Qui si rischia il manicomio. Sì, è a quello che pensi dopo una partita del genere, con così tanti ribaltoni e con così tanta capacità autolesionista. Pessimo approccio alla partita, gol subito meritatamente quasi a freddo, poi ribaltone nei minuti finali del primo tempo, clamorosa possibilità fallita di chiudere la partita, riagganciati sul 2-2, gol del 3-2 di quelli che “mah, ci è andata bene…”, clamorosa nuova possibilità fallita di chiudere la partita, riagganciati sul 3-3. E’ tornata la pazza Inter che Conte aveva allontanato la scorsa estate (sostituendo l’inno) e a parole dicendo che sarebbe stata un’Inter più concreta. E invece ieri, siamo tornati all’Inter (brutta) del passato.

Francamente le parole per descrivere le sensazioni che si provano dopo uno spettacolo del genere sono poche, e non certamente delle più lusinghiere. Di sicuro c’è che l’Inter dice addio ad ogni flebile ambizione di rimonta scudetto e lo fa, oltre che ampliando il margine in classifica rispetto alla Juventus, mostrando tutta la propria inadeguatezza per competere per obiettivi così nobili. L’Inter non è ancora pronta per lo scudetto, questo è un dato di fatto. E deve essere ben chiaro a tutti, anche a coloro che chiedevano a gran voce il titolo ad inizio stagione. Deve essere chiaro a tutti che status storico, quindi tradizione del club, non è la stessa cosa di status attuale, che è la situazione tecnica attuale della squadra nerazzurra, con i propri effettivi. E fra i due tipi di status c’è una differenza ancora abissale.

Questa rosa è da piazzamento

Chiamarsi Inter non significa poter lottare sempre e comunque per il titolo. È una sciocchezza. Il nome Inter implica l’obbligo di riempirla, l’Inter, di giocatori da Inter. Tanto per esser chiari. E siamo ancora ben lontani da questo obiettivo. Basti pensare alle espressioni che si sono delineate sui nostri volti nel momento in cui abbiamo letto – ieri – la formazione ufficiale, quella che per forza di cose ha dovuto rispondere ad esigenze di turnover. Forse Conte ha ricorso troppo alle rotazioni? Possibile. Ma resta il fatto che l’Inter non può permettersi di essere caratterizzata da un dislivello così netto fra titolari riserve. Non è normale che in difesa si debba ricorrere a Ranocchia, un bravo ragazzo (che viene comunque pagato profumatamente per fare la riserva nell’Inter da circa 9 anni, non è un volontario, ogni tanto giova ricordarlo) che però è tutto fuorché adatto per puntare allo scudetto. Sì, anche da riserva. Moses Biraghi sono due onesti mestieranti, ed il secondo ieri ha anche giocato una buona partita, ma con una batteria di esterni composta da Moses, Biraghi, Candreva e Young si vincono i campionati? Al lettore la risposta. In mezzo al campo, si è dovuto ricorrere all’accoppiata Gagliardini Borja Valero.

PAGELLE INTER-SASSUOLO

Sul primo vogliamo essere buoni, e ci limitiamo a dire che non ha niente da dare all’Inter. Niente. Il secondo ha evidenti limiti dovuti all’età che gli consentono di rendere per un periodo molto ridotto all’interno di una partita. È questo che serve all’Inter per puntare a vincere? Capitolo attacco. Un reparto – si può dire – che quest’anno è stato composto solo e soltanto da Lautaro Lukaku. Perché Sanchez fino al lockdown si è visto pochissimo, e anche ieri non ha assolutamente fatto la differenza. E non gioca con continuità ormai da un paio di anni. Può bastare un reparto d’attacco composto per il 90% della stagione da due effettivi – per quanto forti – per puntare al titolo? È una rosa da piazzamento in Champions League, quello che infatti è stato raggiunto – e con estrema fatica – negli ultimi due anni. Obiettivi superiori avrebbero francamente assunto i contorni del miracolo o del sogno da rincorrere, ma non potevano essere raggiungibili a lungo andare, quando c’è da ricorrere all’ampiezza della rosa. Ed infatti l’Inter è riuscita a rimanere fra il primo e il secondo posto soltanto per circa 23-24 giornate. Anche troppo per i valori generali della rosa. Per la vittoria serve altro, per la vittoria serve una rosa completa, affidabile in toto. Con gente da Inter. Oggi, duole dirlo, ma oltre ai titolari ce n’è poca. Così come i leader, che scarseggiano. E dei quali c’è disperatamente bisogno.

Meritiamo di più

Detto degli evidenti limiti strutturali, c’è da dire che in molte situazioni si poteva fare meglio. E ritorniamo all’autolesionismo e a taluni aspetti tragicomici. Già, perché è facile sparare sulla croce rossa, ma il gol sbagliato ieri da Gagliardini è una cosa che a memoria sui campi da calcio professionistici è difficile ricordare. E non è solo un clamoroso errore tecnico di un giocatore che da quel punto di vista ha enormi lacune, ma è anche indice della mancanza di cattiveria, di voglia di uccidere sportivamente l’avversario, quella che Conte aveva chiesto a gran voce, ripetendolo come un mantra, dopo la partita contro la Sampdoria. Già, perché “questo l’avrebbe fatto anche mia nonna” spesso si fa per dire, ma forse in questo caso mia nonna avrebbe davvero fatto gol. E la mancanza di cinismo si è avvertita nuovamente, in maniera palese, fallendo una nuova occasione di chiudere la partita, ancora con quel Candreva che aveva clamorosamente peccato di lucidità anche contro il Napoli in Coppa Italia quando – con un po’ di malizia in più – si sarebbe potuto tranquillamente raggiungere la finale. Ecco, detto dei limiti tecnici, chiedere più rabbia, più cattiveria agonistica, la voglia di portare a casa la vittoria per rispetto della maglia che si indossa, crediamo non sia chiedere troppo. Lo meritiamo. Specie se c’è da spingere soltanto una palla nella porta sguarnita a due metri di distanza.

Difesa horror: non è da Conte

Antonio Conte, fin dal post-match contro il Napoli, si è sottoposto al primo grande processo da parte della tifoseria da quando siede sulla panchina nerazzurra. Anche lui non è esente da colpe, sia chiaro. Giova però ricordare che la sua squadra è stata in testa, pur con mezzi tecnici inferiori rispetto alla principale rivale e ad una serie infinita di infortuni, fino al 16 febbraio. Ovvero 15 giorni prima del lockdown. E che i 58 punti in 27 giornate sono lo stesso score dell’Inter del Triplete. Non propriamente un fallimento, con il quale spesso si vuole connotare il suo operato. Detto questo, è giusto anche muovere alcune critiche e perplessità. In particolare, sulla tenuta difensiva. I 28 gol subiti in 27 partite non sono pochi, ma neanche tantissimi. Quello che lascia perplessi, però, è soprattutto il modo in cui spesso l’Inter difende. Linea altissima, aggressività esasperata che consente agli avversari – una volta superata la pressione – di trovarsi facilmente in situazione di contropiede. E contro il Sassuolo, la cui capacità in transizione è nota a tutti, non è stata propriamente la strategia migliore. Per informazioni (e conferme), riguardare il primo gol. E tutte le occasioni fallite da parte dei neroverdi, specie nel primo tempo e ancora in contropiede. A tratti sembrava di essere una squadra di Zeman. Tutti all’arrembaggio, in maniera esagerata ed esasperata. Conte dovrà lavorare sulla fase difensiva, in vista di questa e della prossima stagione. Specie perché le sue squadre non hanno mai peccato da quel punto di vista, ed anche lui può fare meglio di così.

Conclusioni

L’Inter dice definitivamente addio alla lotta scudetto, e lo fa palesando tutti i propri limiti. Questa rosa non è ancora pronta per puntare al titolo. Va migliorata, sostituendo alcuni interpreti inadeguati con altri di livello, lavorando nello stesso tempo su quei validi elementi già presenti al fine di favorirne la crescita e l’efficiente sfruttamento del potenziale. Ma resta la mancanza di concentrazione e di cattiveria che avrebbero potuto sicuramente garantire all’Inter dei punti in più. Alcuni errori sono inaccettabili. Si può però cogliere un aspetto positivo e ricalcare un parallelo con una notte di 11 anni fa, con le dovute proporzioni. A Manchester, nel marzo 2009, l’Inter fallì per l’ennesima volta in Champions League nonostante avesse ingaggiato l’estate precedente miglior allenatore per eccellenza in campo europeo, ovvero José Mourinho. Fu a suo modo una svolta, perché lì il tecnico e la società fecero il punto e stabilirono cosa effettivamente servisse all’Inter per fare il salto di qualità e vincere, dove intervenire e come. Ma soprattutto, si comprese che quella rosa non era pronta per vincere in Europa. Si puntò sui giocatori di livello presenti in rosa per sostituirne degli altri meno adatti, ingaggiandone dei nuovi che si rivelarono fondamentali per il traguardo del 2010. Quando fu chiaro che il problema non era l’allenatore. Adesso, giugno 2020, l’Inter non è riuscita a vincere il campionato neanche con il miglior allenatore per le competizioni domestiche, ovvero Antonio Conte. Può essere un’altra svolta, un momento in cui comprendere cosa fare per arrivare alla vittoria. Dove migliorare. Per poter dire magari, fra un anno di questi tempi, che il problema non era l’allenatore e che l’Inter finalmente ce l’ha fatta.

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23 anni, laureato in "Scienze della Comunicazione" presso l'Università della Calabria. L'Interismo è qualcosa che scorre dentro senza freni, in maniera totalmente irrazionale. Condividere questo sentimento è magnifico, scrivere di Inter ancora di più.