Luciano torna in pubblico a parlare di Inter attribuendo al mai citato Marotta la responsabilità di non aver potuto accettare il Milan

Nella serata inaugurale del Festival della canzone è tornato a cantare anche Luciano Spalletti. Non a Sanremo di fronte a una decina di milioni di telespettatori, ma a Castellammare di Stabia nell’ambito dei semisconosciuti, a dispetto del nome, Italian Sport Awards. Ad ognuno evidentemente il palcoscenico che si merita, perfettamente in linea con la carriera del toscano.

L’ex allenatore nerazzurro ne ha approfittato per scendere dal trattore ed interrompere il silenzio mediatico post esonero, facendo luce in particolare sulla proposta rossonera di raccogliere il testimone da Giampaolo sulla panchina del Milan.

Una proposta che ha tenuto farci sapere, forse casualmente nella settimana della stracittadina, avrebbe accettato con entusiasmo e che è stato costretto a declinare per il mancato accordo con la dirigenza nerazzurra, cioè con il mai nominato Marotta, sulla rescissione del contratto che lo vincola con noi fino al giugno 2021.

LA TRATTATIVA CON L’INTER

Non abbiamo più l’età per credere che professionisti milionari, ma banalmente anche ognuno di noi, facciano scelte lavorative che non siano dettate esclusivamente o in gran parte dalla propria soddisfazione economica, presente o futura: Spalletti, non diversamente da Mourinho o da Zanetti per citare due nomi pesanti nella storia dell’interismo moderno, tifa innanzitutto per se stesso e legittimamente pretendeva di incassare gran parte (diciamo il 70/75%) dell’ingaggio netto garantitogli da Zhang e già accantonato nel bilancio chiuso al 30 giugno. Come fatto allo Zenit.

Marotta gli ha offerto sei mesi di retribuzione, comprensivi di quanto già versato nelle sue tasche fino a settembre, sulla base di un ragionamento altrettanto legittimo: accettare il rischio di perdere punti nel derby che potrebbe non farci raggiungere l’obiettivo, contro un allenatore che abbiamo già sotto contratto e che ci conosce benissimo, deve essere controbilanciato da un significativo risparmio.

Una distanza incolmabile, al netto dell’offerta di un triennale e dell’appeal rossonero che Spalletti, parole sue alla ricerca di un progetto di ricostruzione, ha dimostrato fosse sufficiente, nonostante una proprietà di transizione che ha imposto una strategia sui giovani e sul risparmio che poco ci azzecca con le aspettative del toscano.

IL RANCORE CON MAROTTA

Malcelato, come da sua abitudine, sebbene umanamente comprensibile, il rancore e l’orgoglio ferito da Marotta, considerato come il responsabile del suo allontanamento dalla panchina nerazzurra, nonostante avesse raggiunto, con fatica francamente eccessiva e solo all’ultima giornata graziato dall’Empoli, gli obiettivi prefissati di qualificazione alla Champions League.

Probabilmente già dal suo insediamento a novembre 2018 aveva in testa di sostituirlo con un tecnico abituato allo stress ed all’abitudine alla vittoria come Conte (o Allegri), capace di velocizzare nel breve periodo la valorizzazione della rosa, ben al di sopra della reale competitività.

Ed i segnali che qualcosa fosse cambiato erano stati chiari fin da subito: la richiesta anticipata di un trofeo, fosse la coppa Italia o l’Europa League, nonostante un mercato di gennaio in cui nessun desiderio del tecnico (un centrocampista ed un esterno titolari) fosse stato esaudito, il pugno duro con Nainggolan, fortemente voluto da lui solo pochi mesi prima, e la gestione complessiva della bomba Icardi, con la dirigenza che gli ha imposto di reintegrarlo senza scuse allo spogliatoio e alla quale ha risposto con un turno punitivo di assenza contro la Lazio.

I rapporti con Mauro si sono ricomposti in occasione della telefonata che l’argentino gli fece per porgli le condoglianze per la morte del fratello. In quella occasione Spalletti gli ricordò come non fosse sua la decisione di togliergli la fascia da capitano, concordando come il tutto facesse parte di una strategia per allontanarli da Milano.

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Strategia che finora sta pagando perchè Lukaku segna come e più dell’argentino, partecipando maggiormente al gioco di squadra e con una esposizione mediatica decisamente meno impattante sullo spogliatoio, e perchè Conte a febbraio ci sta tenendo ancora in corsa per lo scudetto, alzando (stressando?) le aspettative di un ambiente che da troppo tempo si accontenta di rinviare all’anno successivo, ritenendolo accettabile, le proprie ambizioni.

Dubitare che in questa stagione con Luciano saremmo a 3 punti dalla Juve è legittimo: se è vero che è pur sempre riuscito a condurre in porto la nave nonostante le tempeste incontrate, è indiscutibile che la sua umoralità caratteriale ed i suoi limiti gestionali siano finora stati la vera discriminante tra una grande ed una buona carriera.

CONCLUSIONE

Le barre da rapper incazzato con il mondo le accetto più da un ventenne come Anastasio che da un sessantenne con un contratto milionario che si sta proponendo per una panchina importante.

Ricorderemo Spalletti come ogni professionista (tecnico, giocatore o proprietario) che ha vestito la nostra maglia senza aver alzato trofei o andandoci vicino. Con simpatia e riconoscenza, ma senza mitizzarne l’importanza.

Se il fondo Elliott posticiperà la cessione del club al 2021, probabilmente avrà un’altra chance in estate per tornare a Milano sull’altra sponda del Naviglio, accettando le condizioni di Marotta per transare gli ultimi 12 mesi.

Sapere che dopo 3 mesi dall’esonero avrebbe accettato di guidare i cugini molto racconta del suo interismo, troppe volte sbandierato senza che nessuno gli chiedesse di farlo.

Per questo le supercazzole degne di Amici miei sul contratto, con una accusa neppure tanto velata alla società, sono degne di una serata a Castellammare per presenziare ad una manifestazione di cui nessuno, tranne gli scrocconi del buffet e di chi ci ha guadagnato, sapeva l’esistenza.


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