Hakan Calhanoglu, un nome, una storia.

Una storia fatta di sconfitte, delusioni, rivincite e soddisfazioni. La storia di un uomo che è stato in grado di trasformare le lacrime di rabbia in lacrime di gioia. 

La sua carriera è indissolubilmente legata a Milano, alla Milano dei “casciavit” prima e a quella della “Beneamata” poi; infatti il centrocampista turco veste nerazzurro dal 22 giugno 2021, dopo 4 stagioni nelle fila dei cugini rossoneri. 

L’addio e il nuovo inizio

Il suo addio ai rossoneri fu tutt’altro che semplice; negli ultimi mesi nella sponda rossonera si venne a creare una crepa sui termini del rinnovo, rinnovo che non arriverà mai, perché nel giro di 48h e con un colpo di reni da grandissimo affarista, Piero Ausilio s’inserisce fugacemente nella trattativa, riuscendo a portare un calciatore di spiccata qualità tecnica e balistica alla corte del neo-allenatore Simone Inzaghi. Il suo trasferimento fu del tutto inaspettato, quasi sorprendente per velocità ed efficacia, le stesse caratteristiche con le quali Calhanoglu venne ricoperto di insulti, minacce oltre il limite dell’accettabilità e invettive, che col calcio avevano ben poco a che fare.

Ma Hakan era ed è un lavoratore accanito, un professionista vero a cui la fatica non ha mai fatto paura e un uomo dagli indubbi valori, tant’è che mai rispose alle centinaia di migliaia di scherni. A testa bassa ha iniziato ad assorbire tutte le qualità del gioco di Inzaghi, inserendosi così bene nelle trame di gioco che all’esordio col Genoa gli bastarono 14 minuti per fornire un assist e timbrare il cartellino.

Il ruolo nelle trame di Inzaghi

Calhanoglu iniziò da mezz’ala nel 3-5-2 di Inzaghi, fino all’infortunio di Marcelo Brozovic, quando per sopperire alla mancanza di una vera alternativa nel ruolo del play gli venne chiesto di adattarsi, reinventandosi regista in un ruolo totalmente nuovo per lui. Questo gli permise però di esprimere totalmente il suo potenziale creativo e la sua visione di gioco, diventando un elemento chiave nel nuovo approccio tattico della squadra.

D’altronde le qualità tecniche del turco sono da sempre indiscutibili, poiché capace di combinare abilità nei passaggi e nei dribbling con una letale precisione nei calci piazzati, oltre che doti balistiche non indifferenti sia dalla lunga che dalla breve distanza. Calhanoglu così oltre che ad entrare sempre di più nelle trame di gioco nerazzurre ha iniziato ad entrare nel cuore di un intero popolo, facendo innamorare milioni di tifosi con le sue magie nel mezzo del centrocampo.

Dalle “delusioni” all’incontenibile gioia

Calhanoglu ha vissuto nei primi due anni svariate gioie e delusioni, a partire da un gol nel derby contro i suoi ex compagni e tifosi, con tanto di godibile esultanza sotto la sud, infiammando un clima già teso da tempo.

Nel corso di queste due stagioni il turco ha arricchito il suo palmares con Supercoppe Italiane e Coppe Italia ma mancando per due volte consecutive l’obiettivo dello scudetto, obiettivo che però non è mai diventato un’ossessione, ma piuttosto una fiamma ardente nel cuore del turco, che ne ha costantemente migliorato le prestazioni, fino a raggiungere la perfezione in questa stagione stellare. “Stellare”, perchè termine migliore per descrivere la sua stagione (e dell’Inter in generale) è impossibile trovarlo, poiché il turco a comando del reparto di centrocampo ha dominato in lungo e in largo, offrendo prestazioni incredibili, condite da 13 reti e 3 assist in 40 presenze tra tutte le competizioni, riportando finalmente il titolo di Campioni d’Italia al popolo nerazzurro; titolo dal sapore speciale, il ventesimo, che significa seconda stella e sorpasso sul Milan, fermo a quota 19.

L’uomo oltre il calciatore

Oltre che essersi distinto in campo per le prestazioni sontuose e dominanti, Calhanoglu ha dimostrato di essere un grandissimo uomo anche fuori dal rettangolo di gioco; dai social fino alle interviste mai è volata una singola parola fuori posto, mai si è abbassato a rispondere alle critiche e agli insulti, non solo dei tifosi ma anche di ex compagni che con lui condividevano quotidianamente lo spogliatoio. Ma d’altronde tutti noi sappiamo da quale pulpito arrivavano questi insulti, e probabilmente lo sa benissimo anche Calha, tant’è che a differenza di “costui” il saluto del turco ha una dedica ben più nobile rispetto a quella che gli riservarono i milanisti. Infatti Calha, con le sue lacrime di gioia alla fine di un derby dominato, ci inorgoglisce e non fa altro che far crescere l’attesa di vederlo in festa sul pullman dopo Inter-Torino, pronto a dedicarci “un saluto” e un sorriso, in cui si racchiude l’essenza dell’interismo vero.

Articolo a cura di Leonardo Orlando

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