Antonio Conte lo aveva detto, con un’espressione facciale scherzosa, ma non troppo, nella conferenza stampa di sabato ad Appiano Gentile. Quando gli era stato chiesto se avrebbe mandato Romelu Lukaku Sanremo in un momento così delicato della stagione, aveva risposto senza indugi: “C’è da cantare domani a San Siro…“. Ebbene, il suo attaccante per eccellenza lo ha preso in parola, decidendo di prendersi la scena della Scala del Calcio. Ma per farlo ha scelto un partner, quello che lo affianca ormai da un anno e mezzo in una splendida avventura, decidendo di aggiungere un’altra tappa al loro personale tour: quella più importante, quella del derby. Si chiama Lautaro Martinez e ieri il numero 9 e il numero 10 si sono esibiti in un duetto spettacolare.

Fuor di metafora canora e ritornando alla realtà calcistica, l’Inter ha approcciato come meglio non poteva il derby più sentito degli ultimi 10 anni. L’attesa è stata spasmodica, frenetica, a tratti nervosa, ed è durata sostanzialmente una settimana per entrambe, dal momento che il Milan in Europa League ha schierato deliberatamente le riserve in ottica sfida-scudetto. La calda accoglienza delle due tifoserie all’arrivo dei pullman delle squadre è stato solo il culmine di sette giorni vissuti con un livello di pressione che di giorno in giorni toccava picchi sempre più alti. Per risalire all’ultima volta che il derby si è disputato fra la prima e la seconda della classe bisognava tornare all’aprile 2011: si giocava sempre in casa del Milan, il risultato fu 3-0 per i rossoneri.. Ieri il tabellino è stato semplicemente ribaltato, quasi a voler chiudere un cerchio: l’Inter di allora si avviava a concludere il suo leggendario ciclo di vittorie abbandonando le speranze scudetto e di lì a un mese avrebbe vinto la Coppa Italia, quello che è tristemente – ancora – l’ultimo trofeo nerazzurro; quella di oggi, invece, stravince il derby e si proietta a +4 sui rivali, scavando un piccolo solco fra sé e le altre. Questa Inter, un ciclo, vuole aprirlo a tutti i costi. Vuole ritornare a festeggiare. Vuole far gioire un popolo.

Canta la Lu-La

Detto dell’approccio positivo al match, i nerazzurri sono riusciti a concretizzare subito – per una volta – grazie al solito tandem: cross chirurgico di Lukaku, colpo di testa perfetto di Lautaro. Sono loro, sempre loro, ad indirizzare fin da subito il derby sui giusti binari: quelli nerazzurri. Poi c’è un’Inter che continua a dominare per mezzora e un Milan che più volte sembra alle corde, ma la squadra di Conte non riesce a trovare il raddoppio e così quella di Pioli prende fiducia e domina gli ultimi dieci minuti del primo tempo, andando vicinissima al gol con Theo Hernandez e approfittando della frenesia che in alcuni frangenti assale la retroguardia nerazzurra. Il secondo tempo sembra seguire l’onda lunga del finale della prima frazione, con il Milan che scende in campo furioso, alla ricerca del pareggio. Sono i 52 secondi in cui Samir Handanovic sbarra la porta ai rossoneri tre volte e finalmente rispolvera una prova da grande portiere. In un’Inter nella quale tutti sembrano dare il proprio meglio, anche il portiere sloveno si esalta e con le sue tre parate salva la propria squadra nel momento più difficile, quello in cui – se il Milan avesse pareggiato – l’inerzia del match avrebbe potuto prendere pieghe spiacevoli.

L’Inter che in quel momento ha bisogno disperato di rialzarsi e di non lasciarsi schiacciare dal forcing rossonero trova uno 0-2 dal peso specifico immenso, poiché scaccia gli incubi e consente agli uomini in nerazzurro di riprendere fiato. E lo fa ancora con una metà della Lu-La, quella argentina. Per quella belga, poi, c’è spazio per un assolo solitario che scandisce le note di un meraviglioso 0-3 con cui chiude il derby. Come contro la Lazio in occasione del terzo gol, anche ieri Lukaku ha dato una straordinaria prova di forza, puntando sfacciatamente Romagnoli e bucando Donnarumma. Sarebbe riduttivo, però, circoscrivere un’altra grande prova nerazzurra soltanto alle due punte. Tutti gli uomini scesi in campo meritano un plauso, ma ce ne sono particolarmente due che rappresentano i volti di un’Inter nuova che vuole diventare vincente.

Quei tasselli che mancavano…

Il puzzle nerazzurro, fin da inizio stagione, sembrava deficitario in due posizioni in particolare: la mezzala sinistra da affiancare agli intoccabili Barella e Brozovic, e l’esterno sinistro, ruolo nel quale Young non brillava, complice una carta d’identità che avanza inesorabile. A completare il mosaico e regalare la tanto desiderata “quadra” ad Antonio Conte ci hanno pensato Christian Eriksen Ivan Perisic. Il danese, che sembrava un corpo estraneo fino a poco tempo fa e destinato a lasciare l’Inter nella sessione di gennaio, oggi è un altro giocatore. Sulla qualità, nessuno ha mai avuto dubbi: Eriksen ha sempre dimostrato di avere lampi di classe. Ma quel giocatore abulico, che trotterellava per il campo senza sapere bene cosa dovesse fare, è un lontano ricordo: oggi è pienamente integrato nella manovra, più deciso e cattivo nei contrasti, più incline a tentare il passaggio più difficile, a portare pressione all’avversario, a bloccare le linee di passaggio. Oggi Eriksen è pienamente dentro l’Inter, si è integrato, ha imparato la lingua e può essere uno dei protagonisti chiave per gli ultimi tre mesi stagionali, come confermato dallo stesso Conte.

Un Perisic così disposto al sacrificio, così generoso, così motivato, all’Inter non si era mai visto. Dopo quella con la Lazio, la prestazione del croato è ancora una volta sfavillante, sontuosa, totale. Terzino in fase difensiva, ala in fase offensiva: contro i biancocelesti aveva annullato Lazzari, ieri annulla un cliente più agevole come Saelemakers ma fa venire gli incubi a Calabria, puntandolo costantemente. Conte ha ammesso che nell’estate 2019 il giocatore non si era dichiarato disponibile a questa mole di sacrificio, mentre nello scorso agosto le cose sono cambiate e Perisic ha deciso di dire sì a Conte e mettersi a disposizione. Anche lui, come Eriksen, ha avuto bisogno di un lungo periodo di adattamento, ma oggi non solo fanno parte a tutti gli effetti del gruppo nerazzurro che combatterà fino alla fine, ma possono ritagliarsi un ruolo di primissimo piano. Conte ha messo in evidenza che i due “hanno fatto un passo verso di noi“, adattandosi a un’identità e uno stile di gioco chiari, ben definiti ed altamente codificati. Con il marchio di Antonio Conte ben impresso.

E ora, insieme, coroniamo il sogno

Recitava così la coreografia dei tifosi nerazzurri a Madrid nel 2010. Oggi come allora, deve essere il nostro slogan, il nostro punto di riferimento. Questa volta c’è un’assenza di lusso, i tifosi stessi, che però mai come in questo periodo stanno facendo sentire tutta la propria vicinanza alla squadra. I giocatori e l’allenatore hanno dedicato a loro e a Mauro Bellugi la schiacciante vittoria nel derby. Ulteriore riprova del fatto che si tratti di un gruppo sempre più Interista, con lo stemma cucito addosso, che appare in missione: riportare questo meraviglioso popolo alla vittoria. Undici anni dopo. Guai a cadere in facili entusiasmi, però. I 4 punti di vantaggio sul Milan e i 5 potenziali sulla Juventus, a 15 giornate dalla fine, non rappresentano un vantaggio da poter gestire. La necessità è quella di pedalare forte, fortissimo: basta un passo falso per ritrovarsi le rivali alle calcagna. L’Inter attraversa il miglior momento della sua stagione dopo due successi convincenti contro avversari del calibro di Lazio e Milan, ma adesso dovrà superare un altro esame di maturità: confermarsi contro le piccole, quando il rischio di sottovalutare la controparte è concreto. In questo senso, quelle contro Genoa e Parma – i prossimi due avversari – saranno prove che richiederanno risposte eloquenti e positive. L’Inter non può rallentare ora: lo deve a sé stessa per lo straordinario lavoro che sta portando avanti insieme al suo allenatore. E lo deve ai suoi tifosi, che ora più che mai sognano il ritorno al trionfo.