Esistono dei momenti che rappresentano dei veri e propri spartiacque, diventando rapidamente manifesto dell’Interismo, definendo la fede nerazzurra contemporaneamente in termini negativi e positivi: ci mostrano quello che l’Interismo non è e non sarà mai, e allo stesso tempo lanciano un messaggio forte, di empatia e di unione, mostrando ciò che deve essere, che è e che sarà sempre. Lo fanno mettendo a nudo il contrasto con la più grande e palese antitesi della fede di ogni – piccolo e grande – tifoso nerazzurro. Esistono degli episodi, legati a tale antitesi del mondo Inter, che hanno segnato generazioni di nerazzurri. Con un sentimento che li accomuna: rabbia iniziale, incredulità, sconforto, sentimento di forte avversione che lascia presto il campo, nel tempo, ad un orgoglio che cresce a dismisura per la scelta presa da bambini: tifare Inter. Che a sua volta significa “non essere mai come loro”. Per nessun motivo.

Riferendoci alla generazione più datata, possiamo ricordare il 1961, quando Angelo Moratti decise – spinto dallo sdegno e da un ammirevole spirito rivoluzionario – di schierare la Primavera nell’ingiusta ripetizione del match contro la Juventus, già disputatosi e interrotto a causa dell’invasione di campo da parte dei supporters bianconeri. Il sacrosanto 2-0 a tavolino assegnato ai nerazzurri da parte della Lega verrà successivamente annullato, predisponendo la ripetizione del match. Presidente della Federcalcio? Umberto Agnelli. Incredibile ma vero.

Provando a compiere un enorme salto in avanti, arriviamo presto al 2006 – quindi ad una nuova generazione di Interisti – e a Calciopoli. Inutile soffermarci ulteriormente sulla questione, arcinota a tutti, che rappresenta ancora oggi una straordinaria vittoria dell’Inter e idealmente anche del compianto Angelo. Non a caso, alla presidenza dell’Inter di quel periodo storico c’è suo figlio Massimo. Se vogliamo, c’è un ulteriore episodio, molto recente, connotato per questo da un alone di attualità ma che rimarrà nelle memorie di tutti nei prossimi anni, divenendo un altro simbolo del tifo Interista. Parliamo della sfida del 2018, quella dell’espulsione di Vecino e della folle mancata espulsione di Pjanic. Anche i bambini Interisti, quindi, hanno avuto la sfortuna – o la fortuna – di sentirsi defraudati ma allo stesso tempo di cogliere quella differenza di valori, storia, identità, appartenenza che contraddistingue i colori nerazzurri dagli altri, zebrati e irrimediabilmente sbiaditi.

Ce n’è però uno, d’attualità visto il periodo dell’anno, che più di tutti ha rimarcato questa feroce, eterna opposizione. È ovviamente quello del 26 aprile 1998. Anche in questo caso, è superfluo riportare una cronaca degli eventi e di quello che fu un metro di giudizio a senso unico (non solo nel caso più eclatante, che tutti ricordiamo) per 90 lunghissimi minuti, sul quale anche i meno forti in “storia dell’Inter” possono rapidamente documentarsi con una ricerca su YouTube. A questo proposito, si può rileggere la partita – anzi – la stagione 1997-98, la più macchiata nella storia del calcio italiano (lo scandalo non si riduce e non può essere ridotto alla partita scudetto), con le dichiarazioni di tre protagonisti di quella Inter a cui molti tifosi nerazzurri si sentono ancora oggi profondamente legati. Ed il motivo è lampante: quel senso di ingiustizia condiviso, quel filo rosso che lega la storia dell’Inter dal 1961 ai giorni d’oggi.

La prima è di Gigi Simoni, che va oltre quel sacrosanto “si vergogni” ripetuto più volte all’arbitro Ceccarini. Del quale si deve almeno riconoscere e apprezzare l’immenso coraggio – perchè di coraggio si tratta – con il quale ancora oggi dichiara di aver sbagliato “per non aver fischiato il calcio di punizione per la Juventus”. Simoni dice, dopo la partita: “È stato istintivo. Perché era una partita in cui era in gioco tutto. Un anno di lavoro, una carriera. […] Ci aspettano momento difficili. Penso ai giocatori. Anche per loro non deve essere facile vedere una stagione, tanta fatica decisa da una cosa del genere“. Sono parole forti se inserite nel contesto di un uomo che da sempre – fino ad allora – si è distinto per pacatezza e rispetto per ogni decisione altrui. Ma è troppo anche per lui. Sono parole di un uomo segnato dalla gavetta che lo ha condotto su una panchina prestigiosa come quella nerazzurra e da uno scandalo che lo ha privato dal coronamento di una carriera: quel sacrosanto scudetto. Ma quello stesso scandalo consegna Simoni alla storia dell’Inter, insieme alla Coppa UEFA vinta meravigliosamente a Parigi qualche giorno dopo. E proprio nello stesso periodo in cui gli eterni avversari in Italia perdono clamorosamente l’ennesima finale di Champions League, contro il Real Madrid, grazie ad un gol in netto fuorigioco dei Blancos. Ci piace, in questo senso, pensare ad una manifestazione della legge del contrappasso. Perché, nella realtà calcistica italiana, è più facile che quel senso di giustizia venga espresso fuori dai confini domestici.

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La seconda dichiarazione è quella di Massimo Moratti, presidente dell’Inter da soli tre anni: “È la prima volta che lascio lo stadio prima della fine, ma non avevo voglia di essere preso in giro fino alla fine. Non volevo credere a una cosa del genere, mi pareva che solo pensarlo sconfinasse nel ridicolo. Invece è proprio capitato. Devo dire che non immaginavo una cosa così sfacciata. Non mi resta che constatare l’esistenza di un complesso da parte degli arbitri. […]. Ma mica lo fanno apposta, è l’abitudine“. Fu la prima di tante giornate avvelenate per il Presidente, di tanta incredulità e di tanti “difetti nell’immaginazione”, laddove immagina che non si possa arrivare a tanto. E invece, puntualmente, ci si arriva. Seguiranno altri 8 anni su questa falsa riga, salvo poi vedersi aprire le porte della gloria eterna, con l’apice del 2010.

Il terzo e ultimo virgolettato è quello di Ronaldo:

Mi sento derubato, per quello che è successo in questa partita e anche in altre partite. La Lega può punirmi con un’altra multa, ma oggi non posso stare zitto. Mi resta una grande tristezza. Dico solo che non si può continuare così. Il calcio è allegria quando si gioca 11 contro 11, ma diventa triste quando dall’altra parte sono in 12“.

L’ultima frase è veramente apprezzabile per la sua genuinità: è quella del miglior giocatore al mondo, arrivato al termine della miglior stagione della sua carriera, che non riesce a spiegarsi il perché in Italia funzioni così: perché, ogni qualvolta che quella squadra si gioca lo scudetto punto a punto con un’avversaria, è sempre la stessa storia? Il Fenomeno quel senso di giustizia che verrà invece colmato da Simoni e Moratti – il primo con la Coppa UEFA, il secondo con il quinquennio d’oro degli anni duemila – non ce l’avrà. E non ce l’avrà perché nel 2002 deciderà di lasciare l’Inter e di non continuare la battaglia, la più bella battaglia che esista al mondo: quella di difendere l’Inter, sul campo.

22 anni dopo, ci ritroviamo a ricordare quella giornata. Ed è un fatto che di per sé spiega la portata storica che quegli eventi hanno avuto per la storia nerazzurra, ma soprattutto nello stabilire quel confine enormemente marcato, incancellabile, indelebile, che esiste fra l’universo nerazzurro e l’altro. E per ricordarci chi siamo noi e chi, invece, sono loro. Una volta di più. E con la speranza che le attuali e future generazioni di Interisti se ne ricordino, di questo e di altri episodi, per rispondere a quelle frasi standard e meccaniche il più delle volte pronunciate dai sostenitori de “il fine giustifica i mezzi”. Ma perché tifi Inter? La risposta è tutta qui. La risposta è la storia.

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23 anni, laureato in "Scienze della Comunicazione" presso l'Università della Calabria. L'Interismo è qualcosa che scorre dentro senza freni, in maniera totalmente irrazionale. Condividere questo sentimento è magnifico, scrivere di Inter ancora di più.