La saga nerazzurra di questa dannata stagione 2016/17 si arricchisce di un altro capitolo a cui avremmo di certo preferito non esser testimoni. In Israele l’Inter saluta definitivamente le speranze di proseguire il cammino europeo a seguito di una nuova, rovinosa ed inqualificabile sconfitta contro il Be’er Sheva Hapoel. A chi si era illuso che la zampata di Perisic nel derby potesse aver dato una scossa alla squadra,  tocca ricredersi amaramente. Oggi l’Inter è esistita un tempo, poi sostanzialmente dall’inizio della ripresa ha giocato con impresentabili controfigure che sembravano non aver mai giocato a calcio.

Perdere contro un avversario con valori tecnici nettamente inferiori ci può stare, perdere due volte contro lo stesso avversario ci può stare molto meno, perdere due volte in questa maniera dopo una stagione intollerabile come quella in corso è decisamente inaccettabile.

Dopo una serata come questa è davvero difficile localizzare ed individuare un solo problema o una semplice area di crisi perché il tonfo è stato così pesante che non è spiegabile con la semplice scusa del cambio di allenatore (n.d.a. salutato da molti giocatori come evento positivo) della carente tenuta atletica (n.d.a. il match contro il Milan aveva mostrato un’Inter decente dal punto di vista senza contare il turnover di uomini per questa trasferta di coppa) o della mancata presenza a livello mentale (n.d.a. intollerabile in una qualsiasi partita ufficiale per professionisti di questo livello). Serve una vera e sentita assunzione di responsabilità da parte di tutti a cui seguano fatti e non solo le classiche parole di dispiacere con promesse allegate, promesse fatte per esser disattese pochi giorni dopo.

Lavorare, allenare e giocare per l’Inter è un onore ma anche un onere, una grande responsabilità che non può essere disattesa o presa con faciloneria o non curanza: ce lo impone la nostra storia fatta di trionfi e di gloria e ce lo impone il nostro presente che ci vede in 45esima posizione nel ranking UEFA dietro a squadre che fino a pochi anni fa neanche ci curavamo di conoscere il nome. Il nome dell’Inter in pochi mesi è stato schernito, sporcato ed insozzato già troppe volte sia con goffi errori a molteplici livelli societari, sia con indegni attacchi esterni da cui inspiegabilmente la società ha deciso di non replicare con sdegno e forza. Non si tratta di pomposi discorsi filosofico-aziendalistici o psicologico-motivazionali quanto semmai di una questione di rispetto che la società deve avere per i propri tifosi, o “clienti” se si vuole vedere il calcio in un’ottica di business, come sembra che lo sport professionistico ad alti livelli sembra indirizzarsi. Ci sono dei limiti in ogni ambito e questi limiti non devono essere valicati se si richiede che si mantenga alto il valore ed il rispetto del nome, o del brand, della società.

Questi limiti sono stati oltrepassati in maniera indegna ed ora è stato toccato il fondo: qualcuno a fine stagione dovrà pagare, dovrà rendere conto di anni di insuccessi annunciati e di imbarazzi in successione. Ora però serve ripartire tutti assieme, ponendo l’Inter sopra di tutto, sopra i giochi di potere, sopra la comodità della panchina o di un contratto ricco che di certo fino ad oggi non è stato per nulla meritato.