Milan-Inter 0–2: è l’Inter di Conte, Godin e Lukaku

Sta nascendo una nuova Inter, in attesa di Sanchez (e di un Matthaeus)

Scaramanzia a parte, non poteva essere il derby contro il derelitto Milan di Giampaolo a darci risposte sul livello raggiunto dopo 2 mesi e mezzo dall’Inter di Conte, nè sulle prospettive a medio lungo termine in ottica riduzione del gap contro Juventus e Napoli (non vi devo vendere nulla, quindi la parola scudetto non la scrivo).

I rossoneri sono entrati in un lungo, tortuoso e buio tunnel conseguente alla fine dell’era Berlusconi, ai tumultuosi e oscuri cambi di proprietà e a quei cambiamenti infiniti (in dirigenza, panchina e rosa) che comportano una sequela di errori infinita finchè non troveranno una proprietà stabile nel tempo capace di programmare, per quanto si possa nel calcio, una crescita lenta ma costante attorno a nomi esperti, competenti e vincenti.

Non mi pare sia il caso del fondo speculativo Elliott, più interessato al business del nuovo stadio e delle attività immobiliari e commerciali nell’area di San Siro per offrire un asset economico certo ai futuri compratori, nè all’ad Gadizis intenzionato a costruire un Arsenal giovane e perdente a Milano, finendo in contrasto con Boban e Maldini, alle prime esperienze dirigenziali in un club in una situazione complicata da un bilancio sotto la mannaia Uefa.

In un contesto del genere, non si può che provare sincera comprensione umana per un tecnico, di fede nerazzurra e quindi in contrasto sentimentale, in totale confusione tattica e nel mirino dei giocatori, lasciati liberi di sparare a zero dai ritiri della Nazionale (Piatek) o sui social (Paquetà), nonchè di esprimere con prestazioni senza coraggio, anima, attenzione (vedi il primo gol) e cattiveria i loro dubbi sul nuovo corso.

Ieri il tecnico aveva pensato di piazzare dall’inizio Suso trequartista sulle tracce di Brozovic, il giovane portoghese al debutto largo sulla fascia per sfondare sul lato di Godin e D’Ambrosio e Piatek in fase di non possesso dalle parti di Skriniar. Con Calhanoglu e Kessiè interni, con due terzini di spinta, dovevano ricrearsi i triangoli posizionali classici del suo gioco, ma la squadra non aveva nè la convinzione nè le conoscenze mandate a memoria per riprodurre con continuità il piano gara.

Giampaolo non mangerà il panettone, probabilmente neppure il Pan dei Morti di Ognissanti. Ma anche chi lo sostituirà non potrà trasformare Romagnoli in Nesta, Biglia in Albertini, Kessiè in Gattuso, Paquetà in Kakà, Leao in Shevchenko e Piatek in Inzaghi. Sono una rosa mediocre, assemblata male, da troppe teste diverse per filosofie tattiche opposte: un fallimento annunciato che abbiamo vissuto sulla nostra pelle negli scorsi anni.

CONTE

Chi divorerà i dolci delle feste, con la consueta voracità e determinazione, sarà sicuramente Conte che non sarà Guardiola, Klopp e neppure uno dei maestri del bel giuoco come De Zerbi che tanto fanno eccitare gli epigoni nostrani di Buffa, ma i cui principi di gioco, seppur a sprazzi, si intravvedono nella nuova Inter.

L’aggressività della linea difensiva a tre, i cambi gioco sugli esterni, i movimenti in verticale dei due centrocampisti accanto al regista, la ricerca delle punte in profondità e della fisicità in zona centrale e un pressing ancora non molto organizzato ma migliorato rispetto agli inizi, ci hanno permesso di dominare il derby per 70 minuti su 90, nonostante un piccolo calo atletico causa impegno Champions.

La scossa di adrenalina, la feroce voglia di vincere, l’attenzione ai particolari che non funzionano, l’ambizione che trasmette sul campo, dalla panchina e nelle parole in conferenza sono l’autentico plus stagionale. Un plus che varrà in classifica un posto in più rispetto al potenziale della rosa, un posto in più rispetto a quello che avremmo conquistato con gli Spalletti e i Mancini della situazione.

E’ il comandante perfetto per imporsi sul campo di battaglia italiano su un esercito con tanti soldati(ni), esplosivi ma spesso poco intensi per caratteristiche, e pochissimi generali. Per la campagna europea questi non bastano, probabilmente neppure per lo Slavia (così come non bastano all’Atalanta contro la Dinamo Zagabria).

GODIN

Di Godin si sapeva già tutto: 389 presenze con l’Atletico Madrid, 131 con la nazionale uruguaiana, alzando 9 trofei di fronte a potenze quali Real, Barcellona, Brasile e Argentina. E anche quando non riesce a sconfiggere la maledizione delle finali di Champions League dei Colchoneros, ne esce sempre come uno dei migliori.

Quando ci chiedevamo, prima di sapere dell’arrivo di Conte, chi sarebbe rimasto fuori più spesso tra lui, De Vrij e Skiniar in una linea a 4, ho sempre indicato El Capitan come il perno su cui costruire il reparto.

Il Milan e i suoi attaccanti non sono un test assai significativo e lui stesso non è stato sempre attentissimo nelle chiusure della sua zona di competenza assieme a D’Ambrosio, specie quando è aumentata la fatica, ma quel che ha dato in termini di leadership, sicurezza, concentrazione, convinzione, voglia di vincere ha alzato il livello non solo del reparto, ma dell’intera squadra.

Godin ha nel DNA i tempi di gioco, ha l’esperienza per capire quando deve rinculare all’indietro e quando avanzare palla al piede, sa quando affondare il tackle e quando accompagnare con il corpo, capisce quando deve suonare la carica e quando soffrire assieme ai compagni. Per chi come me ha amato uno come Walter Samuel, riavere in nerazzurro un calciatore che gli assomiglia molto, anche come atteggiamento low profile fuori dal campo, mi coinvolge e al contempo tranquillizza.

Probabilmente non potrà giocare ogni 3 giorni e andrà gestito per non avere nuovi guai fisici, forse ha perso esplosività e velocità, ma è uno dei campioni esperti e vincenti di cui Marotta parlò in primavera. E Leao lo ha imparato a proprie spese perchè spesso l’uruguaiano gli ha preso il tempo e lo ha costretto a girare al largo o a puntare altri.

LUKAKU

Anche Lukaku ha le caratteristiche del leader, ma finora lo ha dimostrato più a parole che sul campo.

La prestazione nel derby fino al gol mi ha lasciato molte perplessità sulla sua partecipazione al gioco nerazzurro e sulla nostra capacità di metterlo in condizione di fare la differenza. Perplessità riscontrate finora in ogni uscita stagionale, spiegabili soprattutto ma non solo con la necessità di ritrovare una condizione fisica decente dopo la junk season allo United e il problema alla schiena.

Il percorso per ritrovare la velocità e lo smalto fisico dei tempi dell’Everton è lontano e non so se percorribile fino in fondo, ma abbiamo uno staff di preparatori ed un allenatore martello tali che se ci fosse anche solo una possibilità sarà esplorata fino in fondo.

A Lukaku vanno creati spazi per poter correre e guardare frontalmente la porta, va servito con filtranti in profondità o con cross dalla fascia, mentre spesso lo abbiamo costretto a complicati stop spalle alla porta e a dialoghi sullo stretto con Lautaro che non sono esattamente sue pecularità.

Quel che piace a Conte e ai tifosi del belga è il pieno coinvolgimento nel progetto tecnico, anche a livello emotivo. Si è calato nella realtà nostrana con la voglia di esserne protagonista in prima persona, prendendo posizione nello spogliatoio sottolineando ciò che non andava in campo ma anche fuori combattendo gli ululati che inevitabilmente toccano molto più chi ha la pelle nera di chi, come me e altri, non ce l’ha e forse vorrebbe che la stessa battaglia fosse combattuta per chi insulta la madre di Materazzi o gli abitanti della regione in cui sei nato e cresciuto.

Lukaku è un esempio positivo in una squadra in cui il passato centravanti, e non solo, non lo erano più o lo erano solo quando le cose andavano bene. Sono convinto che segnerà 15–20 gol in questa serie A e altrettanto convinto che lascerà un segno nella nostra storia, sebbene quasi certamente inferiore a quello di un altro simbolo africano e sportivo come Eto’o.

SANCHEZ

La nuova Inter, per poter alzare prospettive e ambizioni, deve giocoforza recuperare Alexis Sanchez che ha una dimensione tecnica e realizzativa (127 gol tra Barcellona e Arsenal, 43 con il Cile) superiore a quella che potrà avere Lautaro.

Difficilmente tornerà ad essere quel giocatore con uno sprint e una progressione letali partendo dal centro sinistra o dietro una punta, tuttavia il suo dribbling, il suo tocco, il suo tiro, la sua rapidità nel breve sono fondamentali per dare una alternativa alla nostra manovra forzatamente monocorde e lenta quando costruiamo dal basso (mentre possiamo migliorare molto nel recupero palla e nella immediata verticalizzazione).

La coppia con Lukaku in maglia United si è vista poco e ancora meno ha funzionato, nè il cileno è stato una richiesta del mister che sognava un riferimento offensivo come Dzeko, ma una opportunità di mercato che va sfruttata per quanto può ancora dare.

Ha calcato e fatto la differenza in palcoscenici importanti, ha dimostrato di avere piedi e continuità per poterci stare a quei livelli, non senza qualche difficoltà, ed è l’unica arma letale che non abbiamo ancora potuto dispiegare. Si aspettava sicuramente un maggiore utilizzo finora e non di vedersi scavalcare da un Politano qualunque, seppur più in palla e disciplinato. Conte non ama istintività e discontinuità, dovrà mettersi in riga come tutti per ritagliarsi un ruolo di primo piano.

BARELLA (SENZA MATTHAEUS)

Protagonista nel derby lo è stato anche Barella, con un secondo tempo più scintillante rispetto al primo, condito dall’assist per Lukaku.

Il cavallino sardo sta ancora imparando movimenti e tempi di gioco la cui comprensione lo sta frenando anche in alcune giocate. Pare a tratti bloccato mentalmente, sembra riflettere su cosa debba fare e con quale intensità, perdendo quella concentrazione che gli fa commettere errori, anche nei contrasti.

Ha margini di crescita enormi, maggiori rispetto a Sensi, ha solo necessità di tempo che se avessimo acquistato un Godin o un Lukaku del centrocampo tutti gli avremmo concesso con meno impazienza. Brozovic non sarà mai il condottiero del reparto, non ne ha le qualità innanzitutto mentali, anche se taglia e cuce la manovra, mentre Sensi è il “genio” capace di accendersi con una giocata di qualità.

Manca quello che per noi OVER40 rappresentò Lothar Matthaeus, un centrocampista capace di trascinare e cambiare volto alla squadra, di condurre la palla con forza e personalità, di capovolgere il fronte e i destini di una partita.

Con lui Conte avrebbe potuto sognare l’impossibile che non scriveremo neppure sotto tortura.

CONCLUSIONE

Il derby riporta l’Inter sui binari corretti per centrare gli obiettivi stagionali, mentre fa deragliare un Milan che così non arriverà neppure quarto, come Giampaolo ha fatto intendere.

La differenza rispetto a pochi giorni prima è stata l’avversario: lo Slavia è più squadra, ha più conoscenze di gioco e ha qualità, innanzitutto fisiche, che i rossoneri non possiedono, per metterci in difficoltà.

Con i ritmi e i tatticismi italiani, il treno con LUI arriverà sempre in orario e correrà anche più veloce tra qualche mese.

Antonio Conte, sovranista nerazzurro e comandante in capo della #Jnter.


L’Inter di Conte, Godin e Lukaku was originally published in FabbricaInter on Medium, where people are continuing the conversation by highlighting and responding to this story.


L'articolo è stato inserito in originale sul sito parner
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