Era l’ultima chiamata, l’ultima possibile risposta ad una stagione che ha preso, da febbraio in poi, una piega e un’inerzia avversa ai colori nerazzurri: l’ultima occasione per imprimere una nuova svolta positiva. Il teatro non era esattamente dei più agevoli: l’Allianz Stadium, laddove l’Inter non vinceva da dieci anni (3 novembre 2012): la trasferta nella quale, storicamente, la Beneamata ha avuto meno successo nella sua storia. Non è arrivata una prova convincente sul piano del gioco, dobbiamo dirlo con franchezza. Ma è arrivato quel successo ottenuto con l’orgoglio, la fatica, il sacrificio: per farla breve, con lo spirito di squadra che, in questo momento della stagione, deve prevalere sulla ricerca estetica ad ogni costo.

Mai come ieri contavano i tre punti ed i tre punti sono arrivati, con l’Inter che ha spezzato la maledizione decennale dello Stadium ed è rimasta aggrappata alla corsa per il titolo, pur consapevole di non poter permettersi errori da qui al 22 maggio. Il primo mattoncino (e che mattoncino!) degli otto che devono ancora arrivare (lo pretendiamo) è stato però messo su allo Stadium. Non male.

L’Inter di corto muso. Forse è un cerchio che si chiude…

Sono trascorsi praticamente due mesi da quel maledetto derby nel quale l’Inter aveva dominato ed è uscita da San Siro con zero punti in saccoccia. È stato l’inizio del lungo periodo di crisi, durato due mesi e che ci auguriamo possa aver conosciuto finalmente il suo epilogo nella notte di Torino. Già, perché proprio a Torino si è manifestata (forse) la legge del contrappasso, segnando un possibile spartiacque nella stagione nerazzurra. Se il 5 febbraio scorso la squadra di Inzaghi aveva incassato i complimenti (beffardi ed effimeri) per la prestazione ma non il risultato, ieri sera è accaduto il contrario: scarsa brillantezza sul piano del gioco ma massimo riconoscimento dal campo. Vittoria. Magari serviva questo, ai nerazzurri, per risollevarsi ed affrontare con piglio nuovo, con fiducia ritrovata questa volata finale. Come a dire, in fondo non è detto che debba andare tutto storto, anzi! Sarebbe un delitto disperdere il patrimonio di potenziali nuove certezze arrivate dalla notte dello Stadium: è il momento di far germogliare il seme di una vittoria insperata, alla vigilia e probabilmente anche nella durata dell’incontro, visto che la partita è stata caratterizzata dall’enorme sofferenza.

Inzaghi si è confermato ancora una volta nemesi della Juventus e in particolare di Allegri, preparando una gara nella quale l’Inter si è snaturata, creando pochissimo e dedicando attenzione massima alla fase difensiva, abbassando come mai aveva fatto prima d’ora il baricentro. Il confine fra strategia e necessità è in questo caso molto labile, poiché anche quando i nerazzurri si sono affacciati verso la metà campo avversaria sono stati spesso imprecisi e poco lucidi nelle scelte, così come lo sono stati nella costruzione di gioco, in molti casi affannosa. Il grande pregio della notte allo Stadium è stato, semmai, il sacrificio collettivo. Di tutti, nessuno escluso, anche di Vidal e Gagliardini che sono entrati nel secondo tempo e ci hanno messo la testa. No, non metaforicamente: quanti anticipi con la capoccia!

Troppo spesso si era detto (e anche a ragione) che questa squadra è in grado di ottenere risultati soltanto dominando il gioco e risultando bella: ieri è avvenuto il contrario, come detto. L’Inter ha dimostrato di saper soffrire e scusate se è poco, perché nessuna squadra ha mai vinto titoli senza questa pregevole caratteristica.

Un altro contrappasso…

A molti, specialmente nel finale di partita, è tornato in mente l’epilogo della gara d’andata. In quell’occasione l’Inter sembrava avere in pugno la vittoria ed aveva fatto più della Juventus, arrendendosi però di fronte a un calcio di rigore concesso a favore dei bianconeri: fallo di Dumfries su Alex Sandro (i protagonisti del rigore allo Stadium, che bello quando il contrappasso si manifesta così…). Ieri non è successo, nonostante i calciatori di Allegri ci abbiano provato in ogni modo, forse sentendosi convinti – in maniera inquietante e deprecabile – che l’arbitro avrebbe concesso sicuramente un calcio di rigore per una fantomatica voglia di compensazione. Ma compensazione di che? Capiamo perfettamente che vedersi fischiare contro un rigore allo Stadium non è cosa che capita tutti i giorni, ma se il penalty c’è, amici juventini, non si può (neppure nel vostro mondo fantastico) sindacare su una decisione corretta e pretendere la compensazione che già di per sé è principio perverso ed avverso al gioco del calcio, per come questo dovrebbe essere concepito.

Non si possono spiegare altrimenti le ripetute (ed anche patetiche, lasciatecelo dire) simulazioni dei calciatori di Allegri nel finale di gara, non si possono spiegare le recriminazioni avvenute anche dopo il fischio finale, con Rabiot che dice pubblicamente (e pure sui social) di aver giocato in 11 contro 12 (un giocatore della Juventus che parla così, e chi l’avrebbe mai detto? Forse è per questo che a Torino non si è mai integrato davvero…). Le scenate più clamorose sono state sicuramente quelle di De Ligt nel finale e quelle reiterate, praticamente per tutta la gara, da parte di Vlahovic. Il serbo, probabilmente, ha capito che era l’unico modo per incidere davvero sulla gara.

Skriniar, che leone!

15 dicembre 2019, primo anno di Antonio Conte sulla panchina dell’Inter e primo anno di Skriniar in una difesa a tre, il cui adattamento si rivela più complicato del previsto. C’è Fiorentina-Inter, con i nerazzurri in vantaggio per 1-0 quando il match è ormai in pieno recupero. Il giovane Vlahovic, rivelazione del campionato, si invola sulla destra e brucia proprio Skriniar, incapace di contenerlo, poi scarica con il sinistro la rete del pareggio che vale l’aggancio della Juventus agli uomini di Conte in classifica.

A quasi due anni e mezzo di distanza, il destino vuole che lo scontro titanico della sfida fra bianconeri e nerazzurri sia ancora caratterizzato dagli stessi interpreti. Le condizioni ancora non ottimali di De Vrij costringono Inzaghi a schierare D’Ambrosio titolare con il conseguente slittamento dello slovacco al centro della difesa, laddove deve fronteggiare proprio l’avversario di allora: è ancora Skriniar contro Vlahovic. Stavolta, però, l’epilogo è diverso, con il numero 37 nerazzurro che annulla spesso e volentieri l’attaccante probabilmente più temibile dell’intero campionato italiano. È il segno della crescita di un ragazzo che non solo è diventato splendido interprete della linea a tre (anche in posizione centrale), ma anche della conferma che lo slovacco non tradisce. Non ha tradito neppure nel momento più difficile della stagione nerazzurra, che ancora non è del tutto passato, poiché molti interpreti continuano ad essere appannati tecnicamente, fisicamente, psicologicamente. Lui no, Milan Skriniar no. Sempre fra i migliori in campo, sempre lì, a difendere la porta nerazzurra, l’oggetto più prezioso della sua vita professionale: non si passa. Non si passa perché anticipa, perché fa a sportellate, perché ci mette il fisico, perché di testa la prende lui, perché nell’uno contro uno è da sempre navigato, perché tiene – eccome se ci tiene – ai colori nerazzurri, a quella maglia, a quello Scudetto sul petto che non vuole proprio abbandonare poiché è stato fondamentale nella cucitura dello stesso nell’anno precedente. Milan Skriniar come simbolo dell’Interismo, mai più di ieri, mai come ieri: un leone che si è esaltato nelle barricate e ha dato tutto per difendere questo risultato.

Il più bello, la vittoria allo Stadium che ci consente di urlare all’Italia intera: “Siamo ancora vivi!”.