di sabbia e luce, eterna luce rossa, spinosa, catrame sanguinante, gabbia inclinata per la liberazione di alveari incrostati su sbarre.





- Dark’s Jogging





Canto di sirene snocciolato lungo asfalto tremante, due di pomeriggio, vapore verde nei pressi di catene di campi coltivati, ginocchia trascinate lungo chilometri imprecisi, devo fermarmi, lo chiede questo corpo.





- E se le cose non si muovessero?





Il sistema nervoso dei mobili manda segnali di sopportazione in direzione di orme continue di fango, lacrime non sgorgate, rampicanti ad annerire zone erogene dei mattoni, biascicano soluzioni di forno a microonde intasato di fumo, mosche tratteggiate nel vuoto corrompono tende respiranti ad impollinarsi di dimenticanza, le case vuote d’estate si rilassano verso le sette di sera, eco di verdure riscaldate e panni stesi a gocciolare sul pietriccio dei cortili, pallacanestro tra balconi e cellulari mantellanti cuore in gola, tutti gli “arriverò presto” strappati ai binari di arrivo delle stazioni a minacciare le corse alla fiducia affettiva con un suono di bustasorpresa spalancata.


E se tu mi parli di libertà io ti rispondo panini al prosciutto, ché almeno si mangiano, soddisfiamo la nostra fame serpentina e queste corse al tempo che non ci danno spazio fino a quando non le facciamo fuori, tutte, il mondo non ha perimetro e i pochi giorni che restano sono sotto una campana di vetro, loschi presagi di speranza, se le cose non si muovessero il mio respiro sarebbe un pinguino rosso o un’anarchia disegnata sui muri, le cose che non esistono fanno sempre un buon effetto, ho acceso una candela per guardarmi allo specchio senza luce e quello che ho visto era un boomerang incazzato, se ti chiedi quanti metri faccia ogni oggetto della tua stanza ti risponderai che i muscoli più resistenti sono quelli delle materialità inciampate, rotte, seminutili, da usare come pattumiera artistica o balorda a seconda del chi o del come.


Tosse di fiume, torrenziale splash disarmante panoramiche, gente rotola giù dai massi per precipitare dove poco prima gli occhi desideravano semplicemente anticalore, freschezza d’animo lanciata in bocca all’ansia afosa delle differenze tra il dire e il fare.





- L’oralità delle cose non viste





Punto esclamativo, lentissimo assistere a cioccolata bollente che cola sui ghiacciai, meduse spettinate nell’acqua e nel frattempo stai lì e nuoti, verso un sole già tramontato, spiaggia assediata da ombrelloni chiusi, febbraio inserito in un post-meriggio estivo, credimi, è possibile tremare anche quando.


Avvicini la tua voglia allargata al mio mutismo, sguardo da vino e lingua tumultuosa dietro i denti, abbracciami come se fossimo ancora quelli che si scrivevano lettere d’amore, non mi chiedevi perché e se c’era un corridoio per smuovere forza io facevo no con la testa, con i falsi bagni di folla, quello che restava era sempre e solo una negazione dei ventagli quando le fronti arrossiscono.


Bastarda notte isterica, ballerina minorenne, rocambolesca azione di guerra, lapide infranta, i tuoi liquidi seminali aggrediscono mancanze di carezze e bastoni, dalle serrande viaggiano ad intermittenza vagiti mimetizzati in radio accese, c’è chi predica il giusto e chi soffoca tra cuscini, porte d’albergo, spartane, cinematografiche, fissate per periodi interminabili da esattori della nullafacenza.


Sono venuto a prendere una follia e il mio zaino si è strappato, ho accumulato roba da gettare eppure il corrimano delle scale mobili ha sempre condiviso la mia assenza di attenzione, quando sono sceso verso di te c’erano alieni in giacca e lavoro che si informavano sulla prossima rivoluzione, il pascolo annoiato si riversa nel burrone e siamo qui a cantarci un “ci vogliamo bene” esattamente sobri e lunatici, con gli attributi delle scale rotte e i presupposti delle non idee, rosicchiati agli angoli, gelati inediti, penetrati alla sporgenza del seno per quel po’ di buono che dal nostro corpo, in questo nuotare antico di braccia armonizzate e scogli bianchi in lontananza, ci siamo arrivati sempre a piedi e certi posti non hanno parcheggi per sospirare la fatica.


Perdo il filo e tu diresti che è qui, sotto gli occhi, una bomba inesplosa, facciamo presto a crederci sconfitti, poi a derivare dalle disattenzioni sono generalmente pezzi d’occhio emarginati, vuoti di memoria, angoli improvvisati con tanto di pareti mobili, viviamo in una casa che dimentica serrature e orgogli di posto dove.


Ma se intrecci le dita, ti dirò, andiamo ancora insieme verso qualcosa, affogàti e liquidi, immobili granite da spaccare, amaro sulla tua lingua finalmente evasa.








- A.M.





Finestre scolpite su labbra di cielo, residui di mani d’artista ad intonare cantilene per il sonno delle macchine indirizzate verso pizzerie quasi sempre propriodietrol’angolo. Mascelle di nostalgia inspiegabile serrate sulla sola opportunità di un viaggio contemplato dai finestrini e secco negli specchi.


Ruote di scorta inginocchiate ai semafori, tabacchi assonnati, pirati del silenzio con un tostapane sottobraccio.


Nessuno stormo in volo, rare celebrazioni dei giardini, minuscoli passi verso la fragranza del panificio arrotondato nel palmo della mano e poi soffiato via lungo i pranzi estivi, crosta eccentrica, molliche, fianchi caldi.





  • P.M




Occhi destati dal riposo, scintilla flebile sul viso, di un rosabianco mordicchiato lentamente dal calore di un lavaggio sbagliato, capezzoli flosci della piccola civiltà rinchiusa in quattro mura.


Vernice azzurra nei gabinetti, fornelli bassi e nasi raffreddati, fango intrappolato tra manti erbosi paralleli tra loro, ora dell’abbandono definitivo dopo un sonno fresco di finestre semichiuse.


Le prove d’orchestra per la musica di mezzogiorno sono inclinate da una parte all’altra della pianura, gusci di nuvole a rispecchiarsi di un bianco monotono sulla fiaccola nera spalmata in orizzontale tra l’asfalto e il gesso incancellabile dei pedoni, me ne sto seduto con la penna in mano e osservo i miei capelli sul pavimento, obesi di disincanto, lunghi un pomeriggio d’ospedale, di un colore ricavato dal bacio inedito di calze bagnate e dita di sesso.








- Impressioni in quadrilatero





Candore massaggiato stancamente sulle schiene nude grattugiate da lenzuola domenicali, bagliore tiepido, sortilegio estivo imbrattato tra capelli sciolti sul cuscino.


Radiopomodoro sintonizzata al centro del tavolo, videocassette in crisi d’astinenza a fare mobilia ricamata in arcobalenico, basilico sventolato in prossimità del davanzale, foglie ruvide senza vene.


Fata bendata, rosso di peccato penetrato nei suoi occhi, paesi perdono sangue in terremoti perché non ho ancora stretto le sue braccia, né sfiorato con senso olfattivo il fruscio curioso dei suoi vestiti, non immagino il suo contatto differente da padelle imbestialite d’olio, eppure in quei frammenti realizzo pelle d’alluminio, presunzione resa cicatrice, trampolino senza molla, piscina assetata.


Porte sbattute, partenze affrettate, la dialettica di questo pensiero è un quadro dipinto a bruciature di sigaretta, i monologhi della mia dispersione non concludono, non conoscono l’ortografia di un punto, la immagino in una tenda di campeggio larga, immensa, le sue dita a muoversi con insicurezza d’asilo allungando fili pendenti, grotta di tela a custodirla, sperma di demonio a pioverle, cuccioli di cane dagli occhi densi di quasi lacrime ad ascoltare infreddoliti, è tutto nella tenda, non ci sono io, che scardino serrature di legumi e VHS, sveglia priva di batterie, inganno sulla mattina, stazione desolata, ruota esplosa, non sono lì e non sono il padre di questa penna da pulire, bottiglia svuotata, orizzontale senza liquido, continuo a pensare e fuggire, pensare e, acido lattico nella voglia.


E quest’uomo che mi guarda chiudere porte, che resta in attesa di un gesto, chiede ascolto con un bacio di libro, dirgli che non è, che la sua tenda non esiste e siamo lontani, fastidio di pietre su ferite aperte, interpreta grida di dolore come richieste di aiuto, continuo a chiudere porte e a fumare, non ho mai imparato a fare anelli con la bocca, se verrò da voi in ginocchio non apritemi.


Ora l’acqua del fiume sussurra parole di dopo-amore alle increspature di sassi affaticati.





- Smog opportuno e bussole errate





Elettricità palpabile nel buco intonato sopra case e piante, vene arzille, flash di inizio pioggia, capillari dorati improvvisati nell’incoscienza di un riparo mancato, sul viso nulla da confondere con l’acqua e i rintocchi della campana sono passi insicuri verso porte socchiuse e semilluminate.


Troppa natura, baci avanzati, fili di telefono srotolati giù per le scale, plastica annusa marmo scadente e io sto sfogliando carta senza degnarla del minimo interesse, anziani a raccontarsi specchiandosi nei vetri gocciolanti, hanno voci affaticate, non riesco a sopportare nessun suono simile, non reggo neanche la malizia involontaria della ragazzina che mi osserva salire le scale, rivolgo per un secondo il mio sguardo verso dove è seduta e ho la conferma del suo braccio teso, non posso portarti su con me perché nonostante tutto sto scendendo, non fidarti delle mie orme invisibili.


La chiave gira, il suo rumore un altoparlante incantato nelle viscere del cimitero diurno che è questa mandria allevata di capre affumicate, smog opportuno, inquinamento celeste, posacenere rovesciato su doccia balsamica.





  • Nessuno che possa chiamarmi per nome




Intenzionato al nulla, V. è sempre una foglia caduta di cui disconosco ormai anche l’albero, a piedi nudi bevo il fresco di quasi settembre ingaggiando una falsa ombra nell’ora pomeridiana.


Porto l’attenzione sui fogli riempiti a mano, manca l’immediatezza della macchina, eppure, senza bersaglio univoco a tenere insieme le parole, acquisisco la concretezza tra l’inchiostro masticato e l’effetto virtuale, sto scrivendo un libro solo e gli orologi danno importanza ai polsi, non ho ancora trovato un lavoro per mantenere intatta la mia sbadataggine, odio le collezioni perché danno un senso di autocontrollo, già c’è altro in fila per questo, troppe stelle che brillano trasformano la luce in fastidio.


Potrei passare la notte mettendo incinte le mie constatazioni da poco conto, oppure, oppure, oppure potrei incamminarmi per un posto dove, a prescindere dalla mia solitudine, nessuno che possa chiamarmi per nome, andarmene di qua e di là ritornando a pensare irrimediabilmente slegato.


Adesso che ci penso un giorno mi disse di essere dispiaciuta dalla mia mancanza di gelosia nei suoi confronti, bambini rossa, unghia da tenere tra le labbra, se ti scrivessi lettere potesti pensarmi barattolo rovesciato, quante gambe e teste ti ho sovrapposto mentre scopavo in alberghi ad una stella, questo tuo modo di imbrogliarmi ogni volta mi costa un bel po’, dovrei darmi al cattolicesimo, potrei saperti e basta, vanagloria di un tempo mai esistito, occhi di cartone inzuppati nella sovrapposizione moribonda dei mesi, vuoto nello stomaco, geloso della tua assenza vado a confortarmi con gli incidenti dell’umanità, datemi una guerra, malattia mentale, aria condizionata ad intasare vie d’uscita, non smettere di bere fissandomi.





- Se l’autunno sfogliasse





Vedi, io posso scrivere fino a domani, ho il presupposto indesiderato della fine, ogni giorno sono slegato su carta e mimando concentrazione non penso mai a questi petali che piovono sui nostri capelli raccolti.


Verrà l’autunno, sposerà passioni di ombrelloni, i bambini assaporeranno il rientro a scuola con la loro individualità invecchiata di un anno, voci meno insicure e calzoni diversi, corse frenate e specchi abituati a riflettere per interi minuti.


Verrà l’autunno, prenderà per mano anziani atleti delle sedie di bar, accompagnati in bagno dopo ore di filosofie calcistiche e politiche immortali, i cigolii delle sedie a dondolo torneranno a disegnare perimetri di stanze.


Verrà l’autunno, decrepito e malato, lago di ossa tremanti a seccarsi sotto il comporre noia dei calendari.





- Calpestando erba demoralizzata





Pietà nei confronti di queste allodole scimmiottanti campanili, austerità di ginocchia spirituali assorte in vespri reclutati al perdono delle mani strette a sospiri senza condominio; così si pone il terreno, costellazioni erbacee soffiate con forza, collo accarezzato con violenza, vivisezione accigliata di capelli in balia del vento.





- Oziando sul pavimento





Contesto liquido, pomata sciolta su pelle, rotolare vorticoso di fiato, palestra di sensi, lasciarsi guidare senza cinture di sicurezza, senza impatto, volto falsamente sfigurato da correnti non catalogate, rabbie moribonde, fuoco di labbra abbassato, gocce al culmine delle finestre sotto pupille dorate d’ozio.


Mi sveglio in questo letto abbracciato da faraoni dallo sguardo ferreo e vagiti delle ciglia a sbattere nel vuoto hanno lasciato polvere di bronzo sulle lenzuola.


Raggi dall’esterno, sono omicidi confessati alla plastica protettiva sulle lancette delle sveglie, percorro passi di insonnia verso il caffè e le fauci della civiltà attiva mi scuotono la testa, orgasmo di nicotina.


Posti che si tengono per mano, interi condomini uno sgradevole sorriso plurilingue, bordi delle strade pascolati da plastica suburbana, ammaccature perimetrate da ruggine sui seni sobri dei pali della luce, brindisi annoiato schiena contro schiena di cielo giorno.





- partenza-Ri





Treno in ritardo, quarantacinque minuti, quattro sigarette in meno, orari a puttane e non so quando arrivo da te e con quali labbra sarò a sorriderti, gambe nei calzoni, penso al tuo culo parallelo alla mia schiena, nessun senso di possesso e non so cosa potrò sgridare alle lenzuola di letto lanciato contro mattonelle, mi farò trascinare dai binari, non questi calpestati dal biglietto tariffa intera, divinità degli obiettivi raggiunti, non bevo da non so quanti giorni e se riesco ad immaginare qualcosa è proprio questa forma mammistica a contenere vino, eppure, ingenui poeti senza penna, eppure le stelle non mi dicono nulla e i campi verdi non sono letterature sulle quali riversare orrori di pareti devastate, dubbi di ceramica, glorie attese trascinando polsi su ruggine, lana sulle gambe, buste di spesa a fermentare cascate di contenitori, rotolare ingegnoso, sfericità dei rettangoli disangolati, scrittura che non ti bacia sul viso ed io non ti sto scrivendo nessuna storia d’amore, questa ragazza che legge disegni animati è seduta proprio davanti ai miei lacci sospesi in aria, davanti all’inchiostro sterile che non ha tratti, fiato a mancare, quattrocento chilometri dal quadro della notte appena trascorsa e continuo ad allontanarmi, angoscia distribuita è pozzanghera a schizzare fango negli occhi, non ne uscirò pulito, non vi sono entrato pulito, se avessi un orologio al polso lo getterei a terra, non per fermare il tempo, per illudermi di romperlo, ché non riprenda a decidere sudori o lamentale, ché non si prenda più la briga di scendere scale ammuffite schernendo la rapidità degli ascensori, la tragedia del treno giunto si compie mentre penso alla modernità delle cicale che scompigliano la destrezza sobria degli ultimi istanti di sonno.
 

Obdulio Varela

Pallone d'oro
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Capiap.tolo III









(è quasi finito 'sto strazio, promesso, a settembre vado in Islanda e pace)




- Questi binari morti





Notte sfinita, rombo di macchina esagerato sul freddo del metallo a terra, cicche di sigarette souvenir riciclati, bagni di folla invisibile ad intristire la solidità delle panchine.


Zero caffè, pancia scarna non lo dà a vedere, scritte metropolitane sviluppano giacimenti di petrolio privi di voce, il mio ritardo una stampa scolorita, fame di accumulo di motori.


Non mi ammirare per quello che scrivo, sono folle su un molo disertato dai gabbiani, ci sono ma non posso esserci, carne sotto le ascelle, spiriti piagnucolosi negli armadi, sole non venire, controllore donna sui quaranta passeggia con lo sguardo a terra, concentrazione, bassa di statura, belle gambe allineate da calzoni, tutti dormono, tutti si svegliano, non c’è un solo essere umano nel raggio di venti generazioni e i miei piedi iniziano a chiedere spazio alle scarpe, no, non sono cresciuto in una notte, non ancora, mai, è tutto impossibile, vieni a sussurrarmi la tua capacità in un orecchio sono qui per questo, sto imbrogliando le carte.


Mia solitudine tuo frastuono tra corpi sconosciuti, questo maledetto treno che non si allontana, mi sto dimenticando come si pongono le domande e ho troppa fretta per non marciare passi osceni fottendomene del sangue di chi procede a rilento, arriverò lì, proprio da dove sono partito, con qualche slogatura in più e niente cervello.





Ogni volta che viaggio mi sento raggiunto, la verginità del partire deruba rughe d’esperienza al suono secco delle porte sbattute nel saluto rabbioso.


Svenuto e vivo, due sofferenze in un corpo solidificato ad un sedile, compagni di biglietto, sconosciuti alfabeti tra neve e tabelloni virtuali, condividono di tacito accordo la catalessi fischiata attraverso un regime di cielo albeggiante, stanco di contatto con la natura e panorami gratuiti, sono due fogli di attesa e questa stupida macchina non si decide a farcela, abbiamo un ritardo di, chi bestemmierà per noi, non posso emettere suoni, tramortito da una notte bianca, aspetto.





Il lavoro muove il mondo, che tristezza. Facce, facce, facce. Centinaia di face al minuto, impossibile stare all’aperto se l’aperto sono loro. Ti guardano, ti danno un voto, spostano lo sguardo. Alla prossima vita baby. Stanco, mi si chiudono gli occhi, ho la calligrafia di un bambino disordinato, faccio segni strani e sporchi sul foglio, impiastro.





Tutti fermi, macchinista blatera con un fischietto d’argento ed è davvero tempo di riempire borse, farle esplodere di nullità e lasciarle aride di programmi, dita curate, mani spadaccine, eccola che legge con uno snobismo fiacco, assunto dall’espressione, che tempi per le chiacchiere da corridoio, generale inverno tace, sembra sconfitto, l’anello della ragazza un patto obbligato.





- Non fermare le immagini





Assenzio azzurro, baltico confuso, le ore bevono acqua cristallizzata da bambini scalzi seduti su pietre grandi come i loro corpi, baci dai balconi per messaggi di pace in elmo e fucile, rocambolesco palcoscenico sbronzo a mormorare prossimi appuntamenti, trionfo della ragione, facce incollate al muro, profonda anestesia di sorrisi e sono qui a lucidare le mie pareti senza averle degnate di uno sguardo di polvere, paura del buio, decima sigaretta, alzo il volto al nulla e trovo la mia dignitosa performance divinatoria che mi chiede il conto per il disturbo, alieno, esportato su pianeta di stupidi, esempio da non seguire, diamanti venduti come merda nel paradiso delle pattumiere, non musica ad inneggiare le dicotomie dell’aria ma campane pasticcio di suoni umili, cavallo perdente costretto al sorriso, tempesta di sabbia e luce, eterna luce rossa, spinosa, catrame sanguinante, gabbia inclinata per la liberazione di alveari incrostati su sbarre.





- Dark’s Jogging





Canto di sirene snocciolato lungo asfalto tremante, due di pomeriggio, vapore verde nei pressi di catene di campi coltivati, ginocchia trascinate lungo chilometri imprecisi, devo fermarmi, lo chiede questo corpo.





- E se le cose non si muovessero?





Il sistema nervoso dei mobili manda segnali di sopportazione in direzione di orme continue di fango, lacrime non sgorgate, rampicanti ad annerire zone erogene dei mattoni, biascicano soluzioni di forno a microonde intasato di fumo, mosche tratteggiate nel vuoto corrompono tende respiranti ad impollinarsi di dimenticanza, le case vuote d’estate si rilassano verso le sette di sera, eco di verdure riscaldate e panni stesi a gocciolare sul pietriccio dei cortili, pallacanestro tra balconi e cellulari mantellanti cuore in gola, tutti gli “arriverò presto” strappati ai binari di arrivo delle stazioni a minacciare le corse alla fiducia affettiva con un suono di bustasorpresa spalancata.


E se tu mi parli di libertà io ti rispondo panini al prosciutto, ché almeno si mangiano, soddisfiamo la nostra fame serpentina e queste corse al tempo che non ci danno spazio fino a quando non le facciamo fuori, tutte, il mondo non ha perimetro e i pochi giorni che restano sono sotto una campana di vetro, loschi presagi di speranza, se le cose non si muovessero il mio respiro sarebbe un pinguino rosso o un’anarchia disegnata sui muri, le cose che non esistono fanno sempre un buon effetto, ho acceso una candela per guardarmi allo specchio senza luce e quello che ho visto era un boomerang incazzato, se ti chiedi quanti metri faccia ogni oggetto della tua stanza ti risponderai che i muscoli più resistenti sono quelli delle materialità inciampate, rotte, seminutili, da usare come pattumiera artistica o balorda a seconda del chi o del come.


Tosse di fiume, torrenziale splash disarmante panoramiche, gente rotola giù dai massi per precipitare dove poco prima gli occhi desideravano semplicemente anticalore, freschezza d’animo lanciata in bocca all’ansia afosa delle differenze tra il dire e il fare.





- L’oralità delle cose non viste





Punto esclamativo, lentissimo assistere a cioccolata bollente che cola sui ghiacciai, meduse spettinate nell’acqua e nel frattempo stai lì e nuoti, verso un sole già tramontato, spiaggia assediata da ombrelloni chiusi, febbraio inserito in un post-meriggio estivo, credimi, è possibile tremare anche quando.


Avvicini la tua voglia allargata al mio mutismo, sguardo da vino e lingua tumultuosa dietro i denti, abbracciami come se fossimo ancora quelli che si scrivevano lettere d’amore, non mi chiedevi perché e se c’era un corridoio per smuovere forza io facevo no con la testa, con i falsi bagni di folla, quello che restava era sempre e solo una negazione dei ventagli quando le fronti arrossiscono.


Bastarda notte isterica, ballerina minorenne, rocambolesca azione di guerra, lapide infranta, i tuoi liquidi seminali aggrediscono mancanze di carezze e bastoni, dalle serrande viaggiano ad intermittenza vagiti mimetizzati in radio accese, c’è chi predica il giusto e chi soffoca tra cuscini, porte d’albergo, spartane, cinematografiche, fissate per periodi interminabili da esattori della nullafacenza.


Sono venuto a prendere una follia e il mio zaino si è strappato, ho accumulato roba da gettare eppure il corrimano delle scale mobili ha sempre condiviso la mia assenza di attenzione, quando sono sceso verso di te c’erano alieni in giacca e lavoro che si informavano sulla prossima rivoluzione, il pascolo annoiato si riversa nel burrone e siamo qui a cantarci un “ci vogliamo bene” esattamente sobri e lunatici, con gli attributi delle scale rotte e i presupposti delle non idee, rosicchiati agli angoli, gelati inediti, penetrati alla sporgenza del seno per quel po’ di buono che dal nostro corpo, in questo nuotare antico di braccia armonizzate e scogli bianchi in lontananza, ci siamo arrivati sempre a piedi e certi posti non hanno parcheggi per sospirare la fatica.


Perdo il filo e tu diresti che è qui, sotto gli occhi, una bomba inesplosa, facciamo presto a crederci sconfitti, poi a derivare dalle disattenzioni sono generalmente pezzi d’occhio emarginati, vuoti di memoria, angoli improvvisati con tanto di pareti mobili, viviamo in una casa che dimentica serrature e orgogli di posto dove.


Ma se intrecci le dita, ti dirò, andiamo ancora insieme verso qualcosa, affogàti e liquidi, immobili granite da spaccare, amaro sulla tua lingua finalmente evasa.








- A.M.





Finestre scolpite su labbra di cielo, residui di mani d’artista ad intonare cantilene per il sonno delle macchine indirizzate verso pizzerie quasi sempre propriodietrol’angolo. Mascelle di nostalgia inspiegabile serrate sulla sola opportunità di un viaggio contemplato dai finestrini e secco negli specchi.


Ruote di scorta inginocchiate ai semafori, tabacchi assonnati, pirati del silenzio con un tostapane sottobraccio.


Nessuno stormo in volo, rare celebrazioni dei giardini, minuscoli passi verso la fragranza del panificio arrotondato nel palmo della mano e poi soffiato via lungo i pranzi estivi, crosta eccentrica, molliche, fianchi caldi.





  • P.M




Occhi destati dal riposo, scintilla flebile sul viso, di un rosabianco mordicchiato lentamente dal calore di un lavaggio sbagliato, capezzoli flosci della piccola civiltà rinchiusa in quattro mura.


Vernice azzurra nei gabinetti, fornelli bassi e nasi raffreddati, fango intrappolato tra manti erbosi paralleli tra loro, ora dell’abbandono definitivo dopo un sonno fresco di finestre semichiuse.


Le prove d’orchestra per la musica di mezzogiorno sono inclinate da una parte all’altra della pianura, gusci di nuvole a rispecchiarsi di un bianco monotono sulla fiaccola nera spalmata in orizzontale tra l’asfalto e il gesso incancellabile dei pedoni, me ne sto seduto con la penna in mano e osservo i miei capelli sul pavimento, obesi di disincanto, lunghi un pomeriggio d’ospedale, di un colore ricavato dal bacio inedito di calze bagnate e dita di sesso.








- Impressioni in quadrilatero





Candore massaggiato stancamente sulle schiene nude grattugiate da lenzuola domenicali, bagliore tiepido, sortilegio estivo imbrattato tra capelli sciolti sul cuscino.


Radiopomodoro sintonizzata al centro del tavolo, videocassette in crisi d’astinenza a fare mobilia ricamata in arcobalenico, basilico sventolato in prossimità del davanzale, foglie ruvide senza vene.


Fata bendata, rosso di peccato penetrato nei suoi occhi, paesi perdono sangue in terremoti perché non ho ancora stretto le sue braccia, né sfiorato con senso olfattivo il fruscio curioso dei suoi vestiti, non immagino il suo contatto differente da padelle imbestialite d’olio, eppure in quei frammenti realizzo pelle d’alluminio, presunzione resa cicatrice, trampolino senza molla, piscina assetata.


Porte sbattute, partenze affrettate, la dialettica di questo pensiero è un quadro dipinto a bruciature di sigaretta, i monologhi della mia dispersione non concludono, non conoscono l’ortografia di un punto, la immagino in una tenda di campeggio larga, immensa, le sue dita a muoversi con insicurezza d’asilo allungando fili pendenti, grotta di tela a custodirla, sperma di demonio a pioverle, cuccioli di cane dagli occhi densi di quasi lacrime ad ascoltare infreddoliti, è tutto nella tenda, non ci sono io, che scardino serrature di legumi e VHS, sveglia priva di batterie, inganno sulla mattina, stazione desolata, ruota esplosa, non sono lì e non sono il padre di questa penna da pulire, bottiglia svuotata, orizzontale senza liquido, continuo a pensare e fuggire, pensare e, acido lattico nella voglia.


E quest’uomo che mi guarda chiudere porte, che resta in attesa di un gesto, chiede ascolto con un bacio di libro, dirgli che non è, che la sua tenda non esiste e siamo lontani, fastidio di pietre su ferite aperte, interpreta grida di dolore come richieste di aiuto, continuo a chiudere porte e a fumare, non ho mai imparato a fare anelli con la bocca, se verrò da voi in ginocchio non apritemi.


Ora l’acqua del fiume sussurra parole di dopo-amore alle increspature di sassi affaticati.





- Smog opportuno e bussole errate





Elettricità palpabile nel buco intonato sopra case e piante, vene arzille, flash di inizio pioggia, capillari dorati improvvisati nell’incoscienza di un riparo mancato, sul viso nulla da confondere con l’acqua e i rintocchi della campana sono passi insicuri verso porte socchiuse e semilluminate.


Troppa natura, baci avanzati, fili di telefono srotolati giù per le scale, plastica annusa marmo scadente e io sto sfogliando carta senza degnarla del minimo interesse, anziani a raccontarsi specchiandosi nei vetri gocciolanti, hanno voci affaticate, non riesco a sopportare nessun suono simile, non reggo neanche la malizia involontaria della ragazzina che mi osserva salire le scale, rivolgo per un secondo il mio sguardo verso dove è seduta e ho la conferma del suo braccio teso, non posso portarti su con me perché nonostante tutto sto scendendo, non fidarti delle mie orme invisibili.


La chiave gira, il suo rumore un altoparlante incantato nelle viscere del cimitero diurno che è questa mandria allevata di capre affumicate, smog opportuno, inquinamento celeste, posacenere rovesciato su doccia balsamica.





  • Nessuno che possa chiamarmi per nome




Intenzionato al nulla, V. è sempre una foglia caduta di cui disconosco ormai anche l’albero, a piedi nudi bevo il fresco di quasi settembre ingaggiando una falsa ombra nell’ora pomeridiana.


Porto l’attenzione sui fogli riempiti a mano, manca l’immediatezza della macchina, eppure, senza bersaglio univoco a tenere insieme le parole, acquisisco la concretezza tra l’inchiostro masticato e l’effetto virtuale, sto scrivendo un libro solo e gli orologi danno importanza ai polsi, non ho ancora trovato un lavoro per mantenere intatta la mia sbadataggine, odio le collezioni perché danno un senso di autocontrollo, già c’è altro in fila per questo, troppe stelle che brillano trasformano la luce in fastidio.


Potrei passare la notte mettendo incinte le mie constatazioni da poco conto, oppure, oppure, oppure potrei incamminarmi per un posto dove, a prescindere dalla mia solitudine, nessuno che possa chiamarmi per nome, andarmene di qua e di là ritornando a pensare irrimediabilmente slegato.


Adesso che ci penso un giorno mi disse di essere dispiaciuta dalla mia mancanza di gelosia nei suoi confronti, bambini rossa, unghia da tenere tra le labbra, se ti scrivessi lettere potesti pensarmi barattolo rovesciato, quante gambe e teste ti ho sovrapposto mentre scopavo in alberghi ad una stella, questo tuo modo di imbrogliarmi ogni volta mi costa un bel po’, dovrei darmi al cattolicesimo, potrei saperti e basta, vanagloria di un tempo mai esistito, occhi di cartone inzuppati nella sovrapposizione moribonda dei mesi, vuoto nello stomaco, geloso della tua assenza vado a confortarmi con gli incidenti dell’umanità, datemi una guerra, malattia mentale, aria condizionata ad intasare vie d’uscita, non smettere di bere fissandomi.





- Se l’autunno sfogliasse





Vedi, io posso scrivere fino a domani, ho il presupposto indesiderato della fine, ogni giorno sono slegato su carta e mimando concentrazione non penso mai a questi petali che piovono sui nostri capelli raccolti.


Verrà l’autunno, sposerà passioni di ombrelloni, i bambini assaporeranno il rientro a scuola con la loro individualità invecchiata di un anno, voci meno insicure e calzoni diversi, corse frenate e specchi abituati a riflettere per interi minuti.


Verrà l’autunno, prenderà per mano anziani atleti delle sedie di bar, accompagnati in bagno dopo ore di filosofie calcistiche e politiche immortali, i cigolii delle sedie a dondolo torneranno a disegnare perimetri di stanze.


Verrà l’autunno, decrepito e malato, lago di ossa tremanti a seccarsi sotto il comporre noia dei calendari.





- Calpestando erba demoralizzata





Pietà nei confronti di queste allodole scimmiottanti campanili, austerità di ginocchia spirituali assorte in vespri reclutati al perdono delle mani strette a sospiri senza condominio; così si pone il terreno, costellazioni erbacee soffiate con forza, collo accarezzato con violenza, vivisezione accigliata di capelli in balia del vento.





- Oziando sul pavimento





Contesto liquido, pomata sciolta su pelle, rotolare vorticoso di fiato, palestra di sensi, lasciarsi guidare senza cinture di sicurezza, senza impatto, volto falsamente sfigurato da correnti non catalogate, rabbie moribonde, fuoco di labbra abbassato, gocce al culmine delle finestre sotto pupille dorate d’ozio.


Mi sveglio in questo letto abbracciato da faraoni dallo sguardo ferreo e vagiti delle ciglia a sbattere nel vuoto hanno lasciato polvere di bronzo sulle lenzuola.


Raggi dall’esterno, sono omicidi confessati alla plastica protettiva sulle lancette delle sveglie, percorro passi di insonnia verso il caffè e le fauci della civiltà attiva mi scuotono la testa, orgasmo di nicotina.


Posti che si tengono per mano, interi condomini uno sgradevole sorriso plurilingue, bordi delle strade pascolati da plastica suburbana, ammaccature perimetrate da ruggine sui seni sobri dei pali della luce, brindisi annoiato schiena contro schiena di cielo giorno.





- partenza-Ri





Treno in ritardo, quarantacinque minuti, quattro sigarette in meno, orari a puttane e non so quando arrivo da te e con quali labbra sarò a sorriderti, gambe nei calzoni, penso al tuo culo parallelo alla mia schiena, nessun senso di possesso e non so cosa potrò sgridare alle lenzuola di letto lanciato contro mattonelle, mi farò trascinare dai binari, non questi calpestati dal biglietto tariffa intera, divinità degli obiettivi raggiunti, non bevo da non so quanti giorni e se riesco ad immaginare qualcosa è proprio questa forma mammistica a contenere vino, eppure, ingenui poeti senza penna, eppure le stelle non mi dicono nulla e i campi verdi non sono letterature sulle quali riversare orrori di pareti devastate, dubbi di ceramica, glorie attese trascinando polsi su ruggine, lana sulle gambe, buste di spesa a fermentare cascate di contenitori, rotolare ingegnoso, sfericità dei rettangoli disangolati, scrittura che non ti bacia sul viso ed io non ti sto scrivendo nessuna storia d’amore, questa ragazza che legge disegni animati è seduta proprio davanti ai miei lacci sospesi in aria, davanti all’inchiostro sterile che non ha tratti, fiato a mancare, quattrocento chilometri dal quadro della notte appena trascorsa e continuo ad allontanarmi, angoscia distribuita è pozzanghera a schizzare fango negli occhi, non ne uscirò pulito, non vi sono entrato pulito, se avessi un orologio al polso lo getterei a terra, non per fermare il tempo, per illudermi di romperlo, ché non riprenda a decidere sudori o lamentale, ché non si prenda più la briga di scendere scale ammuffite schernendo la rapidità degli ascensori, la tragedia del treno giunto si compie mentre penso alla modernità delle cicale che scompigliano la destrezza sobria degli ultimi istanti di sonno.
Ambrose, non te ne andare oppure da quella Thule,
Non più ultima, manda qui ancora i tuoi lamenti:
Lo strazio è solo tuo; nostri gli smarrimenti.
Comunque, a quanto vedo, non viaggi come un baule.
 
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Capitolo IV














- Il titolo è una presa di coscienza





I titoli, ah, i titoli, ci vogliono una quarantina d’anni per un titolo passabile, te lo appunti alla maglia e se non brilla come una spilla d’oro cerchi una sistemazione comunque decente, venti per scriverlo e gli altri per non cancellarlo, poi ti metti un qualcosa addosso e i capelli e le spalle, tutto un concerto mosso a volontà, seta che possa proteggerti dall’anonimo interesse delle scale a gradini saltati per la fretta, con questa frase mozzata in testa, vai gridando il tuo titolo e se nessuno lo ascolta sniffi ottimismo dalla loro incapacità, queste musiche devastatrici non hanno mai chiesto strumenti e a dare ritmo è proprio ciò che ti accompagna posandoti ad un domani tenero, senza ossa, masticabile. Ingoiabile.


Digerire i chiasmi dei cigolii negli appartamenti, conoscere i lati rozzi delle mani che dipingono falene, barcollare su una piattaforma di irresistibile lucentezza, mai pronto a tavola eppure da tempo la fame è passata senza troppe questioni, deve esserci qualcosa di saziabile alla portata delle maniglie rotte e dei sessi portati all’estremo in quelle notti dove non c’è altra possibilità, sulle panchine eserciti di cavalli impazziti si abbracciano in una corsa all’ultima spinta, come una promessa mantenuta al proprio orgoglio, legno che cede e sangue da poco conto.


Tutto ciò che non ha un titolo possiede punti di quasi fine, stai lì a chiederti se è il caso di voltare pagina, la paura di uno spazio bianco è il tuo non poter camminare senza mani a reggerti per le spalle, gli aquiloni lasciati in sollevamento verso chissà cosa sono sempre di colori sgargianti, mai che ne abbia visto uno intinto di paura, i buchi di vecchiaia sono constatazioni di esperienza e i filamenti penzolanti rendono poetico il gesto sfumato nel bianco d’aria, eppure nessuno che corra con la bocca rivolta verso il basso, il titolo dov’è? Non c’è, stiamo cercando qualcosa di non tratteggiato, i corridoi degli edifici si nutrono di ragnatele cangianti e le scrivanie episcopali di uomini intenti all’estetismo dell’architettura di salvadanai senza fessure si danno pace assistendo a gesti di insicurezza poco prima dei cappi al collo, cosa importa dei diseredati dalle panchine che fumano incenso osceno, i titoli delle gambe intraviste dagli sportelli delle automobili sono illuminati di erezione, cosa importa dei lamenti dei gatti che sono capolavori del suono.





- Con le caviglie riemerse dall’acqua





Settembre, antenne in ricezione, segni di sole sul viso e siamo giunti anche quest’anno ai preparativi per qualcosa che e qualcosa come, bagaglio musicale arricchito, i piedi di chi non corre più sugli asfalti ci guardano dalle cornici dicendoci sorrisi e insinuando provocazioni antidepressive, pianisti privi di dita intercettano simmetrie di note spezzate e guardarli destreggiarsi sul legno antico che imbalsama gli appartamenti è segno di fiducia malcelata nelle radici.


Poi settembre e i preventivi, cambi di armadi e scotch intorno ai quaderni, pastelli posati su carta accarezzando righe invisibili, ogni andare a capo è un obiettivo da perseguire.


Non c’è solitudine nelle passeggiate pomeridiane di rughe e bastoni, i loro tornei di bocce raccontano aneddoti custoditi in bestemmie di tiri sbagliati, nessuno osserva la passione cinica di una briscola amaranto su nubi terrene che sono tavoli che hanno fatto e dato storia.


Decine di Alcatraz impercettibili compongono il mosaico delle mattine adolescenziali, ultime birre tra sabbia e jeans, ombrelloni semiaddormentati contemplano la brezza nostalgica che avverte naviganti e studenti, nel raggio di poche decine di semafori tutti gli incroci sono indebitati di passaggi di motori, nessun traffico di riviera, caffè spettinati approfittano della mancanza di vita per dedicarsi all’ozio di un breve sporco di bancone che nessuno noterà, capelli plasmati da aromi esotici adombrano occhi ancora giovani.





- Ma certo che è permesso





Per dimostrarmi pienezza d’animo si presenta qui, sotto il mio portone, intermezzo tra ruote di biciclette appena gonfiate, palcoscenici millimetrici di insetti non identificati ad assassinare fori di cantine e plastica non riciclabile, si presenta con questa tipa con la coda di capelli intrappolata in un celeste di fiocco di nascita e gli occhi seriosi, già annuso aria di guai tenuti nascosti, scontentezza repressa, cose che non vengono mai da sole. Mi piego sul suo “chi si rivede”, sono una conchiglia che consuma benzina viola, fustino di detersivo riempito di vetri rotti, passamontagna sotto il sole, ha scelto il momento peggiore per constatare la vanagloria di un ricordo di banchi di superiori, ovvero mentre sto portando avanti il libro.


Ha sentito che sono partito e poi tornato, che tutto accade, che è bello ritrovarsi e tanti altri che allineati e di colpo la mia stanza è un’anticaglia di “ah sì”, gli chiedo del lavoro e mi risponde che va tutto bene, qualcosa sui tubi di scappamento, ho l’attenzione rivolta all’orologio e non c’è tempo da perdere, sì, stavo scrivendo, sì, lo faccio ancora, no, nessuna novità importante e se ti riferisci al sogno di piccolo Jack non ti resta altra possibilità se non quella del ricordo del ricordo, proprio come sfogliare album di fotografie e dire “ah sì, quante potenzialità nel sogno allora”.


Nel frattempo hanno messo su una mitragliatrice pacifica che ammazza cemento e tutto il rumore dell’occidente si fa serpente a dondolare nel sole, quieto interrompere un libro, pattini a rotelle nelle orecchie, lui continua a raccontarsi facendomi parte della grande evoluzione post-adolescenziale e penso alle chiacchiere da bambino che non ho fatto a tempo a concludere, volevo sapere colori di caramelle e mi hanno messo in bocca qualsiasi cosa, spaghetti allo zucchero e cioccolata sciolta, dicendomi perché no.


La mia gatta si sta pulendo il culo sulla scrivania, la guardo, la ragazza la guarda, il mio amico la guarda. Ecco una che non se ne frega un cazzo, se ne sta lì a pulirsi il culo di fronte agli estranei e figurarsi se si pone questioni, non la smette mica, mi viene da ridere al pensiero di un uomo che inizia a farsi un bidet in mezzo alla stanza, devo comprare qualcosa ma ho dimenticato cosa, la gatta si allontana verso l’ingresso.


Conversatore inutile, mi posa una mano sulla spalla e chiede quando sarà la prossima volta che, rinuncio a sorridere di cinismo e il mio sguardo è quello delle panchine punzecchiate da pini di parco, certe volte non sai se sono addobbi o coercizioni della natura, la casualità della cosa ti sfugge, non la reggi, non ne fai un dramma, certo, ma è pur sempre inspiegabile e se vuoi puoi prendertela con il vento, con gli amici che tornano per rassicurarti del fatto che sono vivi, con le pernacchie del cielo che non fa mai sul serio pioggia, settembre è un pinguino in attesa di salto nell’acqua ghiacciata e sul baratro galleggia di idee di polistirolo, settembre mi fa pensare anche a maestre di scuola con permanenti del primo giorno installate sulla testa come assegni in cornice, scrivo periodi lunghi perché non mi piace fermarmi, provate a mettere punti mentre scopate, prima dell’orgasmo, e ditemi se è una bella sensazione - se vi piace pensarlo, le virgole possono essere carezze.





- Dopopranzo





14.07 caffè nel bicchiere verde, come un porco borghese, sigaretta parallela al posacenere e gli occhi di Ernesto dipinti sul salvadanaio, dalla cucina ticchettii di scopa infilata negli spazi stretti di sedie e gambe di tavolo, nessuno sa se il battito di mani proveniente dal palazzo di fronte è di esultanza per la fine o cosa. Ma esistono anche i fischi, ad averci le labbra in grado di arricciarsi ed emettere suono senza parole.


Pasolini addormentato nell’acqua, amante con dieci nomi nella pelle, le crisi di panico dei telefoni progrediscono assaltando furgoni portavalori che sono piante di basilico innaffiate a metà spazio tra sole ed ombra, nessuno che fermi queste macchine fiorite nei giardini di cortile e lanciate a fionda sulle direzioni, pali della luce scudi alzati.





- Stanza zingara





Prenotiamo in questo albergo, una doppia e carta d’identità, i signori pagano in anticipo? Ecco a lei - quando ti chiamano signore ti viene spontaneo tirare fuori la banconota, questi stronzi puntano tutto sull’educazione, hanno scale e manifesti, ascensori, chiavi, battiscopa nelle stanze e tendine alle finestre educate.


Ho voglia di rinchiudermi nella stanza e poi nel letto, datemi un labirinto e non inventate uomini capaci di seguire il mio stesso percorso zigzagato, convertite le proprietà dello spazio e create per loro altre stanze, altre lenzuola pulite, altri armadi di plastica, bagni putridi di inutilità e serrature.


Entriamo, chiudo a chiave, il pomeriggio inventa spazi temporali silenziosi addomesticando il catrame cittadino, so del suo sguardo sulla mia schiena e sorrido senza voltarmi, se scorge sul mio profilo la fossetta ricamata sulla guancia è finita.


Le sue dita arrivano meditate ai fianchi, si calpestano tra di loro avanzando snelle sulle unghie-tacchi, un graffio ampliato a mimare l’avvitamento di un chiodo, la sento.





- Se hai proprio scelto di





Se mi segui sarà mal di testa, girotondo d’asilo, mani nelle mani e vortice di corpo gracile schiantato sul manto erboso, pensieri sovrapposti, piramidali, resi avvolgibile e sottomessi all’incoerenza di un intreccio emozionale, sarà balbuzie nella dialettica perfetta.


Se provi davvero a tentare il percorso di queste parole, non hai scampo, finisci brillante incastonato tra collana e seno, respiro a fatica, sudore moltiplicato in prossimità delle prime rughe, capelli bianchi ad incrementare il passo zelante delle stagioni e non farti venire una qualsiasi idea, ventilatore raccapricciato in un angolo invernale, scarpe senza tacco in tentativo di ritmo musicale, liquido zuccherato senza possibilità di abnegazione nei confronti di lenti a contatto da sterilizzare.


Non credere che le pause dei caselli di autostrada forniti dal pomeriggio possano redimerti dall’angoscia colorata che intona vertebre ed ossa in questi fogli, se cerchi la perfezione prendi pure la strada dell’ultima pagina, se cerchi tutto il resto hai sotto gli occhi il piagnisteo di candele senza più cera, la serenità molliccia di un pene stremato, dolcezza di massaggi sui dolori e se non si tratta di amicizia rimane un gesto per il tuo orgoglio ferito, ricordati delle labbra che ti hanno incitato a sorridere.


Sei ancora qui a stuzzicare i denti di queste gengive malsane che hanno decretato carta e penna, fiducia di un guerriero isterico mai rassegnato alla bandiera forata, morte rimandata, demonio bianco e alato, se spingi il formicolio delle sillabe arriverai a grattarti il petto e ancora più in fondo, dove non carne, dove non organi.


Cuore grandinato di sobbalzi, nocche delle mani divenute di un viola sospiro erroneamente prolungato, lampadario deceduto su piastrelle vetrate, se leggi senti un governo assaltato che si rivolge al popolo in uno sciame di vendette incompiute, nessuna pietà per le tue labbra socchiuse a centimetri non calcolati dalla pagina, una catena di dogmi sinuosi srotola fisicità tra la saliva dondolante e il bianco strappabile annerito di inchiostro.





- Ciò che non compare nei dizionari





Che occhi lievi, elettricità lubrificata attraverso antenne e so che mi scrive a mezzanotte, che ha una mattina di stanze deserte, mani che si impregnano di tastiera e lo scrivere di quegli istanti è l’alcol del giorno a venire.


Mi sono svegliato con un mal di testa di città, il viaggio in treno mi ha tenuto stretto alle rotaie anche nel momento in cui ho varcato la porta di casa e sono rientrato, pensando alle sue labbra che dicevano “sto bene” ed è così difficile ricucire il vestito labile del tempo, non ne discuto neanche, come pensiero mi infastidisce le gambe ed i piedi, urticante necessità di prendere una finestra e sbatterla sugli sguardi di chi cerca di penetrare.


Il cobalto sottolineato dalla pupilla si accascia appassionato di parole non dette, il suolo accoglie verniciature prese in prestito da soffitti grondanti, la via di mezzo tra parole pronunciate e capite è un abbecedario della pelle d’oca, crisantemi sopra le ciglia si rizzano in un pianto di gioia da girasoli festeggiati di altro bagliore.


Il citazionismo dei posti impossibili si rende bambino d’asilo quando ad allargare gambe è la spinta di ciò che non compare nei dizionari.





- Flash





Questo mondo non si cambia, non esistono rivoluzionari, gli arcobaleni finiscono a punta sciolta e le mansarde servono a chi non vuole festeggiare in piazza, mi sono vestito da dubbio per specchiarmi nelle coscienze dei disertori della libertà e una volta annullata la stessa dalla mia vita ho giocato a carte con cavalli perdenti, sconfiggendo la loro scarsa stima nichlistica.





- Tre di mattina





Tre di mattina, quello che aspettavi non è arrivato, non c’è un sole a tramontare e ti vendo sogni e ferite sui gomiti, disprezza la verità, disprezza il dubbio, non disprezzare il sonno involontario.


Adesso grappa, scopo con il vento, voi vi chiedete perché mai qui a fumare e bere scrivendo senza fissare il monitor e tutte le fiabe che non ho mai raccontato stanno volteggiando timide sui capelli dei miei armadi rotti, ma è tempo per non avere tempo e la fretta si asciuga sangue dalla bocca, i suoi lividi sono gare poetiche perse in partenza.


Le dimensioni dell’anima sono cifre senza virgole immortalate dai profeti dei misticismi fungosi che ammuffiscono nelle tradizioni, scavalca il possibile e rinnega l’impossibile, non ti porgo frasi storiche eppure il balsamo dell’aria che piange attraverso le finestre aperte è una cancrena che dalle mattonelle vola nei planisferi della carta stampata, ho bruciato i miei libri di letteratura, parlatemi mettendomi due mani sul petto e spingete come se da me dovesse uscire, come se da me dovesse, come se da me.


Sto osservando il paravento invisibile che mi separa dalla strada, è un occhio nero di Pierrot sbronzo, le cantilene ansiolitiche delle bianchezze insonni serpeggiano tra lenzuola e sudori di fine estate, l’allegria dei dirupi scavalcati con un salto si ammorbidisce in nostalgia anziana, gli unici a grattarsi il naso avvertendo odori malsani sono i bambini solitari che innervosiscono la dipendenza affettiva dei propri genitori.





- Flash (2)





Le sedie capovolte e i germogli di una gobba d’alba ribollente e compressa nella pentola di settembre, riappacificazioni tra colonne sonore ingombranti e filmati privi di latrati, mentre dai balconi scivolano fili d’acqua impregnati di terra.





- Ho tolto le ragnatele dalla mia camera





E poi arrivi tu e mi racconti che ti è caduta una mensola sul piede mentre cercavi di arrampicarti lentamente fino al soffitto della tua stanza - per avere una prospettiva diversa, dici - non posso fare altro che dare credito alle tue menzogne rosa e se ti guardo bene è solo un altro seno che hai, che porti in giro come verità incontestabile e io posso soltanto dire lasciamo da parte tutto questo e prendiamo qualcosa da bere e non conto più i giorni che mi separano da una firma tremolante in appendice a documenti che dovrebbero sfamarmi responsabilizzandomi, ho tolto le ragnatele dalla mia camera e mi sono sentito definitivamente solo, ti ho cercato nelle visioni drogate di fine primavera con lo spavento estivo sulla pelle e non ti ho trovata neanche nelle viscere della nullafacenza oziosa di questi intrecci insicuri che parlano all’aria, i domestici dell’angoscia sono incompletezze all’altezza delle ginocchia, la loro foga è un martellare impotente, credo mi manchi davvero poco prima di prendere il soprabito che non ho mai avuto e tuffarmi nelle strade notturne, begonia di un amore infranto, girasole coltivato sotto la pioggia di rugiada che intristisce un mese qualunque, la mia mania di protagonismo senza applausi si adombra camminando in sincronia con queste narici parallele al monitor, scrivo parcheggiandomi da queste parti.





- Vaniloquio addormentato sul balcone





Ascoltami, qui navi non ce ne sono, né ghirlande al collo, né aromi indimenticabili al limite tra finestre ed aria, i pianeti di notte fanno a pugni per i miei versi sbucciati e lessi nel forno di queste emozioni non identificate, non li capisco, straniero sullo specchio e sul mare, nostromo incapace e barba tra dita e vento, sintonizzo musica che ho scelto nella e per la notte a venire, credimi, qui navi non passano mai e i calendari cadono sovrapponendosi in un biancore senza ricorrenze, le fauci del delirio pisolano indisturbate sulla serranda mite e grave che si affaccia ad ovest delle colline e svegliarsi con un mal di testa non è poi la peggiore delle insidie, peggio è collezionare le angosce del vicinato, o parlare agli alberi morti, o tutto quello che scortica i nostri corpi abbattuti e siamo lapidi senza citazioni, libri chiusi in fretta, bagagli mai disfatti per viaggi impossibili e i percorsi delle sbronze ci modificano, dentro di noi i fiori appassiscono per farsi apprezzare in punto di morte, inserisco parole in questa bocca spalancata e se non cito frasi di altri è perché mi fa male il dente della memoria, neanche la voglia di stare a parlarti di scrittori e poeti, neanche la gloria di una cultura sporca, vado a cambiare gomme ai passanti, vado a chiedere l’elemosina agli animali, guardo i piedi delle persone rumoreggianti tra lenzuola, ho decine di stanze che avanzano capelli e odori, questo non importa poi a nessuno, come le gocce cadute del miglior vino che non sai mai dove ritrovare.





- Pianoforte perforato





Su questa panchina svestita di bosco, di fianco i preamboli fatui della gente che rientra nelle case, hanno nelle orecchie suoni di rientro e sopra le spalle omicidi incompiuti, batto le dita sulla tastiera e Tchaikovsky mi narra cose fumanti da autobus di metropoli intasata, pezzi di pane annerito compongono pavimenti non calpestabili alla portata di un desiderio svuotato di passi verso la cucina, ceno sulle piastrelle invisibili di questi salti di cappelli, la magia oscena che si compie a notte fonda, il ritmo avanza ed è una lamentela di uomo eiaculante su quello che capita a tiro, superpotenza di un sentire condiviso, stringimi gli occhi e fammi vedere quello che hai nascosto tra i respiri viola di questa camera ad occhio e croce malvestita, io ho la mia panchina orrenda che saluta e ringrazia, possiedo miniere d’argento sulle quali ho accumulato salti da euforia infantile, rompendo molle, artrosi, vesciche e lineamenti panoramici, adesso resta il colossale vuoto ammobiliato da nascite premature e morti posticipate, tutto il contrario di tutto ed è questo quello che argomenta, la lezione è iniziata e siete pregati di portare fuori i pannolini dalle sedie, rumori di un inverno tradito, l’ubriachezza delle sinfonie sfioranti le tegole dei palazzi, più in alto ancora ci sono, sdraiato, con pianoforte perforato, tasti orfani di biancore di primo acquisto.
 

ambrose_sault

Esordiente
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- F. nella cucina





Questo secolo di dolori alla schiena, inediti che copulano con inediti, trionfo della giustizia fioca, sono sveglio da quattordici ore e già voglio ritornare da dove sono venuto, il mondo delle lenzuola e degli acquitrini a gocciolare quasi idee, la piacevolezza dell’incompleto, la soddisfazione lesbica di un’inesattezza su un’altra.


Latrati di lingue addomesticate dall’età, fuochi in sostituzione di termosifoni, questo pezzo di quartiere anonimo non mi convince del tutto, potrei alzare una cornetta e contattare l’orecchio moribondo di quelli che abitano di sopra e farmi suggerire una prospettiva dall’alto, ma non ho pazienza per i telefoni, né calma adatta per focalizzare conversazioni, preferisco il gusto delle cose che se ne vanno, gli appuntamenti persi, un abito lasciato su una sedia o i morsi fino alla carne, le unghie che trascinano via tronchi, tutto quello che si muove fingendo di rallentare.


Non ho mai fatto caso alla mediocrità delle altezze di questi edifici cittadini, li accompagno con lo sguardo accostando ai loro recinti urbani una fiaccola di sorriso falso, neanche la dignità di un tuffo prolungato nel vuoto, metri controllati a vista e respiro, finestre calzamaglie notturne a cucire riposi caldi, brodo di gallina per il mal di gola, arancia e vitamine prima del ritorno a scuola - e mi ricordo quel letto enorme dove arrivavano odori dalla cucina e poi i piatti ti cadevano dalle mani e ti ho vista l’ultima volta mentre ti ricordavi dei miei pantaloni lunghi anche in estate.





- Il bacio della





Sì, poi facciamo presto a chiudere la luce e dire buonanotte e intanto gli sguardi atterriti che vagano da cuscini a gatti zampironi con la coda smodata non se la passano come le certezze del nostro click-a domani, e se mi trovi una, dico una fottuta divinità nel tirare su lenzuola fino al mento e dire mah speriamo bene e che anche quest’oggi il postino ha fatto il suo lavoro, i gradini sono stati puliti alle bene e meglio, qualche sberla alle incomprensioni di un adagiarsi sui divani, certo deve essere triste non rimanere sempre nello stesso posto, trattare la mente come un martello, battere colpi e poi fuggire, la pazienza per questo non ce l’ha nessuno.










































































Capitolo V














  • Assenzio reso carne




Tutto ciò che si propone come ultimo mi rende isteriche le pieghe del viso al contrario, senza neanche l’ignoranza dell’iniziazione, serratura leccata di colla e da questo momento in poi manderai le tue scarpe a mugugnare altrove, coscienza di colori che non di dico, che il bianco è una sporcizia colossale.


Ultima notte di piccolo Jack nelle stazioni e nella miseria di una letteratura affumicata, tutte le rinascite accumulate con la mancanza di esperienze sono casualità di strade ritrovate, guida notturna non si sa come ridondante paesaggi noti e teneri. Adesso, invece.


Ritorniamo a parlare di aspetti critici dei barboni addormentati in attesa dell’annuncio al binario, come se dovessero davvero partire, e andare, promuovere palcoscenici di magia e clamore, mi sento un po’ come loro.


Eppure.


Ho una motivazione di cristallo per tutto questo, custodisco con gelosia e segreto, capriccio imbalsamato nella punta delle dita, quiete spezzata in due e quel disintegrare mi ansima dentro, drogato della mia non astinenza al suo pensiero, mi passo una mano sul viso, ho un prurito alla portata del naso e immagino che ci sia lei, qui, ora, mentre scrivo di arrivarle inginocchiato e senza preghiere, senza voce, stremato dalla vita, moribondo d’aria, intrappolato nella morsa di tutti i pensieri che non le ho mai detto, blasfemo soccorritore di orgoglio.


Gente che parla, a voce alta, fastidiosi e stupidi cloni della miseria, li odio a bottiglia vuota, li detesto con la lontananza di lei, non c’è nulla di buono da mangiare in tutto questo, eppure ho prenotato questo spazio di viaggio infinito, incosciente che non sono altro - mi direbbero un po’ tutti - come se potessi minimamente rassomigliare ad uno disposto a tutto, come se avessi un’armatura da poeta con la quale giustificare tutto questo, e lei rompe egoismi, non ha nome, tutto ciò che la compone è assenzio reso carne.





- Siamo giunti all’ultimo capitolo





Siamo giunti all’ultimo, tragico, capitolo, scriverò le pagine che restano con una confusione immaginata e corrotta di consapevolezza, tu che leggi non seguire, non imitare, non essere ciò che sarà crocefisso, abbandona la tua gelosia parcheggiata nei pressi dell’asciugamano che usi per la lingua, vai al di là di queste pagine e non considerare possibilità di rimpianto, lascia che l’errore sia per altre occasioni, quando ci sarà qualcosa da cui apprendere, non in questo intento di insegnare zero.





  • Questo non salire




Il controllore ha uno sguardo da padre devastato dall’alcol del proprio figlio, dice che non posso salire perché le cose non vanno in questo modo, c’è modo e modo per procurarsi un biglietto ed io pretendo di averne uno valido per tutte le destinazioni a cui concedo una forma strana di affetto, a cui nego identità naturali, dove si parte dal corpo, poi dalle parole, poi nuovamente dal corpo stravolto, dalla sbronza, da ciò che può farci male nella piena conoscenza degli eventi, dio, sto scrivendo da assassino con tre minuti per ripulire il coltello, questa gente nel vagone pensa forse che io debba attingere dalle loro facce, sobrie, schifosamente accompagnate dal buon gusto di crescere.


Ecco, è la sua fermata, questo tizio che fino a dieci minuti fa sonnecchiava in dormiveglia da infante, bocca aperta e lingua arricciata sopra ai denti, ora ha raccolto la sua valigia e con aria da intellettuale dei treni fermi si appresta a scendere, gli occhiali ed il giornale, il terrorismo di una canarino in gabbia, apri le ali e vai a fanculo, io resto qui, seduto, a scrivere.


Nonostante tutto sono arrivato alla stazione, V. era lì, bassa e con un sorriso di riconoscimento di cui non avrebbe avuto bisogno nessun lettore di poesie.





- Stazione Bologna, attesa





Se c’è qualcosa di paradossale, visibile, non ne riconosco i lineamenti, labbra che non mi ricordano nessuno, questo bagaglio di mondo lasciato incustodito, zingaro triste, oggetto selezionato per una morte lenta ed un’esistenza priva di senso.


Un anticipo involontario, queste tre ore avanzate da lei, le nuvole hanno accompagnato il crepuscolo danzandosi l’una sull’altra, ho avuto finestrini di un rosso reso sciroppo per bambini, che quasi spostavo gli occhi altrove, per la malinconia di un momento sbagliato, tastiera distrutta, scrivo con una penna santa ed intoccabile, ho pruriti di voglia alla portata del suo pensiero, lontana, sopravissuta agli alibi della poesia, non pensare a nulla, soltanto al tuo foglio osceno, saccente nel farsi insultare, porco, bagnato di un sesso non concessogli, foglio disponibile a tutto pur di esserci, di farcela, di dimostrare a questa eterna attesa una passione insana.


Mentre decanto in silenzio la tirannia della carta, la gente guarda orari di partenze. Cercano le loro città, finestre dalle quali affacciarsi, appuntamenti sulle scale, effetto dolce ed erotico dei propri amanti, stato di conservazione dei sorrisi, apertura polmonare nel piacere di una sigaretta lasciata arrampicarsi sul respiro, emancipazione dei balconi verdi, cercano questo nei recapiti, ed invece.





- Che esploda tutto il resto





Bisogna avere gambe e piedi per correre, inutile dire. Inutile correre.


Apatia gratuita, rifornimento agevole alla portata di questo combinare casini ammortizzato dal “così è” propagandato dai tuoi giorni, non c’è nulla di buono in tutto questo, e se, invece, rompessimo tutto, di questo grano lasciato giallo vecchiaia ad ammuffire campi, delle scatole chiuse e poi nascoste sotto ai letti, dei rimproveri per cattiva condotta, non rimarrebbe nulla, delle pagine, nulla, zero, il fumo annaffia possibilità di aria pulita, fino a strozzarne la crescita, fumiamo ancora, dunque, rompiamo tutto, disinneschiamo bombe di pace, che esploda tutto il resto, noi compresi, i perciò rattoppati nella sartoria dell’esperienza, immagino dove possa essere V. in questo momento, poi nulla, persa l’immagine, crollato il muro, dietro altre dinastie di mattoni starnutiti da cattiva cura della manualità, V. non c’è, l’interruttore è stato preso a calci, eternamente spento, tutti gli addetti alla manutenzione della visibilità sono morti, nessuno che operi nel settore, siamo qui a cercare poesia e letteratura e proprio al nostro fianchi ci dimostrano passi brevettati per una felicità eiaculata, andiamo via da questo libro, postaccio orrendo e insano, puzza di animali bastonati, il sangue, lo senti, il sangue?











  • Per questa fine annunciata




Avanti, per questa fine annunciata, per tutto ciò che c’era da scrivere e che è stato scritto, ultimo giro di ronda, perché dopo le sue labbra, perché dopo tutto, ultimo treno a venticinque minuti e incalcolabili lettere da scaraventare nell’epilogo che dispiacerebbe a chiunque, mare penetrato, collasso di terraferma, arresto cardiaco di montagna, la scia indecifrabile collocata ai piedi immobili dei vaganti è materia fertile sulla quale scrivere, scrivere ancora, fino a quando i polsi, fino a quando le dita, tremore di palpebre, respiro a mancare, batterie degli orologi lanciate contro vetri, teste spaccate sui muri, isteria collettiva, sto versando da bere a tutti quelli che non hanno ancora, che non hanno per causa di, come vedi approfitto sempre delle gambe allargate delle virgole, interrompo flussi per poi ripescarli dal loro annegamento, cretino e ingenuo, tutte le bocche che non ho mai avuto per dire questo, voce di altoparlante che stritola parametri d’aria, tutto da ricalcare a matita, poi incidere su pietra e incendiare, ammortizzare qualità colloquiali di ogni sorta, una discussione sbronza ed infinita con il nulla, questo girovagare senza sosta ha imparato dall’aridità del non realizzato, girasoli bruciati e i loro gambi prorompenti messi in una galera, impossibilitati nella fuga dal loro stesso intrecciarsi, i cui resti decennali saranno riciclati e poi verranno nelle nostre case, sotto i regali di fine anno, nei ripiani lucidi delle cucine, formando corde a sorreggere le medaglie dei padri dei padri, reliquie straordinarie cui elargire l’applauso fragoroso della scena conclusiva, il disprezzo per ciò che è un passato di morte d’improvviso è surrogato del miglior senso di appartenenza, ti ho sempre portato fuori strada con le parole, non ti stupire di nulla, il mio intento era quello di farti arrivare qui, sudato, se hai letto, confuso, sconosciuto a me e a te stesso, non ti ho dato nulla ma potresti anche prendere tutto, alla fine, dopo tutto, sei tu che hai scelto di, sei tu che hai scelto e mi hai lasciato scrivere per tutto questo tempo.
 
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