97 giorni dopo, torna l’Inter e con lei tutti i suoi pregi e difetti. Specialmente quelli che ci hanno accompagnati in questa stagione, fino al lockdown. Una partita che diventa un po’ il simbolo, il manifesto di quella che è stata finora la stagione 2019-20, prescindendo dall’eccezionalità della stessa e provando a tracciarne un solco di continuità all’interno, nonostante i tre mesi di stop che inevitabilmente incidono in maniera notevole.

INCOMPIUTI

Le gambe erano rallentate, la fatica si è fatta sentire parecchio, i ritmi erano a tratti davvero lenti. Ciononostante, l’Inter è riuscita a mettere comunque in mostra una propria identità, nonostante i nerazzurri – sotto la guida di Conte – facciano della corsa (è la squadra che macina più chilometri) e dell’intensità portata ai suoi estremi i punti di forza. La partenza è sprint, l’Inter segna subito e poi continua a dominare, sfruttando una difesa del Napoli che insolitamente balla, cosa che alla vigilia non ci si aspettava. La squadra di Gattuso, straordinariamente abile in fase difensiva, si ritrova a giocare una partita che non si aspettava, con il gol subito a freddo. Ed è lì che viene colpita psicologicamente, con l’Inter che sembra poter dilagare già nel primo tempo. Ed ecco che riaffiorano i vecchi limiti della squadra di Conte, ovvero quell’incapacità di concretizzare il dominio di gioco. Perché ieri, nel primo tempo, si potevano tranquillamente segnare tre gol solo con un pizzico di lucidità in più negli ultimi 20-25 metri. Scelte costantemente sbagliate in fase di transizione, quando c’è da effettuare il cosiddetto “ultimo passaggio”. Ed è questa mancanza di cinismo, di cattiveria, di killer-instinct a determinare il confine fra una buona squadra – qual è l’Inter attuale – ed una grande squadra, che ieri avrebbe invece ipotecato la finale di Roma nei primi 45 minuti per la mole di gioco espressa. Il simbolo è l’azione di contropiede orchestrata da Candreva intorno al minuto 40. Lì la lucidità avrebbe consigliato un facile passaggio a premiare la sovrapposizione di Eriksen, che si sarebbe trovato agevolmente solo davanti ad Ospina. E invece la scelta è ancora una volta sbagliata, e l’Inter spreca un’ennesima ghiotta occasione. E quel confine ancora troppo marcato si fa sentire solo un minuto dopo…

INACCETTABILE

Il gol subito solo un minuto dopo dalla mancata concretizzazione dello 0-2 è un segno clamoroso di ingenuità. Trovarsi sull’1-1 concedendo un gol articolato con due passaggi (di cui uno è un rinvio del portiere avversario) e un tiro concesso solo davanti ad Handanovic è qualcosa di imperdonabile. L’Inter si sbilancia clamorosamente in occasione di un corner a favore, il resto lo fa la capacità con i piedi di Ospina e la lucidità (quella che a noi manca troppo spesso) di Insigne, che serve Mertens che concretizza agevolmente. Da qui in poi, il Napoli nel secondo tempo fa la partita che voleva sviluppare sin dall’inizio. Ed i 45 minuti finali diventano la fotocopia dei 90 minuti del 12 febbraio a San Siro, con la squadra di Gattuso interamente nella propria metà campo e l’Inter a tenere palla (68% la percentuale finale) ma senza riuscire a trovare sbocchi significativi, risultando spesso e volentieri prevedibile. E quando le linee del Napoli non riescono ad opporsi, ci pensa Ospina, autore di due miracoli su Eriksen e Lukaku. E così, il 95′ arriva veloce e all’Inter resta un’eliminazione in semifinale, ma soprattutto tanti rimpianti, perché la finale sarebbe stata meritata ma il mancato accesso arriva quasi come una punizione per l’ingenuità espressa a tratti.

ERIKSEN…A METÀ

Era l’uomo più atteso, Christian Eriksen, e Conte ha puntato su di lui come da aspettative della vigilia. Lo ha fatto cambiando modulo, almeno in fase di possesso, proponendo il danese dietro le punte, nella posizione che spesso occupava Sensi nella prima parte di stagione. E nel primo tempo, complice le gambe pesanti ed un Napoli impacciato, l’immensa qualità di Eriksen si fa vedere e sentire tutta. Non solo il gol segnato da calcio d’angolo, sfruttando l’indecisione di Di Lorenzo e l’errore di Ospina, ma anche tanti passaggi millimetrici e intelligenza calcistica. Poi, ovviamente, le gambe sono pesanti anche per lui, ma se hai immensa qualità nei piedi, è ovvio che questa risalti. Nel secondo tempo, però, Eriksen si spegne, commettendo anche qualche errore di quelli che da lui non ti aspetteresti, vedi controllo di palla o – appunto – nei passaggi insolitamente sbagliati. Lo abbiamo ribadito più volte: tanto del destino dell’Inter di questa e delle prossime stagioni passerà dalla capacità di Eriksen di entrare alla perfezione nei meccanismi nerazzurri. Ed il primo tempo di ieri, in questo senso, rappresenta una buona base di partenza.

DOV’È LAUTARO?

L’uomo più discusso durante i mesi di lockdown e di pausa forzata dal calcio, con le voci di mercato costanti accompagnate da quel timore che potessero rappresentare una fatidica distrazione con il ritorno al calcio giocato. La speranza che questa paura sia infondata resiste ancora, ma la prova di ieri sera è stata deprimente. Si vede veramente pochissimo, è lento e impacciato, ma soprattutto non lotta come suo solito. Vero che anche il suo gemello del gol Lukaku appare appesantito, ma almeno fa di tutto per farsi trovare libero dai compagni ed effettua la solita dose di movimento continuo. Lautaro, invece, sembra un pesce fuor d’acqua. Prima di emettere un giudizio definitivo su prestazioni che, se fossero dovuto al mercato, sarebbero gravissime, occorre attendere qualche altra partita, dove potrà smentire o confermare le posizioni di molti tifosi, a seconda dei punti di vista.

CONCLUSIONI

Mai come quest’anno, l’Inter avrebbe meritato di giocarsi una finale, per la superiorità espressa sul campo nei confronti di una squadra come il Napoli che – come ha ricordato Conte – a inizio stagione doveva lottare per lo scudetto e che comunque dispone di una rosa di ottimo livello (basti guardare i nomi dei subentranti di ieri sera fra le due squadre). È un’eliminazione che fa malissimo, perché rappresenta un primo obiettivo sfumato. Adesso un mese e mezzo di campionato, nel quale il calendario – ultimi impegni a parte – non appare affatto proibitivo. L’Inter dovrà provare a mettere insieme più punti possibili e vedere dove la portano. Poi, ad agosto, sarà tempo di Europa League, probabilmente con il format delle gare secche. Anche lì sarà questione di dettagli, come ieri sera. Con la speranza che l’eliminazione di Napoli sia servita da lezione. E che quel confine fra buona e grande squadra possa diventare gradualmente meno netto.

 

 

 

 

23 anni, laureato in "Scienze della Comunicazione" presso l'Università della Calabria. L'Interismo è qualcosa che scorre dentro senza freni, in maniera totalmente irrazionale. Condividere questo sentimento è magnifico, scrivere di Inter ancora di più.