Nel secondo tempo il mister ha provato soluzioni alternative di uomini e di gioco

L’Inter ha perso la semifinale di andata della coppa Italia contro il Napoli, mettendo in pericolo, ma non compromettendo considerando il diverso track record degli uomini di Gattuso al San Paolo ed il nostro in trasferta, la qualificazione alla finale che manca dal 2011.

Contro una squadra italiana in questa stagione era successo solo una volta, oltre 4 mesi fa, esattamente il 6 ottobre 2019 con la Juventus, una delle poche prestazioni sarriane dei bianconeri che, specialmente nella ripresa, avevano preso il sopravvento sul piano tecnico e del possesso palla sui nerazzurri, reduci da un’ora giocata divinamente contro il Barcellona.

Non viviamo più nella mediocrità eiaculatoria precoce che faceva godere alcuni tifosi per il primo tempo spettacolare dell’Inter di De Boer contro il Cagliari o Maldini che ha sottolineato quello del Milan di domenica, quindi una sconfitta resta tale comunque e dovunque sia arrivata, contro i blaugrana così come contro i campioni d’Italia ed ora i napoletani.

Il catenaccio degli ospiti a Milano, esibito pur potendo contare sulla seconda miglior rosa a livello tecnico in serie A dal centrocampo in su vedi Ruiz (i buffisti lo descriverebbero come perfetta copertura degli spazi, in cui vengono tagliate le linee di passaggio verso le punte attraverso la densità in zona centrale ed il raddoppio sugli esterni, in una parola catenaccio) apre motivi di discussione sul nostro futuro a breve termine e sulla necessità di trovare altre soluzioni di gioco quando non si riesce a tenere alti ritmo ed intensità, soprattutto nel pressing, per velocizzare la manovra e sorprendere scoperti gli avversari.

Pur con 5 cambi nella formazione iniziale rispetto al derby, la squadra è apparsa scarica mentalmente e fisicamente dopo il dispendio di energie di domenica per ribaltare il doppio svantaggio. Sul piano della prestazione, i successi contro Udinese e Milan non hanno spento il campanello d’allarme suonato a gennaio con i tre pareggi consecutivi contro Atalanta, Lecce e Cagliari perchè per lunghi tratti abbiamo subito gli avversari, non dando più l’impressione di governare l’inerzia del match come nei primi mesi della stagione.

Se è vero che esistono problemi individuali, non di sistema, di stanchezza di chi ha giocato sempre (Lukaku su tutti) e di condizione di chi ha recuperato da lunghi infortuni (Sensi), Conte nel secondo tempo ha mostrato come sia conscio della situazione e, in attesa di volare in primavera, stia provando soluzioni alternative, il famoso piano B che in tanti chiedevano.

D’AMBROSIO NEI 3 CENTRALI

Gattuso, anche Pioli e altri tecnici nelle scorse settimane, hanno lasciato i nostri 3 difensori centrali liberi di impostare, marcando a uomo Brozovic e pressando gli esterni non appena entravano in possesso palla.

Le proiezioni palla al piede di Skriniar e Bastoni (o Godin), con l’allargamento degli interni, sono fondamentali nel gioco del mister per trovare le verticalizzazioni verso le punte il cui coinvolgimento rappresenta il 90% di tutte le azioni pericolose che costruiamo.

I nostri centrali esterni però, specie lo slovacco o l’uruguaiano, non hanno spesso grande continuità ed efficacia in costruzione, rallentando la manovra contro le difese chiuse.

D’Ambrosio non ha piedi da “regista” ma si muove senza palla, combina con l’esterno (meglio Candreva di Moses sulla destra) che lo copre negli sganciamenti e crea quella superiorità e quell’allargamento delle maglie difensive indispensabile contro il prossimo Napoli che troveremo sulla nostra strada.

ERIKSEN INTERNO

Conte si è lamentato della mancanza di velocità in possesso palla che avrebbe dovuto aiutare anche gli esterni a trovarsi uno contro uno.

Nel girone di andata ci pensava Sensi a sparigliare le carte, a giocare di prima e a supportare le punte o liberare gli esterni, ma quel Sensi è durato poco più delle speranze di aver trovato in Lazaro un grande giocatore.

Il mister ieri ha inserito Eriksen nella linea a 5 e non come trequartista per alzare quel gap tecnico che questa squadra ha in quella zona nevralgica. Purtroppo il danese ha lasciato solo intravvedere quanto possa essere decisivo perchè non solo non conosce schemi e compagni, ma è reduce da un lungo periodo in cui è stato poco impegnato e di conseguenza non può essere al top della condizione.

Vede prima degli altri il filtrante, ha il tiro da fuori, sa dialogare nello stretto, ha il colpo risolutore del singolo che manca a molti dei suoi compagni. Ce li mostri al più presto.

IL TRIDENTE

Più che la prima volta della difesa a 4, interessante è stato notare come Sanchez non sia stato schierato come in passato dietro alle due punte ma sull’esterno. Evidente la necessità di provare a saltare l’uomo negli uno contro uno e a muovere, allargare le maglie della difesa napoletana.

Il cileno ha bisogno di più spazio, di più campo per essere decisivo, ma ha senz’altro la tecnica ed il movimento senza palla per dare più imprevedibilità ad un gioco monocorde se fatto ai ritmi umani dell’ultima Inter.

Immaginare un 343 come extrema ratio per recuperare il risultato pare più funzionale rispetto a quel 3412 che intasa ulteriormente la zona centrale e costringe soprattutto Lukaku a giocare spalle alla porta.

CONCLUSIONI

Dobbiamo cambiare qualcosa per restare in alto, ma lo sapevamo e lo sa Conte.

Dobbiamo farlo in fretta, usando l’Europa League come laboratorio, perchè difficilmente la Juve continuerà ad aspettarci e la Lazio non approfitterà di poter contare su un impianto collaudato (in cui ad Inzaghi sono serviti mesi per inserire Luis Alberto nei meccanismi del centrocampo).

Chi aveva, erroneamente perchè la sua storia lo conferma, dubbi sul fatto che il tecnico preferisse schiantarsi a 100 all’ora contro un palo piuttosto che apportare correttivi, forse da ieri ne ha qualcuno in meno.

L’unico errore del mister è ripetere ossessivamente davanti ad un microfono di essere all’inizio di un percorso e di essere nettamente inferiore alle avversarie. Al netto di un maniavantismo che non serve perchè nessun tifoso o dirigente gli chiede di vincere subito, si ricordi che non lo fossimo stati, non avremmo chiamato lui.


 

La passione per il calcio e soprattutto per i colori nerazzurri mi è stata trasmessa in famiglia e fin da piccolo ho sofferto, seguito e mi sono appassionato alle vicende della nostra Beneamata e a tutto quello che riguardasse un pallone che rotola su un campo. Seguimi su https://fabbricainter.com/