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Werckmeister Harmonies

ambrose_sault

Esordiente
138
45
33
Drogarsi è cosa buona
giusta non lo so
lo chiedo alla battona
piegata sul como'.
Come la civetta
che canta col dottore
sniffiamo orsu' a manetta
con tanto batticuore.
 

ambrose_sault

Esordiente
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45
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Cip cip cip crollo muoio emigro nella mal'alba; i fiori spettrali di giugno si intersecano nel clamore dei primi avamposti mattutini; odio la mattina perché contraddistingue l'inettitudine e la malagrazia del benserivito; la notte mi è scivolata dalle palpebre ed ora vedo soltanto frantumi di inesistenza che blaterano presuntuosa vitalità: ah, quale errore più molesto non essere parte di questo spettro, né cranio, né dente, nulla che non resista ai sepolcri restii al sollevamento. Il cimitero della civiltà mi fissa con occhi sgranati.
 

Obdulio Varela

Pallone d'oro
24.779
14.325
97
Mmmm... Sempre no... Baudelaire non spreca 'n cazzo - per dire.

E comunque @ambrose_sault è l'unico che in 'sto forum pubblica testi suoi - riponi la cerbottana e beviamo insieme ad ambrose_sault, che a volte mi sembra troppo sobrio.
Sì, Baudelaire, Rimbaud, Campana, perfino D'Annunzio.

Mi piacciono i poemetti in prosa ma penso sempre che in versi il risultato sarebbe ancora migliore.😁
 

mirkubu

Vice capitano
6.291
2.652
71
Sì, Baudelaire, Rimbaud, Campana, perfino D'Annunzio.

Mi piacciono i poemetti in prosa ma penso sempre che in versi il risultato sarebbe ancora migliore.😁
Ma sì, io ti capisco Obdulio...

Sai forse chi è l'unico per il quale davvero, in certi suoi passaggi, non vale quanto dici? Proprio lui - il montevideano Conte di Lautréamont :sizi Metti quella roba in versi - e ne esce un obbrobrio di dimensioni cosmiche.

D'altronde il noto critico Adani, nel suo monumentale commento a I Canti di Maldoror, scrive: "Gli uruguagi hanno un cuore differente, lo capisci o no?". E chi sono io per dargli torto.
 

Obdulio Varela

Pallone d'oro
24.779
14.325
97
Ma sì, io ti capisco Obdulio...

Sai forse chi è l'unico per il quale davvero, in certi suoi passaggi, non vale quanto dici? Proprio lui - il montevideano Conte di Lautréamont :sizi Metti quella roba in versi - e ne esce un obbrobrio di dimensioni cosmiche.

D'altronde il noto critico Adani, nel suo monumentale commento a I Canti di Maldoror, scrive: "Gli uruguagi hanno un cuore differente, lo capisci o no?". E chi sono io per dargli torto.
Lì ci sarebbe da discutere se sia davvero poesia😁
 

mirkubu

Vice capitano
6.291
2.652
71
La base, l'essenziale, è badare su che numero di sillaba casca l'ultimo accento. Sarà mica difficile?

Poi, se proprio vuoi, ti attieni anche alle altre "regole". Schemini facili facili anche quelli, comunque.
Sì, chiarisco: la metrica in sé non è difficile, lo è farne uscire versi che non risultino orrende filastrocche :D
 

ambrose_sault

Esordiente
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Ora di cena, ultimi passi dai cortili, scarpe slacciate, bambini uggiosi e perimetri del cielo scombinati. Colori da favola araba, sigarette profumate.


Corde vocali addolcite da impegni mansueti, caldo non soffocante a prelevare vocaboli per invitare alla giusta pazienza. Poi cibo, cotto a puntino, aromatizzato.


Ora di cena, fiori sbocciati, sublime luminescenza. Suoni non fastidiosi. Ultimo tuffo nel sole nel mare muto.





  • Gentili bambini ascoltatori




Guardate come camminano i vostri bambini, capelli leggeri e volto incuriosito, allungano le mani sugli oggetti in vendita e rubano, rubano, rubano, rubano, adorabili ladri dal cuore tenero, innamorati di immagini colorate e di persone dal sorriso ingenuo, pieni di rotoli di carta, i loro occhi esposti al cielo reclamano spazio per vagare incontrastati, hanno affittato milioni di camere percorrendo on the road di pattini e coriandoli e vanno, vanno, vanno, esplodono in un mare di problemi portandovi al riso come un sesso piacevole che non chiede nulla in cambio, diavoli minuscoli in cerca d’autore, si vergognano per voi non parlando.


Il movimento della sambuca è marziano di gesti, interrompe quasi non sta bene con salati tra le labbra, interrompe, tiene in sospeso il cervello poi scivola lentamente emulando sangue di persona antica anticamente apprezzata che cerca parole. E i bambini guardano vecchi che esplodono di rabbia.


Guardate come si muovono liberi nei vostri carrelli di spesa, sabato pomeriggio, diciotto zero sei, i bambini crescono ad ogni nostro errore ridendo in faccia alle perplessità della nostra cultura, muoiono di televisione e corde tese delle grandi risposte, muoiono di valori imposti.
 

ambrose_sault

Esordiente
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  • Questi sensi incalcolabili




Strade morbide, more dense cui allacciarsi di labbra penzolanti in attesa di succo rosso. Più forte del vino, più buono del sangue. Succo d’ansia sbollita, di passi malfermi e interruzioni erranti.


Non può piacere tutto. Non può piacere l’espressività di un viso.


Dunque strade morbide dove ritrovare frammenti di coscienza, analisi incompleta e una canzone addosso, di quelle atmosferiche che ti fanno stare in silenzio, deviazioni vocali per non pensare. A nulla.


Strade, frutto socchiuso, seme spinto. Posare le mani sul grigio umano riversatosi. Sentire lo sporco addosso, dentro, soffocare di smog e allungare un braccio al prossimo volo pindarico.


Non può piacere tutto. Non possono piacere le bandiere alzate, certi sorrisi mai silenziosi, determinate conclusioni di storie filmate. Tutto è predisposto alla non piacevolezza, creiamo eccezioni per abituarci all’innamoramento senza nulla in cambio.


Strade gelatinose, sprofondare con il busto inconsapevole di altezza. Poi il collo, il naso. Gli occhi. Buio. Aprili. Apri quegli occhi. Annulla il tuo soffocamento e spalanca accogliendo nella tua pupilla intimidita la gelatina dello smog profanato. Massaggio sulla tempia, metti a tacere i sensi. Sprofonda dormendo e apri i tuoi occhi, penetra la pienezza dello sconosciuto.


Lasciati sedurre da mondi ignoti in quell’abisso. Muori con gentilezza.





  • Avranno sicuramente i posti prenotati




Orizzonti negati, enormi tende sovrapposte a vento in un gonfiore che ricopre qualsiasi spazio, brandelli di cielo dondolanti a ricordare il pendolo di Poe nella lentezza di processione costante.


Il pendolo scende, scende sulla tua cartilagine rosa a proteggere il binocolo arrossato, scende verso le mani legate e ginocchia saldate come chiodi cristiani, non c’è carezza durante la discesa barcollante, il tuo corpo una miniera in esplosione turbinante sale fuoriuscito dalle orecchie e caramelle al latte sdrucciolate dallo stomaco in andirivieni infanzia-vecchiaia, sei adulto in capelli neonati mentre ricevi l’invito al sangue della lama, intorno ghiacciai lacustri ad esalare calore imitando pentole impazzite sui fornelli, intorno piramidi sensoriali a capovolgersi nella meccanica astrale senza limiti di parlamenti satellitari.


Dottor inferno con le tue chiavi lucidate di argento rosso aspiri al virtuosismo del male abbottonandoti il petto di petali d’oppio e respiri più velocemente della simmetria di un incidente stradale dopo sbronza, mastichi pezzi di salsedine, mescoli carte clandestine mozzando con le unghie gli spigoli, ti rivolgi ai passeggeri incompleti di questa nave celeste che arriva alla bufera del sogno.


Bandiere abbassate, dottore dalle spalle screpolate, bandiere prese a calci e sputi, bandiere bruciate quando, ancora sventolanti di falsa mitologia, imbarcano smog nell’aria montanara delle civiltà, bandiere prese a sberle, imputate, colpevoli, condannate a fare da tappeto per l’entrata in scena dell’individuo, bandiere cucinate in case senza porte, dottor inferno bacia le labbra di questa serenità annullata, porgi le tue gengive focose all’incontro non prenotato nell’ufficio disordinato di papà provvidenza e mastica, mastica pareti, mastica portaombrelli, consuma quei denti nel legno pregiato di seconda mano posato alla parete della stanza, insisti di lingua nel rendere liquido il punto di vista del maxischermo e mastica ancora, mastica, voglio vederti sanguinante con piccoli canini ormai spicchi di bianco, ormai inutile soprammobile, orgoglio dei professionisti del dentifricio, amore di scatola balbettante per il dolore agli organi che danno velocità alle guance.





  • Non è il caso di lasciare bocche asciutte




Fumo prende proporzione nell’aria ed è giorno, con tanto di sole a brillare di primavera ancora fredda, gente ai balconi, mollette di lieve sporco, leccaculo della parlantina mai mai mai e mai che mi sia passato per la testa di essere come quel risvolto esistenziale dalle mantidi religiose a fare festa nella venuta annuale, mai che mi sia passato per il cervello di innamorarmi di un’idea di un secondo e di una persona di un giorno, eppure senza volontà capita di sentirsi salsedine su scogli, granchi oziosi, bradipi di mare a centellinare lacrime di esultanza repressa per un bacio di una lira gettata.


Prendi quello che vuoi, da bere c’è sempre, la disponibilità è sniffata di continuo.
 

ambrose_sault

Esordiente
138
45
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Scrivo per te specchio, per la tua pazzia semplice abbandonata all’angolo di un locale tra eco di voci e odore di bagno non scaricato, per le stazioni affollate di sabato e per quelle devastate di silenzio nelle notti interrotte da treni merci, scrivo per il passaggio di una vecchiaia davanti ai balconi della somiglianza con il “non succederà mai” e per le uova rotte in testa a chi non ha creduto, per le cicatrici sotto gli occhi azzurri e sotto quelli rossi di sangue estratto come succo di noia da pomeriggi di stanze schiaffeggiate da deodoranti rovesciati su scrivanie, scrivo per braccia tese nei piani bassi con affitto in nero senza rate sicure, per i castelli in fiamme dei bambini uccisi di sogni in benzina.





  • Il romanzo è vergognoso




Questo romanzo, romanzo di cose nascoste e di sputi, vergognoso e bestemmiante dopo il vino, scritto senza carta, immaginato tra litri di macchine accantonate una sopra l’altra nell’angolo del fuoco divampante, questo romanzo scritto tra ossa sporgenti e capelli sudati, tra bicchieri quasi grigi di tempo sul tavolo, quasi rossi per il solito inchiostro nocivo al fegato, ma questo albero di cartone annegato cosa ne sa delle mille vite di un dito a battere parole e questo tramonto medico in triplice laurea cosa vorrà mai preannunciare morte se il mio dolore è un petalo disintegrato e questi oggetti queste canzoni mai ascoltate questi prolungamenti della nostra storia scritta dai parenti mai avuti e dagli amanti persi cos’altro sono?


Questo romanzo, romanzo che muore, vedi le sensazionali notizie del giorno ti illuminano come da brava stazione di fine primavera con il sudore degli ombrelloni scolpiti su carne





  • Ci sono prove sufficienti per




Dimostrare innocenza signor giudice, questo non mi è concesso, sono cresciuto tra voli spezzati di deltaplani e palle di Natale prese a pugni, mi sono addormentato in coperte riscaldate da termosifoni magri e ho sognato cose senza pietà sul mio senso di appartenenza alla pazzia degli errori ripetuti, le mattine, signor giudice, non hanno avvocati, sono colpevoli medagliate in oro che blaterano raggi e godono di suspance strofinano angoli di case mai costruite, si annaffiano d’ansia rincorrendosi sui calendari verdi della speranza nazionalistica, dimostrare innocenza, che ridere, ah no mi spiace per la vostra curiosità sofferente ma non ci sto, non sono dalla parte delle persiane chiuse per convenienza e i funerali delle montagne estive li guardo da un terrazzo insabbiato di droga nuvolosa, odioso sniffare dei sogni persi.

nnocente per nulla, colpevolizzo la mia resa dei conti, ho ascoltato sconfitte claudicanti dalle labbra morbide di anni spesi in supermercati a chiedere aumenti e spiegazioni sul giorno prima, ho riassunto lacrime in parole per poi far credere i sorrisi soluzione alle notti da dimenticare, ho aperto sportelli per chiudermi dentro metri di osterie nere di un metro quadrato, chiamale anche insonnie, dove il fumo si arrampicava gorilla scheletrico dalla coda infuocata lungo pareti cercando spazi per respirare ed era un soffocare d’ospedale, applauso sulla bocca, fischi alla tua opera migliore e mai che mi sia venuto in mente di non buttare nulla al vuoto.





  • Questa parete a pois disimpegnato che è la terra




Vantano un orgoglio cieco di verità fatte di formule vuote”





F.Guccini – Canzone della bambina portoghese





Nessuna verità in questo prezzemolo bruciato di terra, dove a dormire neanche dopo la droga di un palmo di mano ad accarezzare tempie, non prende sonno nulla, nel letto immensamente rovinoso questa terra masticata da cani bipedi che raccolgono tagliandi per controllare la posta del non gioco, nessuna felicitazione stampata sul braccio angelico esteso a caloroso saluto, niente che sia tranquillità e lampi sgorgano, commozioni improvvise a fare giallo terrore, questa parete a pois disimpegnato che è la terra.





  • Primi accenni di zero




Niente, vuoto, zero, nada grandi impressioni e promesse politiche, nulla da perseguire, facce senza sogni, per cortesia, limiti disintegrati e morali inservibili.


E l'impressione che non sarà mai così.

Generazione di rose affumicate in un incendio sobrio nel suo limitare i danni ad una sopravvivenza, burocrazia e cambiali, assenze giustificate, maschere accumulatesi sullo strato cutaneo del viso fino a divenire pelle a loro volta, ricerca di stile, assenza di stile come unico stile, stanze profumate, stanze di grida catalogate, sessi di corrispondenza e culi riscaldati da un alone post-crepuscolare a fare tradizione culturale, cultura da perfezionisti delle idee, cultura ad imbrattare aule universitarie in pennellate di inchiostro simpatico a svanire al primo sputo in faccia ricevuto, mani sporche di promesse ad addolcire il freddo di mani protese ad uno stipendio mensile sufficiente per pagare danni e virtù presuntuosamente tali.

L'impressione che il vuoto non sarà mai abbastanza per scaraventare con un calcio in culo tutto questo.





  • Fegato e qualcos’altro a mare




Non è il colore che fa il mare. Puoi organizzare spedizioni cobalto dai tuoi occhi per illuderli di uno splendore in morbidezza arcobalenica, puoi affrontare i movimenti d’onda con un battito verde calma e puoi frammentare in schizzi d’azzurro-rosa nascita i perimetri incoscienti del bianco schiuma. Ma il mare ha i colori dei tuoi occhi.


Stai lì e graffi con unghie appena sopra la pelle, graffi sabbia in un rumore di formiche operaie nell’intento di un castello zuccherato tra saliva e colla artificiale, graffi senza rabbia e senza dolore, è una carezza timida che non si lascia intenerire e apprezza il cinismo ironico di nuvole mattutine in formato astrale.


Al mare non parli. Lui ascolta senza dare soluzioni di causa e luogo, piega il viso ridacchiando a mani giunte in falsa preghiera dietro la schiena, a nulla serve la commozione per l’incendio solare che dichiara alba, incendio senza fuoco in un bagliore mai meccanico.


Toccare l’acqua è cosa per dita silenziose che sorridendo si lasciano sprofondare nel ghiaccio.


Sai, credo di essere diventato alcolizzato.


E mi viene da ridere, mi viene da sbattere mani su porte, mi viene da.


Il mare sorride con me costruendo bicchieri azzurri.


Credo che il limite non mi appartenga.


Credo di essere essenzialmente in un lago di guai.


E nuoto remando di bottiglia.


E il mare. Il mare è un errabondo dai capelli pettinati, un padre di terre invisibili e gloriose nella loro invisibilità, il mare è un pazzo che ha fottuto un manicomio di storie già scritte e corre corre corre corre, corre corre, corre su questi capelli ricci abbandonati al vento come figli maledetti, corre nelle disponibilità di piume di gabbiani sepolti in onde troppo forti, dimmi che non è soltanto una corsa all’alba questo movimento di labbra e voce.


Del mare apprezzo la discontinuità, i vortici improvvisi, le lamentele senza lacrime, il senso di speranza che infonde quel colore astratto, la lucidità del vento e il rumore delle unghie sulla sabbia. Del mare conosco vizi e debolezze, del mare so verità nascoste a chi rende matematico il proprio orizzonte corneale.


La cornea, fissato con la cornea e con lo sguardo. Io pago l’indifferenza dei miei occhi, barboni zoppicanti che arrampicano idee su non idee, calzoni larghi per comodità e petto tronfio di esistenza presa a spallate e gomiti rossi, senza soffrire, soltanto per il gusto di una notte di lividi e bicchieri rotti.


Questo mare dalle antenne morbide, in ricezione ironica dei messaggi gravitazionali del mondo, questo mare con mani da coltivatore di pomodori, grezzo e poetico, tu dove lo raggiungi?


Tu dove lo senti?


Hai capelli da ribelle bocca sensuale, mani da accarezzatrice di sogni e gambe da ballerina. Dove lo senti?


Spero che quest’alba non sia mai tramonto.
 

ambrose_sault

Esordiente
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  • Per chi non vuole più sognare




Alzarsi, in attesa di qualcosa, raccogliere carte o oggetti non importanti per dare senso al possesso delle mani, fissare la notte da una prospettiva di finestra e quasi caldo estivo. Lo scherzo danzante di una primavera mai esistita, aggancio tra freddo e sudore rosso di pelle, la primavera non esiste.


Calpestare qualunque mattonella nella speranza di un baratro che escluda la possibilità di una volontarietà di morte, il non concedersi al dolore di una famiglia in attesa di risposte mai avute.


Cercare risposte dove iceberg a forma di prati lasciano rotolare in quel verde freddo le sbronze del venerdì post-lavorativo.


Cercare risposte nei bicchieri allineati sui tavoli puzzolenti d’ansia d’amore, evitare di giocare a dadi con queste notizie di telegiornale che arrivano con la morbidezza di una tisana di nonna ad addolcire il sonno.


Per chi non vuole più sognare. Fare a meno di ali per volare, lanciarsi senza possibilità di salvezza fisica nel nulla imprecisato addomesticato da spifferi di vento, fare di tutto per tenere i pugni saldi in quel balzo oceanico nel blu mai baciato dell’Adriatico.


Specchio di niente e di nessuno, cercare amore in una speranza flebile che è siringa silenziosa. Fare meno rumore possibile per conservare la possibilità di gridare a squarciagola.


Tienimi per mano.


Il mio banco di scuola di oggi non è verde, non ha la scritta “Juventus merda” nell’angolo in basso a sinistra, non ha un sottobanco di gomme americane tolte con indifferenza dalla lingua.


È un banco completamente bianco. Qualche chiazza rossa di sbornie finite male, tanti modi esistenti per prendere pugni e infiniti modi per contemplarne gli effetti.


Banco bianco spettinato orme di polpastrelli, se tu mi dai la mano posso ascoltare il respiro di un livido assopire la sofferenza.


Sul mio banco non scrivo. Faccio poesia e pedalate, arrivando nel punto in cui partire è pessimismo. Il mio banco bianco conserva ricordi splendidi di occasioni fallite.


Andare verso il buio con gambe appena addestrate, pesanti per lo sforzo di una prima volta lontano da casa. Annegare nella dolcezza della notte.





  • Un respiro tutto sommato fragoroso




Non è una foresta quella che si appresta ad accogliermi a gambe spalancate ed occhi socchiusi, il suo desiderio non è una penetrazione, le sue vocali screpolano muraglie orizzontali senza fiatare ed è un invito malsano, impudico e corrotto che abbraccia il mio labbro leggermente gonfio mentre avanzo carponi in questo paesaggio criminale e alieno.


Sento respirare corpi deformi che manifestano la difficoltà dell’uomo di essere tale, vedo attraverso strati di buio intimidito una debole forma di sorriso senza volto su cui stamparsi ed è un affidarsi al vento bollente di questi luoghi il suo scomparire. Malato di sensi, non raggiungo punti, mi lascio sfiorare come una bara senza peso verso il rifugio immacolato delle tenebre. E non provo paura.


Addomestico il mio ansimare proponendo il volto verso direzioni sconclusionate reggo in mano una nostalgia di foglie sugli occhi ed immagino anni trascorsi dove la mia figura infantile e senza peli sul petto semina vortici tra lenzuola appena sudate e onirismi violenti. Ora non è questo il modo di non sognare, adesso la realtà è un crisantemo calpestato che sparge il suo odore di vita spesa. Respirare e respirarti, chiunque tu sia e da qualunque posto della terra tu abbia iniziato a rinunciare alle comodità di lacrime e belle parole.


Distruggi con me tutte le letterature del mondo, incendiamo biblioteche e sfondiamo tavoli con le teste di uomini dalle parole ricamate, inventiamoci una maschera dolce per attrarre verso i nostri sessi pulsanti i predicatori settimanali delle verginità dell’anima e lasciamo che i nostri coltelli inusati possano respirare sangue tra la carne grassa dei loro porti senza navi e senza onde.


I fiori che attraversano di sfuggita le nostre mani disattente non hanno alcun odore e si lasciano attirare l’un l’altro facendo sì che le nostre due solitudini possano arrotondare il proprio vagito in piagnucolii del sentimento di pena reciproca. Chiunque tu sia non lasciarti addormentare la poesia dai fiori, esaltali senza credere in loro e che la morte del cielo a farsi pioggia turbolenta dimentichi la differenza tra le nostre e le loro radici. I nostri petali e le nostre foglie continueranno a crescere a prescindere dal frastuono del mondo.





  • Di quando era possibile fischiare attraverso il vento




Hai paura di sollevare gli occhi alle domande, le pareti colorate sono un bisbiglio di serpente ad inquietare le tue possibilità emotive nelle risposte non date, scrivi con le dita una litania disordinata intrecciandoti tra sporco di plastica e odori di oggetti da disegno. E le tue virgole sono sussulti ad interrompere uno strato bianco di aromi di cucina, basilico e pomodoro di mensa.


Grembiule odore di detersivo, gomiti leggermente consumati, guardati mentre ti copri le spalle con una lacrima per evitare la dittatura di spiegazioni logiche e maggio, con i suoi prati rilassati, non riesce a farti eroe delle corse e un universo di altri bambini sembra spruzzare già estate tu nevichi fingendo maniche corte. E tremi dentro.


Hai paura di cortili affollati e voci senza umanità che tirano da una parte all’altra il tuo rincorrere farfalle artistiche, chiedendoti per quante direzioni i tuoi lacci di scarpa dovranno ancora inciampare prima di tamponare la tua frenesia diseducata.





Ti vogliono vedere medaglia lucidata sulle mensole di vecchi generali, tu evita quello splendore e brilla come e quando vuoi tra occhi appassionati al tuo disinteresse allo splendore.


E sarai stella come quando di notte i poeti ascoltano il vuoto.


E sarai punto interrogativo nelle certezze stupide di un universo intero.





Unghie rettangolari e matite più alte delle due mani sovrapposte, il legno, la cera, il pastello, tutto ad onorare la tua libertà di inventare che è ancora un granchio teso sotto l’acqua, tra sabbia e pietre, padrone della velocità di puntura e sornione di pori cutanei cui addolcire l’ironia di un graffio debole.


Capelli arruffati, petardi esplosi a vuoto lasciando sbuffi di cenere morbida.





  • Non ti leggo la mano ma




Dinastie chilometriche di metalli emarginati dalla durezza di un mercato globale si inchineranno al tuo passaggio imperiale tra una sbronza e un flusso di idee frammentate, lucidità di schiena di vecchio, raccoglierai detriti inutili in forma d’ago verde a comporre l’abete erculeo dei sogni d’infanzia lasciati perennemente bollire in un pentolone di sale inservibile senza possibilità di sciogliersi come certi giorni le nostre rabbie.


Gli stivali di ragazze appese alle strade saranno la tua somiglianza con la verginità e arrancherai a forza di mentire alla tua morale cattolica prima di scendere a compromessi con l’orgasmo e farai del tuo corpo un ascensore verticale senza ritmi.


Chiederai agli anni da compiere quanto ancora potrai esultare per una scena da cinema nella tua stanza puzzolente di corpi scaldati da un abbraccio nulla dolce che esula dalla bellezza dell’innocenza.


Chiederai di spingere pulsanti di voglia stuzzicata a chi reggerà il tuo membro scomodo per uno slip sornione nel non farsi scorgere attraverso le finestre e il tuo condominio prenderà le tue grida come una soddisfazione saffica o da canzonatore della purezza.


Chiederai un diversivo a chi raccoglierà per te strati di sorrisi in un vocio sommesso addormentato dalla morbidezza di lenzuola sudate.


Chiederai di partecipare ad improvvise esaltazioni dello spirito quando bocche odoranti di carne faranno di tutto per amalgamare la loro insincerità con il tuo lascito emotivo rassegnato ad un asciugamano di bagno a smacchiare colpe, prete addestrato, cane pronto a salutare in silenzio prima di un addio, piccolo soldato senza denti che spara frammenti d’infinito dicendosi estasiato da un contatto inesistente con la prima divinità a soccorrere le incertezze umane.


Chiederai un vento che non sia soltanto aspirapolvere di stupide utopie ti proporrai per posti da servitore anale di una società volgarmente repressa nel suo stantuffare piacere limitandosi all’oppio scadente della gratitudine offrendo baci di doppie labbra e spifferi d’odio attraverso mura insanguinate e storte dal peso di pance e seni troppo gonfi.





  • Tutti in corsa tutti immobili




Ho fantasie da primo giorno di culo perforato, quando mi abbraccia il tragitto di un treno mai viaggiatore, mi abbandono alle curiosità appuntate degli altri occupatori di sedili e non guardo mai troppo quello che circonda in una verticale falsata, mentre la velocità macina istanti e i graffi sul collo dei paesi si sciolgono volta per volta rimane una lucidità brillante nelle mascelle di quelli pronti a scendere, resta un po’ d’aria di finestrino appena sollevato per poi assumere una posizione dispettosa all’aritmetica dei buongiorno e buonasera, tutti in corsa tutti immobili.














  • Vertigini non topografiche




Il tuo letto a scalini tempestati di artigli tra il bianco e il grigio di partenza, scendi posando i piedi e ogni mattina non percepisci l’altezza della tua testa adolescente sempre meno tale e i graffi sul viso dei tuoi non risvegli sudando verso quadri svedesi su cui arrampicarsi per sfuggire alla realtà, dormendo uccidi la tua parte materiale e arrampicarsi è sempre più facile con quella testa zeppa di giallo limone schiantato.



  • Le pavimentazioni cedono


Se penso alle atmosfere di questo pomeriggio di inizio estate percepisco le credenze ammutolite e i pianerottoli tristemente spolverati in questo immenso sonno cittadino, rami di alberi propensi a sorridere di crescita ignorano che qualsiasi processo di maturazione si rende inutile al cospetto di questo bersagliare continuo e non è una questione di cielo, le palpebre di vecchi poco meno che sepolti osservano con calma di animale in allerta, le teste si scuotono, le pavimentazioni cedono, il sangue si fa forza e rovina il pudore di mani in attesa di semplici bianche lacrime di addio, tutta la rabbia di un centenario sfiorato in quel no gridato come l’ultima possibilità di voce; intanto i pianeti vibrano al battito di mani di una platea istupidita e logorroica nel suo idiota assecondare il niente. E un’altra sera si avvicina presentando notte spettrale.



  • Fine disarmonica danza


Ora tutto quello che mastica pavimenti e asfalti non è altro che la tua stessa danza disarmonica, aspra di buone concezioni, catapultata in sprazzi d’ansia e angoscia e, infine, paracadutata senza avvertimento di tot. metri dal terreno approfittando degli occhi chiusi dalla paura. Esplodi contro un cemento martellato da seicento braccia rugose e annaffiate di sforzo operaio; schizzi di grigio città annegano in scampoli di celeste mai esistito ed è un’allucinazione visiva che gioca il suo sporco ruolo di imprevedibilità e incoerenza amalgamando terrori infantili e senili, cospargendosi di un battito cardiaco in bilico tra l’immaturità di un sogno e la maledizione del puro disincanto.



  • Dignità di un’apocalisse mancata


Li vedi, a testa bassa, che attraversano il cortile delle tue sensazioni e sono privi di gambe capaci di una fuga, palpebre arresesi al significato assoluto di un dogma, peli imbiancati da secoli di metafisica astrale a corrispondere emotivamente con massacri organizzati, togliendo alla bellezza della violenza l’istinto che la rende pura.
Carri di buoi incontaminati che sperperano mugugni senza piacere, risate atone che sdrucciolano sugli stessi volti a partorirle, semidei dai gomiti consumati nell’arrampicata finale in cerca di un’apocalisse che si degni di incidere su lapide la sigla fine, tutto questo orgasmico sincronizzarsi per ottenere pace dei sensi.





  • One point zero zero, one of june




Giugno è fatto così, un piatto vuoto, composto, leggermente bagnato, nel quale osservi sfumare al massimo un sudore appena accentuato tra la fronte e l’interno delle mani, un corpo intimidito dal sole, spazio candido che non propone nient’altro che formalità, ultime scommesse calcistiche; baci di stazione, semplici, formulati ancora prima dei biglietti.


Mese senza persiane, la luce entra da qualunque angolazione ed è impossibile sentire freddo, piantagioni senza speranza di crescita improvvisate a pochi metri dal tuo tavolo di stanza scalpitano tra polvere e residui di scrittura, monete abbandonate, sigarette incastrate in pacchetti testimoni di utilizzo. Con gli ultimi attimi di utilità a disposizione del tuo vizio di filtri e accendini.


Giugno non si pone speranze, marinaio goffo, sensi attutiti. Sessualità implosa. Crateri adombrati nei quali una quasi estate sparge scampoli ottusi di sole, ginocchia meccaniche e goffe, russare fastidioso, carta strappata lentamente sotto il bagliore vocale di un orologio di campanile che ammette le tre di mattina.


Giugno senza contraddizioni, vedovo dalle rose appassite sul comò, pianta abbandonata al suo angolo di ragnatele perpendicolari. I cani imperversano nei loro gruppi anarchici tra cassonetti di un verde sbiadito e cartelli di lavoro in corso, pisciano sui tronchi a costeggiare le strade, sbraitano, annegano nel buio.


Giugno è uno di quei cani; cammina lento, svanisce senza clamore. Appena in tempo per detestarlo nel suo girovagare inconcludente, già morto alle tue spalle. Lasciandoti il ricordo di un raggio lunare, basso, inutile.





  • Intento insegnare zero




Senti che aria di fasci”


C.Lolli, Curva sud





Lolli lo dice con voce tremolante, mai senza rabbia, bambino timido con desiderio di mettere a luce un torto.


Ascolto Lolli, il pianto del sole è di una dolcezza mielosa e antipatica, fastidiosa, ascolto Lolli mentre l’estate mi abbraccia come fosse una parente innamorata del mio starmene in disparte, che dice come sei cresciuto e tutti questi capelli dietro le spalle ti fanno sembrare una donna, ma sei bello lo stesso.





Stasera c’è aria di nebbia.


Non ho mai iniziato una sola frase con l’intento di arrivare a qualcosa, questo romanzo puzza di angoli di strada e vino, di dolore e sesso casuale, di amore lasciato cadere e di rami di alberi spezzati per il peso di una responsabilità rifiutata.





Le donne del mio cervello camminano disordinatamente e si allontanano, rimane soltanto Lolli a spiegare l’aria di fasci. Tu, tu che leggi, la senti?





Io la sento con e grazie all’alcol, mentre scrivo il romanzo più disordinato della storia che non ha nulla da dire, ci sono libri che non devono chiedere nulla, insegnare zero, partorire emozioni iniziando dal dolore di una notte insonne e tutto il fumo di questa stanza non basta ad annullare l’odiosa pulizia di giardini falsi innalzati sulle città italiane.





Lolli ha smesso di cantare, il cielo ha una virgola sul collo a dire nuvole, quindi passaggio. Quindi senso effimero, l’aria di fasci si disperde, fa freddo solo lontano da qui.



































Capitolo II














- Mi hanno detto che





Mi hanno detto che con il talento e basta non andrò da nessuna parte. Ho risposto che quello sarà proprio il mio posto.


Allora ti metto in parole uno starnuto di rancidi sedentari dell’agiatezza, i loro nasi che tirano su e gli occhi di lacrime, lacrimoni ad allagare il ghigno ombroso che ho, che porto dinanzi alla sorpresa di quel gesto di bocca e anatomia dove disperdi democraticamente all’aria parti di te disconosciute, allora ti porto da mangiare cioccolata sciolta su un libro scritto male fino a dirti lecca anche il fondo della pagina, le lettere, le parole che detesti e ingoia fino a quando saprai ridicolizzare chi impara a memoria, allora ti pettino le orecchie musicandoti respiri mai usciti da una grotta che è il luogo dove, il luogo che, il luogo in cui succede che io dica allora.





  • Per voglia di chi




Ortensia che si sbuccia di colori in inverno, vento dell’est piegato in due su un pavimento, sei questo mentre la notte si trucca gli occhi di bianco, appoggiando le sue trame narrative sulle schiene spezzate di sbandieratori di sconfitte meglio noti come scrittori per voglia di nessuno.














- Stagioni dondolanti





Foglie di novembre sporcano con distratta rassegnazione i vetri delle automobili, si infilano tra le plastiche rafforzate di tergicristalli ammutoliti in orizzontale nella loro nullafacenza, un tramonto qualsiasi batte con violenza i ritmi di violini lasciati cadere lungo scale mai pulite che rimbalzano suoni ammortizzandoli tra polvere e creste di rugiada artificiale lasciata pendolante sui corrimano, senza odore.


Raccolgo con le dita una parentesi di autunno e lascio disperdere al vento i rimasugli, mi accontento delle dita insaporite di granuli grezzi.


Penso ai parchi che in questa stagione si lasciano affollare da operai di città, chissà quale città, anneriti in volto e sorridenti mangiando panini abbracciati da carta stagnola e mi ricordano merende di scuola e mani ad accartocciare formando sfere mai troppo dure per sbattere contro una lavagna, accecanti luci di inizio lezione e capelli di bambini ammucchiati sopra il verde di banchi, minuscoli tavoli per grandi quaderni incompleti, penne mordicchiate sulla punta, inchiostro lievemente tra le labbra. Penso ai parchi e all’altalena, senza corda, ora, senza.





- Fermate le persiane





Sollevando lo sguardo, trovando nuvole camuffate in candelabri mendicanti, mimetizzàti nel verde riflesso di terra incontaminata, sovrapposizione di sensi che assume la tonalità spezzata di una punta di matita violentata su una parete con l’arroganza inevitabile di un rastrello su terra bagnata, marciume e fango sulla pelle, strati di pensieri ammutoliti nella vitalità dei pori cutanei soffocati da stoffe ruvide a prolungare sudore, ronfare clandestino di gatti arricciati, l’uno sull’altro, dietro garages rugginosi assassinati lentamente di pioggia acida e verde, un verde di collina, purissimo, succhiato con invidia dagli smeraldi delle figure immobilizzate sui terrazzi, vecchiaia e disillusione, un verde fiabesco rinnegato da foreste meretrici di smog.


Piegando il capo sulle serrande magre che nel rumore pomeridiano annunciano il tuo ritardo sul mondo.


Piegando le gambe, controllando rapidamente la vista, facendo scricchiolare le ossa delle dita, conducendo il tuo respiro debole, infastidito dalla limpidezza del giorno, verso il bagno, oltre il dentifricio e gli sciacquoni del piano di sopra, arrestando di getto le tue mani appena bagnate, chiedendo allo specchio la dignità di una barba frastornata sulle guance, intervistando con gli occhi socchiusi il biancore acerbo che ti perseguita.
 

ambrose_sault

Esordiente
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  • Non sono immagini di morte




Corpi riversi al suolo, tappeti obliquamente generosi verso i piedi instabili di chi percorre a passi involontari e goffi nel tentativo infantile di evitare altri lividi, avanzi ripetendoti in testa non sono immagini di morte non sono immagini di morte non sono immagini di morte e riconosci nel mucchio un anello di catrame ormai inibito di luccichio, ne scorgi i tratti che te lo rendono familiare, ne assapori di occhio tremante la struttura che lo benediceva perfetto in quel dito e ti dici non può essere vero tutto questo, allunghi un sorriso di speranza nell’ignoranza della realtà e percorri, ora velocemente, quell’asfalto di carne dondolandoti nell’imitazione sobria di papaveri scarmigliati dallo zefiro tra il granoturco, il tuo ovest alle spalle perde sangue come lacrime di bagno all’asilo, sequenza incoerente e fragile, l’egoismo del rumore scalpita dietro di te quando oltrepassi regioni ossute, giungi in un angolo di erba modellata da miele, distendi le gambe e riposi, sorridendo all’eco tiepido che annega gli argini del risveglio.





- Ispirazione





Frigorifero, piegandomi verso una mela. Flash. Ecco cosa dovrò scrivere. Masticando una mela, avviandomi verso la scrivania.


Bagno, vasca, sciacquandomi i testicoli, mattina inoltrata, quasi pomeriggio, svegliato da un volgare rumore di pranzo - passato. Flash. Ecco cosa dovrò. Asciugandomi appena i capelli, straccio su straccio, a piedi nudi verso la scrivania.


Fumando l’ultima sigaretta del pacchetto - dalla notte avanza sempre qualcosa, a ricordarti chi sei stato in otto ore. Eccomi.





  • Siamo pur sempre ospiti




Il vino che porta la vicina, che sa di mani a serrare l’uva in polpastrelli, sa di corpo caldo, di carne umana, bottiglie pesanti lasciate nella parte posteriore dei mobili, soltanto uno sportello a separarci - ma io so che sono lì.


Aspetto che vadano via tutti. Li odio. La vicina, chi la accoglie. Avvicino l’orecchio alla porta della mia stanza, capisco di essere rimasto solo. Finalmente. Il nervoso, caldo nel cervello, va scemando in un’arresa moribonda, arbusti soggiogati da un incendio. Posso bere.





- Nulla su cui sedersi





Sono giardini ricamati d’argento scivolato dalle dita, sudore tiepido e senza nulla di carnalmente umano, gocce snelle che fermentano negli spazi dove l’umanità non costruisce case, nel rifugio di baci adolescenti, la loro spiritualità zittita che pavimenta il vuoto con residui di mantelli nuvolosi, giardini senza panchine dove sedersi, contemplando le carnagioni cobalto semplicemente restando incatenati a petali di fiori pietrificati nell’assenza di suoni.


Terreno modellato da fughe di gambe in amore e componimenti orchestrali adagiati su scarne ombre, cordialità di spifferi d’aria a patrocinare l’invasione di ali di insetto, avambracci cremisi accarezzati da biancori lattei nella composizione disordinata di un rosa abbandono.





  • Questo tipo di alba




Il caldo nutre aforismi onirici ossidati tra cuscini zeppi di repressioni infantili, la schiena, un forno in polvere sciolta ad infangare scapole, crocifissa in dolori liquefatti, serri la pelle sulla cornea e nel buio non c’è sostegno, porte spalancate non offrono pietà alla gola cementata, gli unici suoni, dall’esterno, categorici sulle possibilità di sonno, sollevi il busto, fissi l’inferno privo di ghiaccio che ti circonda, armadi e mobili incastonati in chilometri di ansie, soffochi e allunghi le braccia, tocchi te stesso disarticolato per mattonelle, ti senti, ti vedi, ti osservi, sei una strada in salita nel parallelismo ottuso tra vita e dovere, il caldo vomita di continuo sul tuo corpo quasi completamente nudo, inzuppato di carbone ardente, allagato di isterie motrici ad infrangere le regole del funzionamento moderato, acceleramento continuo, tosse cannibalesca che ingoia, sorniona, follie fisiche cicatrizzate al mattino inoltrato.





  • Troppi documenti scaduti




Neve addosso, come un rapporto senza dignità fisica, solo respiri. Ci sono frontiere allestite per chi corre, ci sono spazi enormi riempiti di microcosmi violacei a rendere livido un planisfero effimero ingabbiato dai tuoi stupori dinanzi all’enorme possibilità di camminata, neve che agguanta petti nudi martirizzando capezzoli e ascelle, non è questa la concezione di volo che cercavi. Punto non interrogativo, punto perentorio, cattivo.





- Il guardiano è rientrato





Dietro ai cancelli si cibano di note stonate, attendono con ginocchia arrossate e lividi sul collo, prigionieri del nulla e nel nulla relegati, lacci rovinati dalle precipitazioni nel loro rimanere perennemente sorretti alle inferriate, capelli isolati ad ammuffire di fragilità sotto i piagnistei ventilati filtrati dai cunicoli, mattoni sbattezzati, frantumi.


Un vestito che sa di detersivo e mani esperte nell’evitare strappi, braccia nude esposte allo sbadiglio inerme dell’estate, cammini, sfiorando rami e inciampando in costellazioni, dimagrito, nella lucidità degli occhi, sogni a piccoli intervalli, sorridi ad anziani immacolati nei loro bisbigli di quartiere, facce scolpite da reumatismi e insonnia si precipitano sulla tua mole da eterno ragazzo e chiedi spazio per varcare la soglia. Loro non vogliono, ma tu sei già al primo piano e cammini ripensando allo strano tentativo di intrattenerti poco prima delle scale, il sudore accennato si condensa con quel detersivo di casa, cerchi la chiave e ti lasci scivolare verso l’interno, mattonelle scialbe rispondono al tuo soffice calpestare il pavimento, ti dirigi verso la camera, riconosci l’abbraccio delle pareti ammortizzate da illusioni decrepite.


Il balcone si scaglia verso il vuoto come una vendetta sul vento, avvicini le mani calde alla balaustra e ti sporgi, fissi di sotto. E vedi.


Dietro ai cancelli. Sono lì, attendono monete arroventate e bagliori nefasti, ricompongono il mosaico sibillino sotto il tuo stupore, accatastando grida represse e palpebre irrigidite.
 

ambrose_sault

Esordiente
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  • Sempre, comunque, le stagioni




Se a te non piace questa musica fermati ad osservare le mani sotto il fumo di questa sigaretta che morde gli angoli e i mobili, mostra la lingua al buio, passa attraverso le fessure orbitali di mostri da condominio che recitano versi lunghissimi mai finiti, versi mai versi.


Che c’è di strano nell’accarezzare la testa di una bambola invisibile. Non è una questione di tatto, non è una questione.


Se a te non piace questo modo di fissarti mentre cadi non aprire gli occhi, sei un aprile ingenuo che parla ancora di inverno sotto nuvole bollenti quasi bollenti e a piovere sono sempre e soltanto i soliti posti e a farsi piovere anche, sempre, comunque le stagioni.





- Questo tipo di lenzuola





6.00 del mattino, letto appena stropicciato, serrande risollevate dopo neanche un’ora. Rumori non accatastati, sigaretta alla finestra fissando senza interesse ma con contemplazione l’alveare vuoto che è questo quartiere a spalle sotto le lenzuola sottili di luglio.





- Ti racconto una fiaba





Farfalle ad ammutolire la rigidità di mattoni e il palazzo è un intreccio di ali colorate, guardale partendo dalle tue dita, senza toccare, fai filtrare un rivolo di fiato nello spazio che separa la tua unghia quasi bianca da quel fogliame arcobalenico che istiga l'aria al sorriso.
Passanti si immobilizzano come bambole di legno sui letti, stessi occhi enormi, medesime acconciature rinvigorite da una sterzata di tempo non catalogabile, riescono a fotografare nella loro finestra, bagaglio di ricordi, l'onda sottile che prosegue mangiando quei mattoni, ingoiando, con la bellezza delle cose che accadono senza chiedere.
Ci sei anche tu. Ti fai spazio e corri. Qualcuno sta distribuendo caramelle.





  • Niente che non sia immaginazione




Entrare senza chiedere permesso, lasciarsi cadere su un pavimento mai tangibile e occhi chiusi stimolare la rigidità di tempeste di voci. Fissarsi da un’altezza vertiginosa, anima sollevata da terra


che scruta la massa di carne e brandelli di vestiti.





- Guccini fans club





C’è una ferrovia che annulla qualsiasi volo di fantasia cerebrale, un posto privo di foglie dondolanti, una macchina algoritmica che si impone senza mai frenare, letti di metallo infiniti cigolano sotto il peso asociale di quei detriti di meteorite appiattito, c’è un pianeta che esplode ad ogni chilometro lasciato alle spalle e dove finiscono le rabbie fumose in ritardo sul vento nessuno lo sa.


Parchi e condomini, terrazzi aromatizzati di barbecue e carbone, iridescenti grate massaggiate da un pennello di buoni propositi. Tutto inglobato nel verso accigliato della macchina, reumatismi di prati gialli di grano a mormorare sconfitta sotto la ruggine a grattare i binari, acqua piovana disinnescata lungo i finestrini scuri e sporchi che negano una sosta gocciolante, brandelli di mani rovesciate a disacculturare qualsiasi capacità di applauso, clap clap clap è soltanto un grugnito di rotaie e combustibile improvvisato, amalgama di odio e indifferenza che pavimenta selciati decrepiti senza possibilità di ponti.





- La bella addormentata





A quel tempo, pagine su pagine di spettri ubicati tra fronde di alberi in ville affannate di fuga da luci e città lasciate marcire nelle biblioteche festeggianti enjambement partoriti da poeti scalzi, scuole medie intasate di varicella verso il periodo marzo-aprile, una primavera di dieta involontaria e lo sviluppo del corpo di bambino ad arricciare peli, vizio delle sigarette a portata di accendino, scrittura di un anonimo artigiano a tenermi incollato alla pagina a venire come un regalo da scartare per sapere se effettivamente è.


A quel tempo, oltre la ferrovia, la Bella Addormentata allungata a nascondere piccoli paesi, dalla mia finestra vedevo i suoi seni cuciti da un sole raffinato di maggio, la pietra folta di vegetazione a sincronizzare i colori del cielo con ansie, mia nonna dalla veranda a chiedermi cosa vuoi per cena?


L’estate tra biciclette e campanelli con nomi buffi sporcati dalle nostre impronte digitali e la parola da dire era solo correre, tutte le vie erano un rifugio, tutti i rifugi erano vie strette strettissime dove le gambe mai incastrate, noi, stuzzicadenti a rimbalzare, oscene risate ad accordarsi per il giorno dopo che è sempre, puntualmente, arrivato.
 
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