Mettiamo subito in chiaro che l’Inter, ieri, ha giocato male. In fase offensiva si è limitata ad alcune fiammate, lasciando solo intravedere le combinazioni nello stretto andate in scena contro il Genoa all’esordio e, in parte, a Verona nella seconda giornata di campionato. I veri problemi, però, sono arrivati dalla fase difensiva: l’assenza di Bastoni, dovuta ad una gestione non impeccabile di Roberto Mancini (a proposito, per la crescita di un giocatore è meglio giocare contro la Lituania o contro il Real Madrid?), si è fatta sentire e in pieno. La corsia di sinistra, composta da Dimarco, Calhanoglu e Perisic, infatti, non ha mai dato una sensazione di sicurezza: il primo non è un difensore, il secondo era in una giornata no (la seconda consecutiva), il terzo ci ha messo l’anima ma non ha alcuni movimenti difensivi dentro, nonostante l’impegno sia impeccabile.

Certo, Dimarco ha regalato una perla eccezionale sul calcio di punizione, toccando i 106 km/h: un bellissimo primo gol in maglia nerazzurro, quello che sognava dai giorni d’infanzia in cui si recava in Curva Nord. E di Interismo ne sta assorbendo a pacchi, sempre di più, anche Nicolò Barella. Ieri altra ottima partita, splendida l’azione che ha dato vita al 2-1 con lo splendido assist per Lautaro. Il centrocampista nerazzurro dall’anno prossimo diventerà – finalmente – il capitano dell’Inter. Perché il capitano deve essere il giocatore più rappresentativo, carismatico, vincente e anche, se possibile, il più forte. Beh, lui ci è molto vicino. Qualcun altro ne è infinitamente distante.

Tanta frustrazione…da sosta

Frustrante il gol subito e l’ennesima uscita solo accennata e non effettuata dall’attuale capitano che ha solo creato confusione, frustrante il caldo di Genova, frustrante il fatto che la squadra abbia fallito tre chiare occasioni da gol (Perisic, Calhanoglu, Lautaro), frustrante non aver potuto preparare una partita di campionato come questa necessiterebbe, frustranti i continui fischi di Orsato, frustrante che questo turno sia stato così condizionato da una sosta sempre più assurda, invadente, insensata, maledetta. Rivalità a parte, non è normale che la Juventus ieri sia andata a giocare a Napoli con una squadra decimata nonostante sia il club a retribuire lautamente i suoi calciatori e non le rispettive nazionali, così come non è normale che i sudamericani siano arrivati venerdì sera e Vecino addirittura sabato mattina, alla vigilia della partenza per Genova.

L’Inter ha le sue colpe, chiaro, ma vorremmo poter analizzare solo quelle, così come vorremmo raccontare delle difficoltà della Juventus a 360 gradi, senza doverci soffermare necessariamente sui fattori che falsano la competizione, come queste assurde soste che non hanno alcun senso di esistere. È necessaria una riforma dei calendari, un nuovo formato che incastri diversamente i match delle nazionali che, ovviamente, hanno un valore storico, culturale, identitario, sacrosanto: non sono loro l’oggetto della critica.

Altro motivo di frustrazione è sicuramente quanto è occorso – ancora – a Stefano Sensi, sempre più ai limiti del dramma. Non è il caso di commentare la sua situazione, ogni parola sarebbe superflua e si avvicinerebbe ad una offensiva commiserazione. Quella che, siamo sicuri, non vorrebbe ricevere. L’Inter, oltre agli ultimi venti minuti trascorsi in dieci uomini e che quindi hanno fatto sì che gli spazi venissero chiusi in maniera serrata, deve comunque migliorare necessariamente in fase difensiva: ieri si è sofferto troppo, anche a causa di una condizione fisica deficitaria per molti interpreti (la causa è sempre da ricercare nella maledetta…). Ogni possesso della Sampdoria dava la sensazione di pericolosità, cosa che l’anno scorso, nel girone di ritorno, non succedeva praticamente mai: Inzaghi sicuramente avrà annotato e farà in modo di intervenire su questa lacuna, essendo un ottimo allenatore.

Un po’ di sano realismo

Non è male che il primo, vero contatto con la realtà avvenga già alla terza giornata. Troppe erano state le illusioni, gli autoconvincimenti che la squadra fosse più forte dell’anno scorso: assunzione che si regge su basi immotivate, visto che l’Inter ha chiuso con un attivo di +165 milioni. Attenzione: non stiamo dicendo che la squadra del bravo Inzaghi non possa raggiungere ottimi risultati, stiamo semplicemente sottolineando che l’esaltazione immotivata dall’alto di due (!) vittorie contro Genoa e Verona sia stata quanto meno esagerata, per usare un eufemismo. Sopravvalutare questa squadra, convincersi che addirittura sia più forte significa non guardare in faccia alla realtà ed è il primo passo per criticare Simone Inzaghi ai primi risultati negativi, in seguito a un mancato raccapezzamento. Non è così che si fanno gli interessi della squadra e del nuovo allenatore, che ha bisogno di tempo e ne ha bisogno più degli altri, avendo dovuto affrontare una situazione enormemente difficile in sede di mercato. Inzaghi va sostenuto con convinzione, realismo e passione: quella che guida il nostro Interismo. E che mercoledì sera, contro il Real Madrid, sarà pronta a divampare per il grande ritorno del pubblico, a San Siro, in Champions League. Sognando una notte magica.