Tra le tante fotografie, scattate in maniera convulsa nel finale concitato di Inter-Cagliari, ce n’è una che racchiude lo spirito di tutto. Quella in cui Antonio Conte, trasfigurato dall’incredulità più che dalla rabbia, sembra stia dicendo qualcosa all’arbitro, che procede fiero senza curarsi del trambusto che lo va via via circondando. A sinistra c’è Andrea Ranocchia, che cammina a passo spedito, anche lui con il volto incredulo, in direzione del gruppetto. Ma su tutti c’è Lele Oriali, che con un braccio trattiene Antonio e con l’altro un giocatore nerazzurro. La sua espressione sembra predicare calma. Lele sa che in quel momento è importante contenere i danni. Le parole che sfuggono velenose dopo 90 minuti di tensioni e nervosismi. Le domande che non trovano risposta ad un atteggiamento arbitrale considerato non equo. Non sono cose nuove per l’Inter. Ma forse per Antonio.

Antonio Conte deciderà, nei concitati momenti del post partita, di non parlare e abbandonerà lo stadio con un volto più espressivo di mille parole. Al suo posto parlerà Cristian Stellini. Sull’operato dell’arbitro farà una breve analisi con parole calibrate, poi un breve accenno alla poca lucidità dimostrata dal fischietto nel finale. Dimostrata anche dagli arbitri che hanno diretto l’Inter recentemente, aggiungerà infine Stellini. E mentre i tifosi si azzuffano sui social, chi per sostenere la tesi che la squadra abbia perso lucidità, cattiveria e gioco, chi per quella dell’affossamento da parte degli arbitri di un campionato già deciso (a volte le tesi coincidono), ci si chiede da che parte abbia deciso di stare l’Inter.

Glissare sugli episodi arbitrali e mostrarsi superiori? Sperare che non si ripetano situazioni di questo genere? Chiedere un’uniformità di giudizio e far valere la propria voce in qualche modo? Qualunque linea abbia deciso di sposare la società c’è un piccolo vuoto che sarebbe potuto essere colmato subito. Magari mandando a parlare davanti alle telecamere Oriali.

È suo il braccio che trattiene Antonio. È sua anche la memoria delle ingiustizie subite e che fanno parte in qualche modo della storia dell’Inter. L’Inter è casa sua. All’Inter ha trascorso 30 anni della sua vita. È lui il filo della memoria che tiene insieme il passato con il presente ma anche il futuro. I ricordi dei giorni più felici, con un dito a toccare il paradiso, ma anche di quelli più bui, fatti di lotte spesso impari in un sistema che non funzionava.

Le parole di Oriali ci avrebbero fatto sentire meno soli, ieri. Le parole di Oriali avrebbero potuto forse spiegare nel modo giusto (perché lui è stato un campione in campo, ma anche elegante fuori) il sentimento di insofferenza che ha attraversato per l’ennesima volta i tifosi nerazzurri. Messi spesso a tacere in malo modo da chi pensa che l’Inter sia una sorta di reparto di neuropsichiatra, da sfottere non solo ai tavolini di un bar. Di chi pensa che si possa dire e scrivere qualsiasi cosa, quando l’oggetto della narrazione ha casualmente i colori nerazzurri. L’insofferenza non nasce per i complotti. Ciò che si chiede è solo uniformità di giudizio. Ed è grave anche solo doverla chiedere, in qualche modo.

Dover far notare gli episodi, i falli e i falletti. Le inquadrature, le strisce, le immagini che chiariscono ma che con il senno di poi servono a poco. Rimane l’insofferenza e non importa che c’entri anche il momento no della squadra, la poca lucidità, la non cattiveria in campo (tutte cose che un tifoso vede perfettamente). Chiedere più rispetto e meno livore non può essere una colpa. L’ennesima, peraltro.

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