Nelle ultime settimane il nome di Antonio Conte è stato sulla bocca di tutti. L’allenatore pugliese, infatti, è ormai libero da quasi un anno e non intende prolungare il suo periodo lontano dal calcio giocato. Le recenti dichiarazioni rilasciate in esclusiva alla Gazzetta, hanno fatto infiammare i tifosi neroazzurri: “A Roma, mi poiacerebbe, ma non ora. Cerco un club che possa vincere subito”. Con la capitale fuori dai gioci, appare evidente come i neroazzurri, siano al momento i favoriti per l’ex tecnico del Chelsea a meno che una clamorosa separazione tra Allegri e la Juventus non apra a nuovi scenari. Probabile che in tutto questo susseguirsi di ipotesi ci siano stati (o ci saranno) anche qualche approccio o trattativa strategici, come era forse successo con l’Inter due estati fa, quando Conte alla fine decise di restare al Chelsea.

I tifosi interisti sembrano divisi dal prospetto di Conte sulla panchina nerazzurra. Divisi in particolare tra i grandi risultati ottenuti dal tecnico, vincente in Italia ed Inghilterra, valore aggiunto come CT, e il suon passato profondamente bianconero, non solo da allenatore ma anche da giocatore e capitano negli anni forse più caldi della storica rivalità.

Ma vediamo di cercare di capire cosa spinga Marotta a proporre Conte e cosa potrebbe convincere la proprietà a non avallare la scelta.

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E’ un gobbo

Il problema di Antonio Conte non è tanto che è un gobbo, ma è proprio il mostro finale dei gobbi. E’ per certi versi il gobbo definitivo sia per la sua storia sia per i valori che esprime attraverso il suo modo di essere ed intendere il calcio. Non so se sia necessario specificarlo per i più giovani, ma oltre ad essere l’artefice della rinascita juventina da allenatore, Conte fu anche il capitano della squadra del mago Agricola che si appropriò fraudolentemente dello scudetto 97/98. A riguardo il pregiudicato Luciano Moggi nella sua autobiografia scrisse “Alla Juventus, in campo e negli spogliatoi, il faro era Antonio Conte”. Effettivamente dopo quell’infausta partita di Torino era lì in prima linea a difendere l’operato dell’arbitro e la squadra per cui questo giocava. A parere di chi scrive il calcio è senso d’appartenenza e le profonde rivalità ne alimentano questo sentimento. E a chi risponde “Me ne frego, io voglio vincere”, dico che per l’appunto “vincere è l’unica cosa che conta” per quelli lì.

No alla Juventinizzazione dell’Inter

Da quando è arrivato Marotta all’Inter sembra che sia iniziato un inevitabile processo di totale juventinizzazione dell’Inter. Una metamorfosi tale che gli unici nomi considerati credibili per l’eventuale successione di Spalletti sono Allegri e Conte. Si tratta di una cosa indigeribile e sbagliata per due ragioni. La prima è l’implicito asservirsi a questa narrazione per la quale il calcio in questi anni inizia e finisce con la Juventus. La propaganda che vuole quello gobbo come unico modello vincente e tutto quello succede fuori dall’Italia come sopravvalutato. La seconda è un’incompatibilità genetica fra i due modi di vivere ed essere calcio delle due società. Gianni Brera scriveva “L’Inter è squadra femmina, quindi passionale, volubile, e pertanto agli antipodi del pragmatismo che caratterizza la Juventus”. Provare a cambiare questo stato delle cose non solo è sbagliato ma anche scientificamente non corretto, è come unire due elementi chimici incompatibili o sperare di applicare la medesima soluzione a due problemi di natura diversa. E la catastrofica esperienza Lippi sta lì a dimostrarlo.

La difesa a 3 

Per il tifoso talebano nerazzurro sentire le parole “difesa a tre” equivale a pronunciare “klaatu barada nikto” al cospetto del Necronomicon. E non solo per le recenti disavventure ad opera di Gasperini (guarda caso anch’egli gobbo) e Mazzarri, due fra i personaggi più antipatici passati da queste parti e due delle pagine più depressive della storia nerazzurra. Il rigetto culturale nasce da quel profumo di gioco proletario che la difesa a tre si porta dietro e che tanto si confà alla concezione di Conte e, guarda caso ancora, alla Juventus in genere. Il calcio ad opera di operai rigorosamente non sindacalizzati, ma “soldatini” de-individualizzati proni al volere della proprietà-allenatore-padrone. Una concezione completamente opposta a quella tradizione dal sapore aristocratico tipica di Milano. Quella del grande campione, del genio individuale, della sregolatezza dei suoi protagonisti, delle grandi notti europee, del talento che si esprime per il gusto di farlo nel palcoscenico della Scala del calcio.

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E se i suoi risultati fossero sopravvalutati?

Pur essendo la ricostruzione della Juventus post-calciopoli la stella sul petto più lucente della della sua carriera, i meriti non sono tutti di Conte. Hanno fatto la differenza oculatissime scelte mercato, lo stadio e l’assenza delle milanesi. Inoltre i ridicoli risultati europei dei bianconeri nei suoi anni sono stati motivi di giùbilo per i nostri cuori. Non era la Juventus di oggi, ma al primo anno Allegri con la stessa squadra raggiunse la finale di Champions League. Mai si è vista esperienza da Ct più esaltata che quella di Conte nonostante l’uscita ai quarti. Si dice che sia stato geniale a fare di necessità virtù in una squadra di scappati di casa, ma in fondo, a guardare le scelte tattiche e di uomini a Londra (il fabbro Moses come uomo simbolo del suo Chelsea) e il rifiuto alla panchina del Real, son proprio queste le squadre che piacciono a Conte e il contesto in cui può esprimere il suo calcio. Vincere una Premier è un risultato incontestabile, ma quel gruppo l’aveva vinta due anni prima e dopo essersene andato ha lasciato le macerie. Fa impressione a tre anni di distanza vedere a che punto diverso è il Liverpool di Klopp, nonostante quel campionato vinto. E da la misura di quanto può essere profondamente significativa la parola “costruire”.

Problemi extra-campo

Al netto del suo esprimere gobbismo da ogni poro della sua pelle, Antonio Conte decisamente non sembra fra le persone più simpatiche del calcio e possedere le qualità morali necessarie per i nostri gloriosi colori. La condanna per calcio-scommesse è una macchia incontestabile nella sua carriera. Il suo ego sconfinato lo ha portato a litigare con praticamente la quasi totalità delle proprietà per cui ha lavorato, fino all’ultima, il Chelsea, dove si è finiti in tribunale. Sempre nei blues è finito a lanciarsi i piatti con Diego Costa e David Luiz, due degli artefici di quel trionfo. Brutto anche quel farsi beccare in zona sede dell’Inter prima di una sfida decisiva come quella di Coppa Italia contro la Lazio e rispondere con un sornione “No comment” al giornalista che gli chiedeva conto. Causalità? Magari sì, ma magari no. E per concludere l’orrenda querelle con San Josè da Setubal che dovrebbe togliere i dubbi a gran parte dei sostenitori di quest’idea. Ma se anche davanti alla blasfemia chiudiamo gli occhi. Alzo le mani.

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Anti-juventino militante, impiegato ex-pubblicista, padre, marito ed interista da quando a dodici anni lo portarono a San Siro a vedere la semifinale di Coppa Uefa vinta 3-1 contro il Monaco.